TaccolaMusei, tutte le resistenze a una riforma giusta

Musei, tutte le resistenze a una riforma giusta

«Macelleria sociale», «smantellamento e mortificazione delle professionalità», «distruzione col lanciafiamme»: sono alcune delle definizionI usate dai sovrintendenti e dalle associazioni loro vicine lo scorso anno per definire la riforma del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo. La minaccia di sciopero dei lavoratori dei servizi in concessione agli Uffizi durante i giorni di Pasqua (poi revocata dopo un accordo che ha impegnato a mantenere il personale anche dopo le nuove gare) non è infatti che la punta dell’iceberg di un settore che da mesi sta lottando contro un intervento che è radicale e che promette di cambiare il modo in cui i musei sono gestiti in Italia. Una riforma che non si può definire “renziana” solo perché era stata avviata da Massimo Bray, il predecessore dell’attuale ministro della Cultura, Dario Franceschini. Ma che lo è, sia per i tempi stretti sia perché ha finora travolto le resistenze che si sono poste in mezzo. Spesso aprioristiche, ma in qualche caso con alla base dei motivi oggettivi, sopratutto per come la riforma è stata applicata. 

I nuovi direttori dei 20 musei maggiori

Il punto principale della riforma è che la tutela e la valorizzazione dell’arte e la cultura sono distinte e vanno gestite da persone diverse

Cosa prevede di sconvolgente la riforma del Mibact? Il punto principale è uno: la tutela e la valorizzazione dell’arte e la cultura sono distinte e vanno gestite da persone diverse. Dopo i tentativi del passato di affidare la valorizzazione a una direzione generale del ministero (prima a Mario Resca, ex ad di McDonald’s e attuale direttore di Confimprese, poi ad Annamaria Buzzi, salita alle cronache di recente per essere la sorella di Salvatore Buzzi), la strada seguita è stata quella di dare autonomia contabile e amministrativa ai primi diciotto musei italiani e a due sovrintendenze archeologiche, che prima erano alle dipendenze delle sovrintendenze. Il modello internazionale citato dal ministro Franceschini in un’audizione al Senato dello scorso dicembre è quello francese. Ma su questo non c’è troppo da fare affidamento, perché il modello francese viene tirato in ballo anche da chi contesta la riforma. Il senso del ragionamento è che chi gestisce un grande museo (per i minori rimane il ruolo dei sovrintendenti anche per la valorizzazione) deve avere competenze diverse, anche sul fronte della comunicazione, della fissazione dei prezzi, dell’organizzazione del personale, rispetto a chi si deve occupare di tutela del paesaggio o delle opere d’arte. 

La strada seguita è stata quella di dare autonomia contabile e amministrativa ai primi 18 musei italiani e a due soprintendenze archeologiche

Le polemiche si sono concentrate in primo luogo sulla guida di questi musei: il decreto legge ArtBonus ha previsto che potranno essere governati da direttori scelti mediante una selezione pubblica, internazionale. Il bando è effettivamente stato pubblicato e alla scadenza del 15 febbraio sono arrivate poco più di mille e duecento candidature (molte multiple). Le sta vagliando un comitato composto da cinque persone, con esperienza di direzione di musei internazionali. Chi sono i candidati e chi dovrà gestire i musei? Franceschini ha più volte rassicurato sul fatto che questi manager «non verranno dalla Coca-Cola» (forse un riferimento proprio a Resca, che veniva da McDonald’s), ma saranno «architetti, storici dell’arte, archeologi». Il bando però è piuttosto aperto e prevede che possano essere dirigenti del Mibact, professori universitari, persone dotate di particolare specializzazione professionale, culturale e scientifica e anche dirigenti da almeno cinque anni di aziende private o pubbliche. Non sono quindi esclusi i manager di aziende culturali. «Bisogna però trovare delle figure che abbiano la caratura di un direttore di un’istituzione museale globale, come gli Uffizi, è chiaro che dovrà avere delle competenze storico-artistiche», dice un consulente vicino alla riforma. 

