Mario Rossetti: “Cento giorni in galera da innocente”

Mario Rossetti: “Cento giorni in galera da innocente”

«Guardia di finanza, apra subito». Inizia così l’incubo di Mario Rossetti. Una storia da film che ancora non è terminata. Poco meno di quattro mesi in prigione e otto ai domiciliari per poi sentirsi dire che lui, con la famosa frode carosello da due miliardi di euro di “Fastweb-Telecom Sparkle”, non c’entrava nulla.

Rossetti, 51 anni, figlio di un generale dei carabinieri in pensione, laurea in economia e master ad Harvard, era stato fino al 2005 il direttore finanziario di Fastweb. Non faceva più quel lavoro da tempo.

La mattina del 23 febbraio 2010 le Fiamme gialle hanno fatto irruzione in casa sua. Si sono portate via tutto, comprese le catine d’oro dei figli con le dediche dei nonni. Si sono portate via lui, in manette, prima a San Vittore e poi a Rebibbia, dove avrebbe trascorso 100 giorni in galera, lasciando la moglie e i tre figli, di 2, 9 e 10 anni senza un euro: conti correnti bloccati, immobili, contanti, auto e beni di valore sotto sigilli. La famiglia è andata avanti solo grazie alla generosità e alla solidarietà degli amici.

La sofferenza e la claustrofobia nella cella, fredda e buia, fatta di spazi ristretti, divisi con detenuti di ogni tipo. Un’umanità dimenticata, che gira in tondo nel cortile del carcere durante l’ora d’aria, che non ha alcuna possibilità di impiegare l’enorme quantità di tempo libero, che può ritrovare un po’ della privacy lasciata fuori solo sotto le coperte del suo letto, rigorosamente a più piani.

E un’accusa da cui difendersi, quella di associazione per delinquere transnazionale, senza capire bene neppure il perché. «Essendo un esperto di professionalità altissima», non poteva non sapere, avrebbero spiegato i pm durante la requisitoria. Dopo l’assoluzione in primo grado, arrivata il 17 febbraio 2013 e, in attesa del processo in appello, Rossetti ha raccontato la sua storia in un libro: Io non avevo l’avvocato (Mondadori). Perché le persone perbene non hanno il numero di un avvocato a portata di mano, si legge nel testo.

Ha fatto una scelta coraggiosa, ma l’assoluzione non è ancora definitiva. Non ha paura che pubblicare la sua storia in questo momento le si possa ritorcere contro?
Cosa dovrebbe accadermi più di ciò che già è successo? Sono stato recluso per un anno senza motivo. Mi possono condannare sul nulla? Ho avuto giustizia da un tribunale della Repubblica. E ho sempre avuto e ho fiducia nella giustizia. La mia è una testimonianza civile necessaria per i miei figli. In molti hanno notato come nel mio libro non c’è rabbia, ma solo dolore e sofferenza per quello che è successo. E penso che sia necessario raccontare i fatti perché le persone se ne facciano un’idea, al di là dei convincimenti. È un caso concreto offerto al lettore.

“Io sono, nella sfortuna, una persona molto fortunata, perché ho avuto la possibilità di scrivere un libro. Ma in carcere ho incontrato tante persone che non hanno una voce, che non hanno un avvocato, né i soldi per pagarlo”

Col suo libro porta avanti una battaglia.
È una battaglia fatta in nome di chi non ha una voce. Io sono, nella sfortuna, una persona molto fortunata, perché sono ancora in piedi, parlo, ho avuto la possibilità di scrivere un libro. Ma in carcere ho incontrato tante persone che non hanno una voce, che non hanno un avvocato, né i soldi per pagarlo. I numeri del ministero della Giustizia sul tasso di scolarità dei detenuti parlano chiaro: quelli con laurea o diploma di scuola superiore sono meno del 10 per cento. Il 30 per cento sono extracomunitari. Il resto è tutta gente che non ha un titolo di studio, non ha un lavoro, una professione, nulla.

Perché è finito in prigione?
Io ancora non lo so. Il punto più debole di tutta questa vicenda sono proprio gli arresti, 3 anni dopo il mio primo interrogatorio. L’inchiesta era stata archiviata (cosa che scoprirò nel corso del processo), e quindi sono finito in carcere sulla base delle stesse accuse che venivano mosse nei miei confronti 3 anni prima, in un momento in cui non potevo reiterare l’eventuale reato né inquinare le prove perché ero ormai fuori da Fastweb, e in generale dal campo delle telecomunicazioni; non potevo fuggire perché non avevo più un soldo. Se proprio avessi voluto, lo avrei fatto tre anni prima.

Eppure la sua custodia cautelare è andata avanti per circa un anno, ed è passata al vaglio di più giudici.
Che in Italia si abusi della custodia cautelare lo dicono i primi presidenti della Corte di Cassazione da quattro anni, nei discorsi tenuti in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. E questo accade perché ci sono delle interpretazioni estensive delle norme del codice di procedura penale. Nella sostanza gli stessi magistrati hanno talmente poca fiducia nel riuscire ad arrivare in fondo ai processi che intanto fanno scontare preventivamente la pena agli indagati.

“Nella sostanza gli stessi magistrati hanno talmente poca fiducia nel riuscire ad arrivare in fondo ai processi che intanto fanno scontare preventivamente la pena agli indagati”

Cosa le ha procurato maggiore sofferenza in prigione?
La lontananza dai miei figli, che è stata contemporaneamente la mia più grande speranza, ciò che mi ha dato la forza: ce la dovevo fare perché sapevo che loro avevano bisogno di me.

Sulla base di quello che ha vissuto, ritiene opportuna la “riforma Orlando” che prevede la responsabilità civile dei magistrati?
Penso che in generale ognuno è responsabile del suo lavoro. Che la vecchia legge Vassalli non ha funzionato lo dicono i numeri, e mi sembra che questa riforma vada nella giusta direzione. Anche perché a giudicare i magistrati sono altri magistrati a cui i cittadini possono rivolgersi per dire che un collega, forse, ha avuto un comportamento non corretto.

Come l’ha cambiata questa esperienza e quali strascichi si porta ancora dietro?
Certamente oggi sono una persona diversa rispetto a quella che che ero 5 anni fa. Il carcere è una specie di timbro, un marchio che ti porti addosso.

Uno strascico, dal punto di vista pratico, è che gli Stati Uniti ancora mi negano il visto nonostante l’assoluzione e questo oggi mi crea dei problemi a livello professionale. Ho chiesto la prima volta il visto quando mio figlio si è ammalato, per farlo visitare in alcuni ospedali americani all’avanguardia sulla sua malattia ma, siccome il processo era ancora in corso, mi hanno risposto di tornare una volta avuta la sentenza. Quando sono stato assolto perché estraneo ai fatti, ho ripresentato la domanda ma ho avuto ancora una risposta negativa e non riesco a comprenderne il perché.

La tragedia nella tragedia è stata proprio la morte del suo figlio minore, che si è ammalato nel corso del processo, e non ce l’ha fatta.
Anche una cosa gravissima come quella che è successa a me, di fronte a una tragedia grande come la perdita di un figlio, sbiadisce, perde di importanza.

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