Nell’inferno del Mediterraneo: «Peschiamo cadaveri ogni giorno»

Nell’inferno del Mediterraneo: «Peschiamo cadaveri ogni giorno»

«Siamo amareggiati e distrutti. Ogni giorno troviamo cadaveri nelle nostre reti insieme al pescato». Fabio Micalizzi è il presidente dell’Associazione pescatori marittimi professionali della Sicilia (Apmp). Uno che esce nel mare di fronte alle coste siciliane ogni giorno. Un mare in cui prima si trovavano solo i pesci. Oggi i pescatori trovano nelle reti i cadaveri dei numerosi profughi e immigrati, vittime dei continui naufragi nelle acque del Mediterraneo. Oltre 1.500 dall’inizio del 2015. «La maggior parte dei pescatori quando trova un cadavere ormai non lo segnala più ufficialmente per non avere grattacapi giudiziari», racconta Micalizzi. Segnalarlo, per un pescatore, significherebbe essere interrogato e fermato in porto per molti giorni. 

Quindi i corpi vengono gettati di nuovo in mare?
I cadaveri non vengono neanche toccati per paura di prendere malattie. I pescatori tagliano direttamente le reti, provocando danni alle attrezzature.

Cioè?
Taglia oggi taglia domani, questo rappresenta per noi un costo notevole e un danno ingente alle attrezzature. Per fare una rete ci vogliono intere giornate. Parliamo di grandi reti da 60-70-100mila euro. Per noi è un danno anche economico, oltre che morale.

“Ogni giorno troviamo cadaveri nelle nostre reti. Spesso i pescatori non lo segnalano ufficialmente per non avere grattacapi giudiziari”

Cosa significa per voi imbattersi ogni giorno nei cadaveri di queste persone?
Vedere un cadavere non è una cosa bella. Sono corpi che magari sono in mare da giorni. Sono cose che ci distruggono dal punto di vista morale. Pensare che prima di essere cadaveri erano persone che andavano alla ricerca della felicità fa malissimo. Sono emozioni indescrivibili, che rimangono impresse.

Come vive oggi un pescatore nel canale di Sicilia?
Malissimo. Noi incontriamo di tutto, in mare. Dai trafficanti di esseri umani ai contrabbandieri armati di tutto punto. Ormai abbiamo paura di andare in mare. Noi possiamo arrivare fino a 40 miglia dalle coste italiane nelle acque internazionali. A pochi chilometri da noi c’è l’Isis. Non navighiamo più tranquilli. A questo si aggiungono le restrizioni delle direttive europee, oltre a una serie di progetti che sono solo serviti a sprecare denaro pubblico e sui quali ho anche presentato esposti in diverse procure della Repubblica. La pesca così rischia di scomparire, anche i giovani stanno scappando da questo settore. Tant’è che stiamo pensando di chiedere lo stato di calamità. Abbiamo anche chiesto al governo di varare un progetto in cui i pescherecci, anziché uscire nelle battute di pesca, vengano usati come vigilanza.

“Molti pescatori quando trovano un cadavere nelle reti tagliano direttamente la rete, con perdite enormi anche nelle attrezzature”

Pescherecci per vigilare le coste?
Sì, abbiamo proposto di usare le nostre barche a servizio di vigilanza e per la segnalazione di anomalie. Ci proponiamo di uscire appositamente per fare la vigilanza. Ovviamente con le giuste autorizzazioni e il giusto sostegno da parte dello Stato. Le coste oggi non sono vigilate. Dalle coste entra di tutto, e invece andrebbero vigilate 24 ore su 24. Non abbiamo ricevuto ancora risposte. In compenso io ho ricevuto telefonate anonime minacciose, dopo aver presentato il progetto. Siamo arrivati alla conclusione che ci siano collaboratori dei trafficanti anche nelle istituzioni.

Ma i pescatori sono armati a bordo?
No. In compenso quelli che incontriamo in mare lo sono eccome.