“Le pensioni sono al sicuro, ma non i giovani”

“Le pensioni sono al sicuro, ma non i giovani”

Il tema delle pensioni è, da sempre, uno dei più controversi e più delicati. Nel corso di un secolo è stato strumento di consenso e zavorra nel bilancio; pilastro (e garanzia) del rapporto tra lo Stato e i cittadini; campo di battaglia di aspre contese politiche e terreno di riforma complicato. Sulle pensioni cadono i governi (o temono di cadere), si affrontano i partiti, volano ipotesi, leggende e smentite. L’ultima, in ordine di tempo, è stata emessa dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che ha respinto l’idea, avanzata dal presidente dell’Inps Tito Boeri, di un prelievo alle pensioni sopra i 2.000 euro. Non accadrà, ha detto, perché «la questione è stata già affrontata e risolta».

Nel frattempo, il nodo delle pensioni è ancora lì: la “bomba” sui conti pubblici è stata disinnescata, a un certo prezzo, dal Salva-Italia di Mario Monti ed Elsa Fornero, ma la questione – a differenza dell’idea avanzata da Boeri – è tutt’altro che risolta.
 

La variazione negativa è di «dimensioni ridotte», ma può «sollevare elementi di preoccupazione»

Prima di tutto, i conti. Nel 2013 in Italia la spesa complessiva per le pensioni è stata di 214,9 miliardi di euro, cinque miliardi in più rispetto al 2012. Le entrate a copertura, invece sono state di 189,2 miliardi di euro, con un miliardo e rotti in meno rispetto all’anno precedente. Il disavanzo complessivo si aggira intorno a 25 miliardi di euro, che vengono presi dall’Erario a copertura. La variazione negativa, come sottolinea il Rapporto di Itinerari Previdenziali (qui il link) è di «dimensioni ridotte», ma può «sollevare elementi di preoccupazione», anche alla luce del fatto che dal 1989 «la dinamica delle entrate contributive» era sempre stata positiva: non raggiungeva il pareggio ma aumentava. Ora sembra che il trend si sia invertito e non è una buona notizia – anche se, è bene notare, fino al 2008 le aliquote per i contributi pensionistici crescevano, rendendo inevitabile un aumento delle entrate. La spesa per le pensioni rispetto al Pil, poi, ha visto, dal 2007 al 2013, una crescita di due punti: dal 13,3% al 15,3%. Il valore è tra i più alti rispetto agli altri Paesi europei.

In seconda battuta, la demografia: secondo le previsioni elaborate dall’Istat nel 2011, l’Italia vedrà un aumento della popolazione fino a un picco, nel 2040, di 63,9 milioni di residenti. Da quel momento comincerà a calare, per tornare ai livelli attuali. Il problema è che sarà una popolazione invecchiata, e lo dimostra il fatto che la crescita è dovuta soltanto alla componente di immigrati che entra nel Paese. La natalità, come spiega il rapporto Istat “Indicatori demografici” 2014, è al minimo dai tempi dell’Unità d’Italia: nel 2014 sono nati solo 509mila bambini. Il tasso di figli per madre è di 1,39. Meno di due, cioè il tasso di crescita zero, in cui i due figli prendono il posto dei genitori. Un quadro preoccupante e, sottolinea l’Istat, «insufficiente per garantire il necessario ricambio generazionale».

«La speranza di vita aumenta di qualche mese ogni anno. Un bambino che nasce oggi ha una speranza di vita di 100 anni»

