«La società della conoscenza è uno slogan»

«La società della conoscenza è uno slogan»

Un paio di anni fa, mi sono ritrovato per caso a cena insieme a un italiano emigrato a Parigi che si interessava ai temi del digitale e delle sue conseguenze sociologiche. Insegnava in un istituto parigino ed era molto affascinato dai nuovi progetti di digitalizzazione del patrimonio librario.

Parlando di Google Books e delle sue aspirazioni universali – la possibilità di mettere online, pur con precise limitazioni riguardo alle novità, tutti i libri del mondo – disse una frase che mi fece allora molta impressione: «Google è il più grande lettore di sempre».

Il concetto ha un certo fascino. Coglie con folgorante semplicità un aspetto di una trasformazione in atto da pochi decenni: l’ingombrante presenza della tecnologia, e ancor più di Internet, a tutti i livelli dei processi culturali, persino in quello fino ad oggi più personale, la lettura. E trasmette allo stesso tempo la pura forza dei giganti del web, che possono promuovere operazioni così ambiziose come l’opera di scansione più o meno sistematica dei libri delle biblioteche.

La frase mi sembra tuttora molto potente e molto sbagliata, rimuovendo l’aspetto non secondario che l’atto della lettura implichi una comprensione cosciente di un testo scritto che non si può chiedere a uno scanner e men che meno a un motore di ricerca. Ma accanto a quell’espressione così radicale si sono diffuse una serie di etichette ormai in apparenza indispensabili.

Se si affrontano i temi della cultura e dell’educazione al tempo di Internet e della tecnologia, di quali siano le politiche pubbliche che le possano recepire e sfruttare meglio, di come stiano cambiando le nostre abitudini di lettori o di studenti.

Una delle più celebri è quella dei «nativi digitali». Popolarizzata da un articolo di Mark Prensky del 2001, indica le nuove generazioni che sono nate e cresciute con Internet, i computer e i gadget tecnologici. Fin da bambini, le loro esperienze di gioco, di apprendimento e di svago sono state modellate da un ambiente in cui gli schermi del computer sono una presenza fissa. Le conseguenze, almeno nella vulgata diffusa, sono modifiche profonde nel modo di relazionarsi alle informazioni e, in definitiva, alla realtà.

Ma è veramente così? Nel suo libro Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (Laterza, 2013), Roberto Casati critica molti luoghi comuni della cosiddetta “rivoluzione digitale”. Casati è ricercatore presso il Cnrs francese, collaboratore del Sole-24 Ore e da tempo interessato ai rapporti tra le scienze cognitive e le nuove tecnologie.

La sua tesi principale è che il modo “tradizionale” di apprendere attraverso i libri cartacei non sia tanto aiutato quanto piuttosto ostacolato dagli oggetti tecnologici. Non bisogna dimenticare, argomenta, che la finalità per cui sono stati progettati gli smartphone e i tablet è in primo luogo commerciale, e che la risorsa per cui competono è quella, quanto mai scarsa, della nostra attenzione.

Le discussioni intorno ai cambiamenti da apportare nelle scuole e al futuro delle nostre abitudini culturali non possono lasciare da parte i dati che vengono dalla biologia e le conclusioni, tutt’altro che univoche, degli studi sull’apprendimento tramite i nuovi strumenti. Così gli ho chiesto di spiegare in poche parole quali sono i punti fermi del dibattito, partendo proprio dal concetto di “nativi digitali”.

«Non ci sono affatto dati chiari», scrive in Contro il colonialismo digitale, che testimonino una “mutazione antropologica” in corso, legata ai cosiddetti nativi digitali. In particolare, Lei contesta l’analogia tra una modalità di apprendimento del linguaggio dalla nascita e una presunta nuova modalità di apprendimento della conoscenza tramite gli strumenti digitali. Può spiegare meglio quali sono le differenze tra i due ambiti?

«La cosa che vorrei dire preliminarmente è che io non sono certamente contro il digitale. Sono per il buon uso del buon digitale. Uno dei miei ultimi progetti, per fare un esempio, riguarda un software per l’insegnamento dell’astronomia. Per quanto riguarda la questione dei nativi digitali, si tratta di un problema un po’ concettuale e un po’ empirica. Con quell’espressione è stata proposta un’etichetta che a mio parere è unicamente uno strumento di marketing.

“Nativo” è una parola un po’ ambigua. Da un lato può essere unicamente cronologica, indicando i nati dopo il 1990, e dall’altra è utilizzata nel senso di native speaker, di madrelingua o parlante nativo. Ma il meccanismo di apprendimento del linguaggio ha base biologiche molto forti e il concetto centrale in questo campo è che basti l’esposizione. Tutti gli esseri umani che sono stati “esposti” a una lingua parlata nel corso della loro vita hanno imparato a parlare.

