«Persecuzioni dei cristiani? È un regolamento di conti»

«Persecuzioni dei cristiani? È un regolamento di conti»

La strage di studenti nell’università di Garissa, in Kenya, avvenuta giovedì 2 aprile ad opera dei militanti del movimento somalo Al-Shabaab, ha riportato di attualità il tema delle “persecuzioni” dei cristiani nel mondo. Pochi giorni più tardi, al termine del tradizionale messaggio del lunedì, papa Francesco ha condannato le «persecuzioni dei cristiani del mondo» e ha invitato la comunità internazionale a non «voltare lo sguardo dall’altra parte».

È un tema spinoso, quello delle persecuzioni religiose, e il rischio è quello di accomunare situazioni molto diverse tra loro, da un lato, e dall’altro di alimentare la retorica cara alle destre dello scontro tra religioni. I conflitti in corso in diversi paesi del Medio Oriente tra non possono far dimenticare né che la stragrande maggioranza delle vittime in quelle zone di guerra è musulmana, né che il primo obiettivo dei movimenti estremisti è quasi sempre l’establishment dei paesi musulmani stessi, accusato di deviazione da una presunta “vera fede”, né che nel mondo vivono 1,6 miliardi di musulmani – quasi un essere umano su quattro – in decine di paesi, la stragrande maggioranza dei quali non è in guerra.

Nel libro Quel che resta di loro (Lindau, 2014), Antonio Picasso racconta quello che ha visto durante i suoi viaggi presso le comunità cristiane del Medio Oriente, in particolare in Egitto, in Siria e in Libano. È un libro che aiuta a comprendere che la storia delle comunità cristiane e il loro ruolo recente nel complesso scenario mediorientale restano spesso poco conosciuti. E le posizioni dei cristiani stessi all’interno dei conflitti sono spesso diverse da quelle che è più facile immaginare.

Il Papa ha parlato di “persecuzioni” dei cristiani, dopo il massacro dell’università di Garissa in Kenya, e ha chiamato le vittime “martiri”. Ritiene che sia corretto parlare di persecuzione delle comunità cristiane nel mondo?

«Sì, ritengo di sì. Ad esempio in Egitto dove, a livello di cifre, i cristiani copti erano molti di più fino a pochi anni fa. La situazione attuale dei cristiani in molti paesi arabi è in difesa, in forte difesa per tantissimi motivi. Non solo perché siamo in una fase di pesante, pesantissima persecuzione, ma anche perché l’esodo è in corso da almeno trent’anni, come in Libano. In altri luoghi, come in Siria, la cosa è più recente».

Qual è la particolarità della situazione siriana?

«Il regime di Assad è nato e si è sviluppato anche con la collaborazione dei cristiani: i cristiani erano parte del regime, della classe dirigente. Il ministro della Difesa siriano – un ruolo che, per importanza, potremmo paragonare al ministro dell’Economia da noi – che è stato ucciso tre anni fa in un attentato a Damasco [Dawud Rajiha, ndR] era un cristiano, di confessione greco-ortodossa».

Qual è lo status dei cristiani nei paesi del Medio Oriente che hai conosciuto più da vicino?

«Sulle attuali persecuzioni, nulla da obbiettare. Sullo status dei cristiani prima della cosiddetta Primavera araba, invece, si apre un capitolo molto più complesso. Le minoranze, salvo casi particolari, sono spesso molto ben organizzate – e i cristiani arabi non fanno eccezione. Guardiamo l’esempio classico della minoranza ebraica, che nei secoli è stata perseguitata e ha attraversato le atrocità che conosciamo: è sempre stata ben organizzata, culturalmente preparata, anche economicamente potente. Il motivo è che ci si deve difendere».

Come si vede questa organizzazione nel caso delle comunità cristiane arabe?

«Tornando al caso egiziano, i cristiani copti in Egitto avevano libero accesso alle scuole pubbliche e i bambini poi, la domenica, andavano ancora a scuola per approfondire quello che avevano studiato durante la settimana. La cosa era fortemente voluta dal papa della Chiesa ortodossa copta Shenuda III [morto nel marzo 2012, ndR]. Il cristiano copto di Alessandria d’Egitto ha libero accesso a tutte le scuole religiose non solo dell’Egitto, ma anche d’Europa e degli Stati Uniti, il che crea per forza di cose un legame più forte con l’Occidente».

Ritiene che l’attuale “persecuzione” abbia unicamente caratteri religiosi?

«La violenza del fondamentalismo, religioso o di altro tipo, nasconde spesso anche una serie di regolamenti di conti tra bande, tra famiglie. L’ideologia e il fondamentalismo religioso sono anche un’ottima copertura per la criminalità»

Lei ha visitato molti luoghi in Medio Oriente in cui vivono comunità cristiane. Ricorda un’esperienza, una conversazione, un episodio che l’ha colpita e che trova indicativa di come vivono le comunità cristiane in Medio Oriente?

«Più di un episodio, mi sento di parlare di un sentimento diffuso – tanto nelle donne casalinghe quanto nei sacerdoti o nei funzionari che hanno ruoli nell’amministrazione. Il sentimento diffuso – particolarmente sentito in Libano – è a tutti i livelli di odio, di vendetta. Per loro ci sono due mali: spiace dirlo, ma uno di questi è Israele, che secondo molti di loro deve essere cancellato dalle mappe. Ho incontrato un antisemitismo che per noi è difficile immaginare. Mentre l’Islam che può essere un alleato (in particolare quello sciita e quello sunnita molto moderato) invece è un soggetto con cui si deve parlare».

Qual è il loro rapporto con l’Occidente?

«L’idea di fondo è che quella è la loro terra. Il cristiano maronita si sente un discendente diretto discendente dei fenici, mentre i copti si considerano diretti discendenti dei faraoni: il loro nome viene da un termine greco antico che designa gli abitanti dell’Egitto al tempo della conquista romana.

Dunque, il sentimento verso l’Occidente è spesso ambivalente. Da una parte dovrebbe aiutarli, ma dall’altra non dimenticano le esperienze storiche dei crociati e del colonialismo. Dal punto di vista religioso, hanno visto fin dall’Ottocento, e vedono arrivare ancora oggi – si pensi alle missioni straniere a Gerusalemme – persone che pensavano e pensano di insegnare loro che cosa sia il Vangelo».

E a livello delle classi dirigenti?

«Il patriarca latino di Gerusalemme – che tra l’altro è un giordano – è palesemente filopalestinese. Non lo dico io, basta guardare le sue dichiarazioni degli ultimi anni. I loro due grandi problemi sono Israele e l’Islam che li mette più in pericolo. Non bisogna dimenticare che si sentono comunque arabi».

Quali sono le soluzioni?

«Temo che si andrà avanti fino all’ultimo che muore. La soluzione è la nascita di una generazione che non ha ricordi di guerra – e negli ultimi anni non ce ne sono».