«L’Italia ci dia almeno ciò che serve ad espatriare»

«L’Italia ci dia almeno ciò che serve ad espatriare»

«Devo imparare a correggere le W e le H», dice Axmed, in perfetta cadenza britannica, in una classe di Pronuncia inglese nel quartiere di Islington, Londra. Axmed ha soli 22 anni. Viene dall’Uzbekistan e qui frequenta un master in Business Administration. Possiede già una laurea in Politics. A pochi passi di distanza dalla scuola, al Pub Steam Passage, lavora Eli, 19 anni, svedese. È un’attrice ed è a Londra per provare ad entrare in un corso di regia. «Il tuo inglese è molto buono», mi dice. «In genere voi italiani non lo parlate per niente». 

Mentre i talenti stranieri lavorano sulla pronuncia, gli italiani fanno i camerieri da Starbucks per imparare a prendere le ordinazioni in inglese

Axmed, Elin e le decine di tedeschi, olandesi, asiatici che ogni settimana arrivano a Londra sono i talenti con cui quegli italiani che “non parlano l’inglese” devono competere in questa città. Gli italiani che – mentre i cervelli stranieri lavorano sulla pronuncia – fanno i camerieri da Starbucks per imparare a prendere le ordinazioni e accogliere i clienti. Gli italiani che hanno tra i 28 e i 30 anni e almeno una laurea in tasca.

«E chi ce lo restituisce questo tempo? Perdiamo uno, due anni del periodo più importante della nostra vita professionale per recuperare qualcosa che la scuola italiana avrebbe già dovuto darci», mi aveva detto non troppo tempo fa Stefano Barone, sulla collina di Harrow. Anche lui, arrivato a Londra dopo i primi anni di lavoro in Italia, aveva rincominciato dai piatti sporchi di un ristorante, per passare dopo un anno a un lavoro di segreteria e solo poi tornare alla sua professione, quella di produttore musicale. Con diversi anni di esperienza per la casa discografica Emi, l’unica cosa che gli mancava, a 30 anni, era un buon inglese. E gli è costato due anni di giovinezza.

«E chi ce lo restituisce il tempo perso a 30 anni per imparare l’inglese?»

C’è un Paese, al di sotto delle Alpi, che dovrebbe prendere seriamente i suoi ragazzi. E se ha già deciso che innovazione e investimenti non sono più pane per i suoi denti, dovrebbe almeno mettersi al lavoro per offrire a questi giovani gli strumenti che servono per andare altrove a realizzare se stessi, correre incontro al futuro ed essere felici. E, arrivando a Londra, poter competere con i tedeschi, danesi e cinesi che all’arrivo padroneggiano la lingua, sanno muoversi in un ambiente internazionale e a pranzo non mangiano mai solo i piatti tipici del Paese di origine.

Perchè a Londra come a Bruxelles o in un’altra capitale economica mondiale, non importa solo quanta esperienza professionale tu abbia, o il voto di laurea che hai preso. A meno che non si sia ingegneri o professionisti con capacità tecniche specifiche, la lingua inglese è un elemento chiave. Se non la conosci abbastanza bene diventa una prigione che ti costringe alla catena di forza per almeno un anno. Ti obbliga a metterti in stand-by dopo aver già pazientato a lungo nel tuo Paese di origine. 

Ci sono giovani qui a Londra che si sentono traditi dal loro Paese

Lasci un’Italia che non ti offre opportunità di metterti alla prova, esprimere il tuo potenziale, o semplicemente lavorare e sentirti utile. E arrivi a Londra con il bagaglio che quel Paese ti carica sulla testa: un inglese tanto povero da costringerti ad aspettare ancora, ancora, e ancora. Mentre gli anni passano e il blocchetto delle ordinazioni al bar in cui lavori assorbe le tue energie migliori.

Ci sono giovani qui a Londra che si sentono traditi dal loro Paese. Che si accorgono solo ora che, mentre sedevano sui banchi del liceo imparando l’inglese da un’insegnante che diceva «Thank you» con la T e «Think» con la F, hanno perso tempo prezioso. Un tempo che nessuno ora può più restituire.

Silvia Favasuli