Infine, c’è anche un terzo problema. A differenza del titolo del film di Veltroni, i bambini non sanno. Nel sistema contributivo non è semplice calcolare l’ammontare della pensione futura, e ancora di più in seguito al Salva-Italia. «Forse questa è la vera bomba», spiega Paolo Balduzzi, ricercatore in Scienza delle Finanze dell’Istituto di Economia e Finanza della Cattolica di Milano. «Dal primo maggio l’Inps rende disponibile un simulatore, ma le incognite sono molte». Prima di tutto, il tasso di sostituzione dello stipendio, cioè l’ammontare della pensione rispetto a quanto si guadagna: «prima era molto alto, poteva superare l’80%. Con il contributivo è più difficile dirlo, perché dipende da quanti anni si lavora e dall’età in cui si andrà in pensione», con in più il calcolo degli stabilizzatori automatici della spesa previdenziale: l’entità della pensione dipenderà dal rapporto tra l’età del pensionamento e la speranza di vita, con un adeguamento ogni tre anni e poi ogni due. «La speranza di vita aumenta di qualche mese ogni anno. Un bambino che nasce oggi», spiega Balduzzi, «ha una speranza di vita di 82 anni». E, va detto, molti anni in più di lavoro. «Ma è normale: si vive più a lungo, e in migliori condizioni di salute. I sessantenni di oggi sono i cinquantenni della generazione precedente. Sono forza attiva, ancora valida, che sarebbe uno spreco mettere a riposo».

Le tre questioni, come si intuisce, sono collegate. Il sistema italiano è «a ripartizione», dove i contributi dei lavoratori finanziano le pensioni. L’invecchiamento della popolazione non comporterà il crac del sistema, ma «obbligherà le persone a lavorare più a lungo». Con una pensione più bassa rispetto alle generazioni precedenti. «La strada sarebbe quella della previdenza privata, i fondi pensione». Mantengono il denaro dei contributi nel circolo degli investimenti, e permettono di integrare la pensione. «La tendenza è quella. La storia della previdenza, in Italia, sembra un pendolo: le prime pensioni risalgono al 1919, e il sistema era “a capitalizzazione”. Ciò che veniva dato dal lavoratore veniva investito e quanto risultava costituiva la sua pensione. Nel dopoguerra si è passati a un sistema misto, di capitalizzazione e di ripartizione. Negli anni ’70 è prevalso il sistema di ripartizione, che è diventato puro. Con la riforma Dini del 1995 si sono introdotti i fondi pensione, e si è tornati a un sistema misto. Ogni 25 anni il pendolo scatta. Ma ora ritengo difficile che si abbandoni il sistema a ripartizione».

Il sistema delle pensioni è salvo. Ma ci sono altre mine vaganti per i conti pubblici. Una di queste è l’evasione

Insomma, la situazione al momento regge. Gli equilibri delicati dei conti pubblici hanno trovato equilibrio, sono in sicurezza. Si può fare, ma solo dando per scontato il mantenimento generale del quadro economico del Paese. Secondo Alberto Brambilla, tra gli autori del rapporto di Itinerari Previdenziali, «si può essere ottimisti. L’Italia ha capacità di crescita notevoli e le congiunzioni astrali sono positive. Il sistema può tenere». Incrociamo le dita.

Se la previdenza non è più una bomba a orologeria, «ci sono però altre mine vaganti», continua Brambilla. La principale è «l’evasione fiscale», a danno del sistema pensionistico. «Stretti i bulloni della previdenza, è esplosa la spesa a carico della fiscalità generale», e soprattutto, quella delle pensioni sociali. Si tratta di interventi «che per loro stessa natura non possono essere pagati dai lavoratori, perché sono dirette a persone che, per disgrazie e difficoltà, non hanno potuto lavorare». Pensioni sociali, assegni di invalidità, per i superstiti, integrazioni al minimo: circa il 52,2% dei pensionati riceve prestazioni assistenziali, cioè 8 milioni di persone sui 16 milioni totali. «È evidente che, in questo caso, è l’Agenzia delle Entrate che deve intervenire».

Le stime del tasso reale, cioè di persone che hanno reale bisogno di questi assegni sarebbe, «secondo alcuni studi, l’8 per cento. Ma noi possiamo anche stare al 10%, o al 15%. Non importa: quello che conta è che ci siano verifiche: che i sussidi non vadano a persone che non dichiarano i redditi». Questo, conclude, «è la conseguenza naturale di una politica di distribuzione della protezione sociale che va a colpire i redditi più alti e soccorre quelli più bassi, incentivando l’evasione». L’unica soluzione è «maggiore severità nei controlli», come fanno in Austria o in Germania, «dove le carceri vedono molti evasori, molti più che in Italia». Perché si sa, a Berlino c’è un giudice. E, a quanto pare, anche un ispettore tributario. 

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter