TaccolaMercatone Uno, 4.000 lavoratori a rischio e ignorati

Mercatone Uno, 4.000 lavoratori a rischio e ignorati

Non c’è traccia della mobilitazione che ha contraddistinto nei mesi scorsi la battaglia per salvare i lavoratori delle acciaierie di Terni, Piombino, Taranto, o degli stabilimenti dell’Electrolux nelle regioni del Nord Italia. Ma in queste ore si sta giocando il futuro di 4mila lavoratori, quanti quelli di una grande acciaieria: quelli di Mercatone Uno, la catena di grandi magazzini che ha già consegnato al tribunale fallimentare di Bologna la domanda di concordato preventivo “in bianco” e potrebbe chiudere a brevissimo quasi la metà dei suoi punti vendita.

La denuncia dei sindacati: la catena di grandi magazzini potrebbe chiudere entro aprile quasi la metà dei suoi punti vendita

I sindacati mercoledì 1° aprile hanno indetto una giornata di sciopero e hanno fatto un presidio davanti al ministero dello Sviluppo economico. L’incontro tra Mise, società e rappresentanti dei lavoratori non c’è stato, perché l’azienda pochi giorni prima aveva detto di non poter essere presente per un cda. Una delegazione di sindacalisti nazionali e delegati aziendali è stata ricevuta dal sottosegretario Giampiero Castano. Ora per le parti sociali è il momento di alzare la voce, e non si fanno sfuggire l’occasione. «L’azienda ha ignorato per anni quello che succedeva nella concorrenza e non ha fatto nulla, sia per l’organizzazione della rete sia dal punto di vista dell’offerta commerciale, per evitare questo disastro – dice a Linkiesta Sabina Bigazzi, segretario nazionale della Filcams-Cgil che sta seguendo la vertenza -. Chiediamo la tutela e la garanzia del ministero perché consideriamo l’azienda inaffidabile. I lavoratori ci riportano di indicazioni verbali sulla prossima chiusura di 34 punti vendita nei quali oggi sono in corso le svendite, cosa che sta creando il panico tra i lavoratori. Ci sono inoltre 360 lavoratori con contratti di associazione in partecipazione che rischiano di non avere alcuna tutela in caso di fallimento».  

Sabina Bigazzi, Filcams-Cgi: «L’azienda per anni non ha fatto nulla, sia sull’organizzazione della rete sia dal punto di vista dell’offerta commerciale»

La Mercatone Uno è associata dal grande pubblico alle gesta epiche di Marco Pantani al Tour e al Giro. Un monumento dedicato al Pirata, morto ormai da 11 anni, è posto davanti alla sede dell’azienda, a Imola. Il giallo che contraddistingue l’azienda negli anni che precedettero il dramma di Pantani si sposò perfettamente con quello della maglia del leader della Grand Boucle e si impresse nella mente degli italiani. Quel giallo oggi però appare quanto mai sbiadito e per l’azienda, fondata esattamente 40 anni fa, è il momento più duro. La società è a gestione familiare, i soci storici sono le famiglie Cenni e Valentini. Negli ultimi tempi non hanno lesinato gli sforzi per cercare risorse dall’esterno. Dal 2013 l’amministratore delegato è Pierluigi Bernasconi, noto nel mondo del retail per aver reso grande in Italia la catena di elettrodomestici Media World. Negli ultimi mesi è diventato presidente Alessandro Servadei, commercialista di Bologna specializzato in concorsuale (crisi di imprese). Il piano di rilancio è stato predisposto dalla società di consulenza strategia Boston Consulting Group. Tra i membri del consiglio sindacale figura un nome noto come quello di Maurizio Dallocchio, professore della Bocconi.  

Marco Pantani al Giro d’Italia 2001, con i colori della Mercatone Uno (Yuzuru Sunada /Grazia Neri Mandatory)

Nel 2013 è arrivato l’ex ad di Media World Pierluigi Bernasconi ed è stato redatto un piano di sviluppo. Ma era troppo tardi

Tutto però sembra arrivare tardi. Le perdite si sono fatte pesanti, così come i debiti. Il bilancio 2013 della holding del gruppo, la M. Estate spa, riporta una perdita di 15 milioni di euro. La sub-holding Mercatone Uno Services spa, a cui fa capo l’attività commerciale, riporta invece una perdita di 95 milioni di euro (rispetto ai 6 milioni di perdita del 2012). Nei bilanci della società si fa cenno solo al contesto di crisi generale dei consumi, ma la spiegazione non convince i sindacati. «Questa azienda è un emblema del fatto che non basta la crisi a spiegare il tracollo di molte aziende italiane – commenta Sabina Bigazzi -. L’attuale esposizione debitoria si spiega con la scarsa lungimiranza e la mancanza di capacità di modificare l’offerta. Il modello è ancora quello del gran bazaar che vende di tutto, dalle lampadine ai mobili, una formula che funzionava negli anni ’80 e ’90. In questi anni non hanno guardato a quello che faceva la concorrenza. Inoltre la rete è troppo fitta, solo a Lecce ci sono tre punti vendita». 

La logica della riorganizzazione: basta modello “gran bazaar”, più format, meno punti vendita

Proprio la razionalizzazione dei punti vendita è posta alla base del piano di riorganizzazione del gruppo, illustrato nel bilancio 2013. La logica seguita, si legge, è quella della focalizzazione sulla categoria merceologica del mobile e dell’arredamento, con il taglio di audio-video, telefonia, abbigliamento e altro. Un altro punto chiave è la diversificazione dei punti vendita, per mantenere “format” distributivi caratterizzati e differenziati rispetto alle altre catene della grande distribuzione, senza perdere le economie di scala. I marchi sono Mercatone Uno, Mercatone Germanvox, Tre Stelle, È Oro. Il terzo punto è stata la diminuzione dei punti vendita, nel 2013 da 128 a 124, con tre chiusure di punti vendita Mercatone Uno, uno a insegna Borsari Sport, due a insegna È Oro, e l’apertura di due nuovi punti vendita È Oro. Altri sei negozi hanno subito un processo di “remodelling”, con l’adozione della nuova formula commerciale “specialisti per la casa”. 

Nel bilancio 2013, redatto nel maggio 2014, si dice che nella primavera del 2014 sono stati chiusi altri sei punti vendita Mercatone Uno e sette a insegna Tre Stelle. Fino al maggio 2014 sono stati ristrutturati 7 negozi e i remodelling previsti erano 11. Il piano di riorganizzazione fino al 2018 (che prevede anche un taglio dei costi), prevedeva una crescita del fatturato dai 577 milioni del 2014 ai 780 del 2018. Le perdite sarebbero durate fino al 2016 (40 milioni la previsione per il 2014) e nel 2018 si sarebbero trasformate in utili per 15 milioni. 

Il piano di sviluppo fino al 2018. Fonte: bilancio 2013 Mercatone Uno Services spa

Nel luglio 2014 l’azienda ha rinegoziato il debito con le banche. Ma a settembre i soldi erano finiti. A gennaio il concordato in bianco

La realtà è però diversa. Nel luglio 2014 l’azienda di Imola ha sottoscritto un accordo con un pool di banche nazionali e locali che riscadenzava il debito finanziario di 250 milioni. In questo contesto, aggiunge Sabina Bigazzi, è stato ottenuto un finanziamento aggiuntivo di 25 milioni di euro, che però a settembre risultavano già finiti. A una domanda sul punto l’azienda non ha risposto, limitandosi a inviare alcuni comunicati stampa usciti negli scorsi mesi. La tappa successiva è stata il 19 gennaio 2015, quando la Mercatone Uno ha presentato al Tribunale di Bologna domanda prenotativa di ammissione alla procedura di concordato preventivo. Da quel momento, aggiunge la sindacalista, è stata messa sotto la tutela di due commissari. In seguito, il 12 marzo, c’è stato il primo incontro tra sindacati e azienda al ministero dello Sviluppo economico. 

I punti su cui azienda, sindacati e Mise si dovranno confrontare sono soprattutto tre: la sorte dei 34 punti vendita Mercatone Uno che stanno effettuando le svendite; il possibile acquisto di parte della società a opera di un investitore esterno; il destino dei 3.500 lavoratori, più 360 associati in partecipazione. 

Sulla chiusura dei 34 punti vendita ci sono solo le voci dai sindacati. Il Mise: “non ne sappiamo nulla”

Sulla chiusura dei 34 punti vendita non ci sono certezze, solo voci raccolte dai sindacati e riprese più volte dalla stampa locale. A una domanda sul punto l’azienda non ha risposto. Dal ministero dello Sviluppo economico fanno sapere che nessuna comunicazione è arrivata in merito dall’azienda. Come specifica Sabina Bigazzi della Filcams-Cgil, «la chiusura potrebbe avvenire entro aprile, ma la può decidere solo il tribunale, essendoci il concordato preventivo». 

Sono arrivate tre offerte per l’acquisto. Si parla dell’acquisizione di metà dei punti vendita

Molto delicata è la questione dell’eventuale acquisto da parte di un investitore. Nei mesi scorsi, riporta Il Sole 24 Ore, si è parlato di un soggetto interessato a comprare circa la metà dei punti vendita. L’azienda, in un comunicato stampa, scrive che alla scadenza del termine del 28 febbraio per l’ufficializzazione di eventuali manifestazioni di interesse, ne sono arrivate tre da parte di potenziali investitori, «sui quali è necessario mantenere al momento il massimo riserbo, con i quali sono già in corso contatti». 

Ai sindacati risultano 360 lavoratori con contratti di associazione in partecipazione, vietati dalla legge Fornero

Sul destino dei lavoratori c’è la preoccupazione maggiore dei sindacati. Il punto sarà capire se saranno messe risorse per gli ammortizzatori sociali paragonabili a quelli attivate nei mesi scorsi in occasione delle crisi delle grande industrie. La dislocazione dei punti vendita sul territorio nazionale non aiuta a fare mobilitazioni dei territori paragonabili a quelle registratesi a Piombino, Taranto o Terni. C’è poi la questione dei 360 lavoratori con il contratto di associazione di partecipazione, una formula che è stata abolita dalla legge Fornero. «Sono contratti illegittimi», dice Sabina Bigazzi, che, sul perché il sindacato non sia intervenuto prima sulla questione, risponde: «Pochissimi sono venuti da noi in questi anni, in queste situazioni è difficile dare tutele ai lavoratori». I sindacati, per questi lavoratori, chiedono anche delle risposte riguardo al versamento della ritenuta d’acconto.