Pechino e il Dalai Lama litigano sulla reincarnazione

Pechino e il Dalai Lama litigano sulla reincarnazione

«Si può dire che sulla reincarnazione del Dalai Lama, così come sulla sua linea di successione o sulla fine della linea stessa, il potere decisionale rimanga al governo centrale cinese». Così ha detto, mercoledì 11 marzo, il dirigente del Partito comunista cinese Zhu Weiqun durante una conferenza stampa a Pechino.

Può sembrare curioso che le autorità comuniste si esprimano sull’intricata successione della guida spirituale del buddismo tibetano. Ma come scrive il New York Times, che ha ripreso per primo le dichiarazioni del dirigente comunista, la vicenda riflette tensioni che vanno molto oltre la religione e coinvolgono il controllo cinese sulla regione del Tibet.

L’attuale Dalai Lama, il quattordicesimo, vive lontano dalla Cina dal 1959, pochi anni dopo che l’esercito di Pechino invase il Tibet allora indipendente. Un governo tibetano in esilio esiste da allora a Dharamshala, nel nord dell’India.

Il Dalai Lama ha suggerito più volte negli ultimi mesi che potrebbe non reincarnarsi, e dunque interrompere una linea di successione lunga oltre quattro secoli – e soprattutto togliere a Pechino la possibilità di prendere il controllo della carica più importante del buddismo tibetano, che storicamente deteneva il potere spirituale e temporale nella regione.

Divinità reincarnata e signore temporale

L’autorità religiosa associata al Dalai Lama è, da sempre, tutt’altro che immune da rapporti con il potere politico. Il primo a portare il titolo – che significa “maestro (lama) del mare universale” – fu Sodnam Djamts’o. Nel 1577, quando era lama di Lhasa, andò in visita al capo dei Mongoli orientali, Altan Khan, che terrorizzava con le sue incursioni il nord della Cina.

Altan convertì il suo popolo alla setta buddista di Djamts’o, fondata due secoli prima, la Gelug-pa o “scuola dei berretti gialli”. Diede il titolo di Dalai Lama al suo capo, titolo che venne riconosciuto postumo anche ai suoi immediati predecessori. Un nipote dello stesso Altan diventò il nuovo Dalai Lama alla morte di Djamts’o.

Con l’aiuto militare dei Mongoli, i Dalai Lama successivi sconfissero la setta concorrente dei “berretti rossi” o Karma-pa. Da allora, intorno alla metà del XVII secolo, i seguaci del Gelug-pa – con il Dalai Lama alla loro guida –furono i signori temporali del Tibet per duecento anni, fino all’invasione cinese del 1950.

Quel ruolo è stato loro riconosciuto anche più di recente. L’articolo 19 della “costituzione” ( qui il testo) approvata nel 1991 (e poi più volte emendata) dall’Assemblea del popolo tibetano, un organo di autogoverno della comunità tibetana in esilio, stabilisce che «Del potere esecutivo dell’Amministrazione tibetana è investito Sua Santità il Dalai Lama». L’attuale Dalai Lama ha però chiesto nel 2011 che vengano fatte modifiche per privare la sua carica di ogni ruolo politico.

Il Dalai Lama è stato molto a lungo, quindi, il capo di governo in esilio di una sorta di monarchia – nonché il capo spirituale, dato che è l’incarnazione di una divinità: senza addentrarsi nelle sottigliezze dottrinali del buddismo, il Dalai Lama è incarnazione di Padmapani, il bodhisattva (“essere illuminato”) di Amitābha Buddha.

Ma a differenza di quelle europee, dove il potere passa per via ereditaria, la successione richiede un procedimento ben più complesso e delicato: identificare la reincarnazione del Dalai Lama precedente. Nel caso dell’attuale Dalai Lama, nato Lhamo Thondup, il procedimento coinvolse l’interpretazione di segni e visioni che portarono una delegazione di monaci nella provincia nordorientale di Amdo.

Qui, in una famiglia di piccoli coltivatori tibetani, Lhamo Thondup venne riconosciuto in base ad altre prove e indizi come l’incarnazione dei tredici Dalai Lama precedenti quando aveva tre anni.

La fine delle reincarnazioni?

Il governo cinese non sembra aver molta fiducia nel sistema dei segni e delle premonizioni, difendendo un metodo alternativo che ha radici quasi altrettanto antiche. Stretto tra i regni nepalesi a sud, la Cina e i mongoli a nord, infatti, il Tibet fu coinvolto in molte guerre e dovette rivolgersi anche agli imperatori cinesi per aiuto.

Questi risposero, ma vollero avere voce in capitolo nella gestione degli affari tibetani: fin dal XVIII secolo, la dinastia Qing cercò di imporre con alterne fortune un sistema del tutto diverso per scegliere il Dalai Lama e altre cariche di importanza simile, quello dell’Urna d’oro: una cerimonia in cui, più prosaicamente, il prescelto viene individuato tramite un sorteggio.

La questione, lungi dal restare cerimoniale, ha mostrato le sue conseguenze concrete non più tardi nel 1995, quando l’attuale Dalai Lama identificò un ragazzo tibetano come l’undicesimo Panchen Lama, la seconda figura per importanza nel buddismo tibetano. Il governo cinese prese il ragazzo e la sua famiglia e li fece sparire, accusando il Dalai Lama di non aver rispettato le tradizioni (cioè quella dell’Urna d’oro) e indicando nel frattempo il “suo” Panchen Lama.

L’attuale Dalai Lama, che compirà 80 anni il prossimo luglio, si è occupato molte volte della sua successione, senza risolvere il problema in via definitiva. Oltre ad aver rinunciato alla carica politica formale che rivestiva nel governo in esilio di Dharamshala, il Dalai Lama ha proposto nel 2007 che sull’eventualità di un suo successore si tenesse un referendum; negli anni successivi ha detto che potrebbe essere un bambino nato mentre lui è in vita oppure una donna.

A dicembre scorso, in una intervista con BBC, ha ripetuto che la carica potrebbe finire con lui: meglio che l’antica tradizione finisca «al tempo di un Dalai Lama piuttosto popolare», ha detto ridendo, per scongiurare l’arrivo di uno «stupido» successore. Il Dalai Lama ha vinto il premio Nobel per la pace nel 1989, e il governo cinese lo ha ripetutamente accusato di tradire il popolo tibetano e di non rispettare le tradizioni buddiste.

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