Pizza ConnectionQuel doppiogiochista del venerabile maestro

Quel doppiogiochista del venerabile maestro

Poco prima di una delle presentazione del libro “Piazza Fontana, noi sapevamo”, due dei tre autori, Andrea Sceresini e Maria Elena Scandaliato (il terzo per la cronaca è Nicola Palma), raccontarono a chi scrive un aneddoto interessante sul loro incontro con Licio Gelli. Una volta arrivati a Villa Wanda vengono accolti dalla cameriera di casa che serve il caffè, dimenticando lo zucchero. Gelli, consapevole della sua storia e di quanto su di lui è stato scritto e raccontato da quando è nata la Repubblica, maliziosamente chiede alla cameriera di tornare in cucina a prendere il dolcificante specificando di non portare «quello di Sindona».

Licio Gelli in quell’occasione gioca. Gioca sul suo personaggio, sulla sua storia vissuta e su quella raccontata. Bluffa, tradisce e gioca su più tavoli: prima si mette a disposizione per una intervista, poi ristabilisce le distanze. E il doppio gioco nella storia del venerabile maestro è sempre stata una costante, dalla guerra a oggi, che da villa Wanda quando possibile ricorda agli italiani che «forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa. Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza, è finita proprio come dicevo io».

«Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa. Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza, è finita proprio come dicevo io»

Il venerabile maestro della Loggia P2 è maestro nel doppio gioco, ha giocato sporco, e doppio, con i nazifascisti e i partigiani, col potere e con la mafia, con la magistratura e con sè stesso. Una carriera che parte da lontano, precisamente da Arezzo il 21 aprile nel 1919, figlio di un proprietario terriero, Ettore Gelli e di Maria Gori. Si arruola, e già nell’esperienza militare il venerabile mostra una certa inclinazione al tradimento, comprendendo l’importanza del valore dell’informazione, fattore cruciale su cui si basano ancora le guerre a bassa intensità di oggi. Ispettore del Partito Nazionale Fascista il futuro venerabile fa parte dell’intelligence nera e inizia così a raccogliere informazioni e dati che diventano un patrimonio.

D’altronde è lo stesso Mussolini in persona che lo avvia alla causa, dopo che Gelli torna dalla Spagna, dove ha partecipato alla guerra civile spagnola (sostenendo Francisco Franco) appena diciassettenne al fianco del fratello maggiore Raffaello.

Il primo, ancora oggi presunto, tradimento di Gelli avviene proprio durante il servizio tra le fila del Servizio Informazioni Militari: mandato a requisire il tesoro di re Pietro II di Jugoslavia nel 1942 riporta in Italia 60 tonnellate di lingotti d’oro, 2 monete antiche, 6 milioni di dollari e 2 milioni di sterlina. Nel 1947 alla restituzione del tesoro 20 tonnellate di lingotti avevano preso il volo. Secondo qualcuno verso l’Argentina insieme allo stesso Gelli, latri sostengono che una parte di quelle 20 tonnellate sarebbero tra i preziosi ritrovati nelle fioriere di villa Wanda. Il diretto interessato ha sempre smentito categoricamente.

Se Licio Gelli non si è tenuto quelle 20 tonnellate d’oro, ha invece fatto del patrimonio informativo appreso durante gli anni del Sim, il servizio segreto fascista, e della capacità di muoversi in più contesti oggetto e ragione di vita. Il doppio gioco di Licio Gelli inizia poco dopo la Repubblica di Salò: ufficiale di collegamento tra il governo fascista e il Terzo Reich capisce ben presto che non c’è spazio per la vittoria, così aderisce al movimento partigiano. Da una parte gioca sul tavolo dei nazifascisti arrivando ai piani altissimi di Goering, mentre dall’altra rivende informazioni ai partigiani, fino al termine del secondo conflitto mondiale.

Al termine della guerra i “si dice” lo danno come collaboratore della Cia, di certo c’è invece che si ritrova, dopo essere stato assistente dell’onorevole Romolo Diecidue, a dirigere la Permaflex, fabbrica di materassi che si aggiudica la commessa per la Nato. Siamo negli anni ’50 e i rapporti disinvolti di Gelli con la politica e il Vaticano aiutano. Così come la massoneria e la costituzione della Loggia P2 che lo vede di nuovo giocare sul tavolo dei confratelli (alcuni illustrissimi, altri meno ma ben inseriti nei gangli del potere) e sul suo personalissimo di tavolo che lo porta dritto al golpe Borghese e al caso del banco Ambrosiano.