E questo sarebbe anche il modello di quello che avviene con i nostri figli: l’idea è il contesto non debba essere strutturato, e che i ragazzi sarebbero in grado automaticamente di sviluppare certe competenze cognitive. Di questo però non c’è alcuna evidenza. Finora gli studi hanno dimostrato addirittura piccoli peggioramenti nell’abilità di apprendere… ma qui si apre un discorso complicato, perché gli studi sono controversi».

Da concetti come “nativi digitali” e “intelligenza digitale”, scrive, rischiano di discendere «posizioni pesantemente normative». Può spiegarmi meglio a quali posizioni si riferisce?

«Mi riferisco all’idea che, siccome i nostri figli sono stati esposti agli schermi dall’infanzia, non possono fare altro che avere sotto gli occhi degli schermi, e dunque ad esempio la scuola deve essere sempre più piena di schermi. E visto che la tecnologia si aggiorna ogni cinque mesi, bisogna aggiornare anche le tecnologie nelle scuole e dotarle degli oggetti più moderni.

D’altra parte, il passaggio dal fattuale al normativo è un grosso problema in tutti i campi dell’umano. È un po’ come dire che, siccome ci sono bambini che mangiano un sacco di caramelle, allora anche a scuola bisogna dar loro le caramelle.

Quale pensa allora che sia il ruolo dei nuovi strumenti tecnologici nella scuola? E come valuta una proposta come quella dell’allora ministro Profumo di passare unicamente al formato elettronico per i libri di testo scolastici?

«Le tecnologie nella scuola ci entreranno e ci devono entrare, ma ci devono entrare in modo intelligente. Io insegnerei non tanto l’uso della tecnologia, quanto l’informatica. Ad esempio, bisognerebbe spiegare agli studenti che cos’è il Gps e quali sono i suoi meccanismi di funzionamento. Invece stiamo assistendo a un continuo slittamento: siamo passati dall’insegnare l’informatica a insegnare unicamente programmi, e poi dai programmi direttamente agli strumenti, agli oggetti. Semplicemente gli oggetti, senza processi che li accompagnano. Le tecnologie nella scuola dovrebbero entrarci con discernimento. E aggiungo che non si capisce perché dovrebbero entrarci otto ore su otto.

Quanto ai libri di testo, è interessante quello che dice Gino Roncaglia sui manuali di testo autoprodotti, che finora hanno mostrato risultati piuttosto deludenti. Poco tempo fa è uscito un saggio di Naomi Baron, intitolato Words Onscreen, da cui emerge che gli studenti preferiscono di gran lunga i manuali tradizionali: perché su di essi si impara meglio».

Nel suo libro Lei argomenta l’idea che la tecnologia – in particolare tramite il design e la progettazione di strumenti sempre più facili da usare – vada piuttosto nella direzione di una minore preparazione e competenza necessaria per fruirla. Non vede una contraddizione tra il fatto che si vada verso una «società della conoscenza», da una parte, e il fatto che la tecnologia vada sempre più verso una semplificazione delle modalità d’uso?

«Non c’è contraddizione nel senso che non si va verso una “società della conoscenza”, che è un altro slogan meraviglioso come “nativi digitali”. È uno slogan che piace molto ai ricercatori che vogliono finanziamenti per i progetti di ricerca e ai ministri.

Si va verso una società della delega, che è molto diverso. Pensi al Gps, di cui sono un grande appassionato: non ho più bisogno di consultare una cartina, c’è un percorso che inserisco io e poi un server remoto che fa tutto… Ma possiamo dire di avere una buona conoscenza delle città?

Non si è creata una nuova intelligenza per il semplice fatto che i ragazzi sono stati esposti fin dalla tenera età alla presenza degli oggetti tecnologici. È esattamente l’opposto di quello che si dice: è la tecnologia ad essersi adattata anche a bambini di quattro anni».

Quali sono i cambiamenti principali che vede nella tecnologia che ci circonda?

«Una volta per montare un computer bisognava guardare il libretto delle istruzioni, chiamare un amico, stare in mezzo ai cavi. Mentre tutti possono usare la tecnologia di oggi: senza più istruzioni e fatti per essere utilizzati da chiunque, siamo davanti ad oggetti magici. Intendiamoci: sono meravigliosi, io li ammiro molto dato che ho anche una – lontana – formazione da designer. Ma gli oggetti tecnologici sono fatti oggi per tenerci completamente in contatto e collegati continuamente, perché alla fine servono ad altro: a raccogliere informazioni su di noi, a farci fare acquisti…

La loro progettazione e il loro design fanno leva su alcune caratteristiche umane, come l’attrazione per i colori, e sfruttano i nostri bisogni atavici. Anche qui torna utile un’analogia alimentare: ci siamo evoluti in un mondo senza zuccheri e senza grassi, per cui siamo diventati macchine molto efficienti per cercare zuccheri e grassi e potendo scegliere non mangiamo, che ne so, l’insalata. Ma non dobbiamo essere contenti per forza che ci siano bambini che mangiano solo bomboloni».