«Tutela e valorizzazione devono andare a braccetto — commenta Alberto Rossetti, direttore generale di Civita, società concessionaria che gestisce un’ottantina di musei, a partire dagli Uffizi, e organizza mostre —. La divisione tra le soprintendenze e i musei e collezioni, con i direttori che si occupano della strategia penso sia positiva. Sono professionalità molto diverse e quello che uscendo è un modello più conforme alle esperienze europee. Il museo deve avere un direttore, non un semplice funzionario. Per gestire i musei bisogna avere cognizione di causa. La distinzione non può significare che ognuno vada per conto proprio. Devono essere due ruote di una stessa macchina». 

Le proteste

Montanari: «Il settore aveva bisogno di una riforma, ma nessuna riforma si può fare a costo zero

Le rassicurazioni di Franceschini non sono però bastate a placare le proteste e le lettere aperte per cambiare la riforma, come quella ospitata dal Giornale dell’Arte, firmata da un gruppo di professionisti in diverse specializzazioni dei beni culturali. «La riforma è stata presa nel settore con resistenza e dolore — continua il consulente —, perché il processo con cui è stata condotta è stato molto rapido. Il livello di concertazione è stato limitato». La disputa sulla tutela si è inoltre innestata su una struttura già tagliata da riforme precedenti (cinque in pochi anni) e indebolita dal blocco del turnover. 

«Il settore aveva bisogno di una riforma, ma nessuna riforma si può fare a costo zero, e men che meno tagliando — commenta a Linkiesta Tomaso Montanari, storico dell’arte, docente all’Università Federico II di Napoli e opinionista con blog su Repubblica e Il Fatto Quotidiano —. Ci sono tagli a un corpo morente, che porteranno quel corpo a morire». 

A mettere benzina sul fuoco c’è il fatto che tutta la riforma è partita da un’esigenza di spending review, con la necessità di tagliare un certo numero di dirigenti, soprattutto di prima fascia. Le direzioni regionali si sono trasformate in segreterie regionali, con dirigenti di seconda e non più di prima fascia. Soprattutto, le sovrintendenze sono state accorpate: o meglio, quelle storico-architettoniche sono state accorpate a quelle per la tutela del paesaggio, cosa che ha scatenato la preoccupazione che tutte finissero sotto la guida di un architetto, con l’estromissione degli storici dell’arte. Sono invece rimaste in piedi le sovrintendenze archeologiche, secondo Franceschini per “la straordinaria vastità e qualità del patrimonio archeologico italiano”, secondo altri con una scelta incoerente.

Dalla teoria alla pratica

«La sovrintendenza unica di Roma è vancante, non era successo neanche durante la guerra, è l’8 settembre del patrimonio»

«È stato un errore non discutere nel merito la riforma, trincerandosi dietro la necessità di tagliare, ora i nodi vengono al pettine — commenta Montanari —. Ci sono due modi di guardare alla riforma: quello teorico, che vede la distinzione tra valorizzazione e tutela e l’accorpamento delle sovrintendenze, che sono cose giuste. Poi c’è come questo si applica: se come voto do un 6 e mezzo all’impostazione della riforma, all’applicazione do un 3. Oggi per esempio la sovrintendenza unica di Roma è vancante, non era successo neanche durante la guerra, è l’8 settembre del patrimonio. Le preoccupazioni degli storici dell’arte mi sembravano troppo allarmistiche, ma effettivamente nelle nuove sovrintendenze miste hanno messo solo architetti».  

Il clima non è certo stato alleggerito dalla valanga di spostamenti dei sovrintendenti da un posto all’altro che è avvenuta nelle scorse settimane. Una scelta dettata ufficialmente dal commissario anticorruzione Raffaele Cantone, che avrebbe suggerito il rimescolamento delle cariche per impedire che i dirigenti pubblici mettano troppe radici. Ma considerata anche punitiva nei confronti di chi si è messo di traverso alla riforma. «Tirare in ballo Cantone non ha senso, perché la gestione economica spettava ai direttori regionali — sottolinea Montanari —. Il punto è politico: Renzi vorrebbe distruggere le sovrintendenze, anche perché quando era sindaco ha dovuto lottare con quella di Firenze, che ha effettivamente un potere eccessivo, perfino superiore a quello del sindaco. Franceschini sa che non gli conviene farlo. Allora da ex democristiano dice di non distruggerle ma con tutti gli spostamenti di fatto le indebolisce molto». 