Sarà lui a dare l’ordine che tutto è annullato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre mentre gli uomini di Junio Valerio Borghese sono già entrati al Viminale, così come giocherà la sua partita nel crack del banco Ambrosiano e nella morte di Roberto Calvi.

Gelli e Calvi si conoscono nel 1975 tramite Michele Sindona, presidente della Banca Privata Italiana e individuato come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Calvi entrò nella P2 il 23 agosto del 1975, e strinse poi rapporti con un altro sodale del venerabile, Flavio Carboni, il finanziere che portò poi Calvi a riciclare somme ingenti di denaro sporco provenienti dalla mafia siciliana di Pippo Calò e dalla banda della Magliana nel tentativo di salvare il Banco Ambrosiano.

Viene condannato per depistaggio riguardo le indagini sulla strage di Bologna del 1980, protagonista della campagna “terrore sui treni” con cui lo stesso Gelli e l’ala dei servizi segreti guidata da Francesco Pazienza (anch’egli condannato con il venerabile) intendeva spostare le indagini sulla pista internazionale rispetto alla “pista nera” intrapresa dalla magistratura.

Il venerabile maestro ha giocato sporco, e doppio, con i nazifascisti e i partigiani, col potere e con la mafia, con la magistratura e con sè stesso

Calvi viene ritrovato il 18 giugno del 1982 impiccato sotto il Black Friars Bridge di Londra con alcuni mattoni in tasca. La vicenda processuale si fa intricata, vengono assolti Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi della banda della Magliana, tuttavia rimane aperto il filone dell’inchiesta della procura di Roma sui mandanti dell’omicidio, tra i quali figura come indagato Licio Gelli. Nella sentenza di assoluzione di Carboni, Calò e Diotallevi la Corte d’Assise d’Appello di Roma mette nero su bianco che “Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso”.

E Sindona, l’uomo del famoso caffè? Qui forse si consuma “IL tradimento” del venerabile maestro, mentre la barca affonda. Nel 1979 il banchiere ormai senza banca e indagato dalle autorità statunitensi prova a convincere Gelli ad attivare i suoi contatti nel mondo politico per salvare quel che era rimasto delle sue banche e del denaro investito da cosa nostra americana, in particolare dalla famiglia Gambino.

Si legge all’interno di una cronaca de La Repubblica del 27 settembre 1984: Sindona tentò di prendere contatti con Licio Gelli, attraverso il suo medico di fiducia Joseph Miceli Crimi e cercò di utilizzare i più impensabili strumenti di pressione per salvarsi dal disastro finanziario. Gli andò male, ma quelle otto settimane trascorse tra Palermo, Caltanissetta e Catania, avrebbero lasciato una traccia incancellabile segnando l’ inizio di una lunga catena di delitti “eccellenti”. Nel frattempo il fedelissimo Miceli Crimi tentava di cogliere il risultato più importante dell’ intera operazione: riuscire a convincere Licio Gelli ad occuparsi del bancarottiere, a tirarlo fuori dai guai grazie all’ intervento di personaggi politici e dell’ alta finanza. In cambio Sindona avrebbe offerto il famoso tabulato dei 500 super esportatori di valuta. Miceli andò almeno due volte in Toscana da Gelli, ma l’ aggancio non riuscì.

Il resto è la storia di Sindona che simula un sequestro facendosi sparare a una gamba e si fa pioi ritrovare in una cabina telefonica a Manhattan. Condannato negli Usa a 25 anni di carcere per frode, false dichiarazioni bancarie, spergiuro e appropriazione indebita di fondi bancari, arriva in Italia per presenziare al processo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Colleziona un altro ergastolo, e due giorni dopo la condanna arriva il famoso caffè al cianuro. Lo stesso che Gelli nella sua villa Wanda tenta di non offrire ai giornalisti che vanno a intervistarlo.