La riorganizzazione del ministero ha poi previsto la creazione di due nuove direzioni, una per l’arte e architettura contempoanea e le periferie, l’altra per l’educazione e ricerca. A essere penalizzati sono invece soprattutto le biblioteche e gli archivi.

Gare Consip, marcia indietro sullo schema 

Il settore dei musei aspetta anche un altro cambiamento: i nuovi schemi per le gare per i servizi in concessione, che la Consip sta predisponendo. Fino alla fine dello scorso anno l’ipotesi prevalente era che la Consip facesse una prima gara nazionale (divisa poi in quattro macro-lotti regionali) con la quale creare una short-list di aziende. In un secondo momento i singoli musei (o le altre “stazioni appaltanti”) avrebbero fatto delle seconde gare, più specifiche, invitando a partecipare solo le aziende già inserite nella short-list. La gara avrebbe riguardato tutti gli aspetti della gestione: facility management (pulizie e manutenzione), bigliettera e servizi aggiuntivi (bookshop e ristorazione). Si creava quindi il bisogno di formare delle Ati (aggregazioni temporanee di impresa) tra soggetti molto diversi e il rischio era di mettere fuori gioco le piccole realtà locali. 

Ci saranno tre gare distinte, una per la gestione dell’immobile (facility management), una per la biglietteria e una per i servizi aggiuntivi

Oggi lo schema è cambiato: ci saranno tre gare distinte, una per la gestione dell’immobile (facility management), una per la biglietteria e una per i servizi aggiuntivi. È ancora in discussione se il meccanismo seguito sarà effettivamente quello dell’accordo quadro o quello della convenzioni, ossia della selezione delle aziende da parte della Consip, con le aziende che potranno scegliere semplicemente i servizi da un catalogo sul sito della Consip stessa.  «A quanto ne sappiamo — aggiunge Alberto Rossetti di Civita — ci sarà un meccanismo di appalto (modello convenzione, ndr) per il facility management, dove non c’è bisogno di strategia di tipo culturale. Per i servizi aggiuntivi ci dovrebbe invece essere il meccanismo della concessione. Mentre non sappiamo che destino avrà la biglietteria». 

Mentre le gare sono ancora da svolgersi — i primi schemi sono attesi entro giugno — e in attesa che termini il regime di proroga che va avanti da anni nei principali musei italiani dopo che i bandi precedenti sono stati impallinati da vari ricorsi ai Tar, sono partite le proteste agli Uffizi, con la minaccia della chiusura della Galleria durante il ponte di Pasqua. Lo scopo è stato «preventivo», spiega a Linkiesta uno dei segretari nazionali della Cgil-Filcams, Christian Sesena. «È stata una protesta per le gare annunciate,  che probabilmente si terranno a settembre. Alcuni di questi contratti di lavoro con la società Opera non prevedevano clausole sociali in caso di cambio di appalti. I lavoratori in altri termini potevano essere lasciati a casa dalle nuove società che avrebbero vinto l’appalto. Siamo stati previdenti». 

La clausola sociale, che prevede di dare priorità ai lavoratori già operanti nelle società che gestiscono gli appalti avrà valenza nazionale, perché il ministro Franceschini ha dato indicazione alla Consip di inserirla nelle prossime gare. «È un’operazione meritoria — commenta Sesena —. Firenze, grazie alla più alta presenza di lavoratori, ha iniziato un percorso che avrà un impatto anche su altri lavoratori: quelli del Mibact e i lavoratori dei servizi aggiuntivi». Una garanzia per i lavoratori che, però, sarà anche il primo di molti paletti che si troveranno di fronte i nuovi direttori dei musei chiamati a rivoluzionare la loro gestione e a renderli efficienti come quelli internazionali di pari valore. 

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