Soldi, idee e pubblico. Perché la tv si aggrappa agli anni 90

Soldi, idee e pubblico. Perché la tv si aggrappa agli anni 90

C’è il Karaoke, ieri rampa di lancio per un giovane Fiorello col codino. È tornato il Maurizio Costanzo Show, il capostipitite dei talk guidato dal decano dei conduttori. Si è rivisto Scherzi a Parte e imperversano le telenovelas. Su Canale 5 Il Segreto sbanca l’Auditel: ogni pomeriggio supera il 30% di share e vince pure le prime serate in cui si scontra con gli show di Rai Uno. Non è un caso che i concorrenti, leggasi Rai Uno e La7, abbiano pensato di inserire prodotti simili per prendere la scia. Proprio nella tv pubblica i format più longevi restano anche i più forti: Chi l’ha visto (1989), Quelli che il calcio (1993), Porta a Porta (1996). Infine è arrivata la serie 1992 di Sky che, raccontando Mani Pulite, non poteva non affrontare l’irresistibile ascesa della tv commerciale riaprendo uno filone di ricordi e creatività.

Giorgio Simonelli: «Negli anni 90 la tv era il centro del mondo, l’ultima età dell’oro prima del web, con un alto livello di creatività e un’enorme varietà di produzioni»

Si parla del 2015, si pensa agli anni 90. Al tempo di Netflix e delle reti tematiche, la generalista italiana fa i conti con i propri acciacchi. Pubblico in fuga, budget che si riducono, idee e sperimentazioni col freno a mano tirato. Gli anni 90 diventano una miniera preziosa a cui attingere, tra voglia di vintage ed effetto nostalgia in una crisi che ha costretto le televisioni a ripensarsi. «Si punta sull’usato sicuro» spiega Giorgio Simonelli, professore di storia della televisione e giornalismo televisivo alla Cattolica di Milano. Cercare strade nuove è difficile e rischia di essere antieconomico. Così la tv si rifugia nel ricordo dei tempi migliori. «D’altronde – racconta Simonelli – gli anni 90 hanno rappresentato il grande boom della tv, un decennio di ascolti e progetti in cui la televisione era il centro del mondo e non doveva scontare la concorrenza con il web. L’ultima età dell’oro in cui c’era un alto livello di creatività e un’enorme varietà di produzioni».

Erano gli anni del boom della tv commerciale. «La legge Mammì dell’agosto 1990 dà una legittimazione legislativa all’emittenza privata che, prima di allora, viveva nel far west». Da una parte le reti Mediaset nuove di zecca, dall’altra la Rai Tre di Guglielmi. «Il conflitto politico-culturale si giocava in televisione, soprattutto dopo la discesa in campo di Berlusconi». Poi lo sport, l’intrattenimento, l’informazione. Negli anni novanta parte l’avventura del Tg5, spopolano le performance del calcio italiano in Europa. Oggi sembrano passate ere geologiche, si raccolgono le briciole. «C’è malinconia in tutto questo – spiega Simonelli – anche perché la tv di oggi deve tirare la cinghia, fare i conti e non può più sprecare, c’è l’idea che non abbia più la potenza di allora».

Riccardo Bocca: «Oggi la tv generalista ha perso identità, non cerca di comprendere il presente ma galleggia sul presente»

Per Riccardo Bocca, critico televisivo de L’Espresso, quella di oggi «è una tv che non cerca di comprendere il presente, ma che galleggia sul presente. Le idee ci sono ma il circuito ha espulso le menti e gli intellettuali che negli anni 90 erano capaci di elaborare programmi che dessero una visione della contemporaneità. Ora si pensa prima allo share che al prodotto, si fa più tv emozionale che sostanziale e intanto le reti faticano a mantenere il loro pubblico, non sono più identitarie». Così il vintage diventa «un tentativo di acchiappare un pubblico ben definito, quello dell’era pre-internet quando la tv aveva una centralità assoluta e rappresentava anche un punto di riferimento per il costume». Non è un caso, sottolinea Bocca, che oggi Maurizio Costanzo inviti al suo show i volti che hanno decretato il suo successo del programma. E ancora: «Pur essendo usciti dal circuito, i personaggi anni 90 rimangono fortissimi nell’immaginario. Ad Italia’s Got Talent (in onda su Sky Uno n.d.r.) è tornato a esibirsi Gianfranco D’Angelo con As Fidanken e la reazione della “giurata” Nina Zilli è stata la commozione. Anche Sky, nel momento in cui vuole essere generalista, punta sulla nostalgia, tipica di quel pubblico adulto che guarda la televisione».

Questione di soldi e creatività, ma anche di piattaforme. «Oggi – spiega il professor Simonelli – la maggior parte delle idee nuove arriva dalla tv a pagamento, ciò inevitabilmente riduce la platea. Se prima la tv era uno spazio enorme che raccoglieva tutta la società, ora c’è una selezione della società tra i vari tipi di televisione. Per le reti generaliste si sono rotti i tradizionali patti coi telespettatori: ormai non sai più quale sia il tuo pubblico nè cosa voglia. Siamo in una fase di ristrutturazione del sistema in cui non si sa cosa inventare». Riccardo Bocca aggiunge un tassello: «Oggi è cambiata la fruizione, ieri il telespettatore si muoveva tra Rai Uno e Canale 5, ma sempre in un sistema tradizionale, ora tra la generalista e Sky On Demand. Cambiano i supporti, si passa dalla tv al consumo di contenuti video. Il fruitore non considera più la televisione il totem della sua vita familiare, oggi il programma tv diventa uno dei tanti elementi del palinsesto mediatico». E la generalista, in qualche modo, deve prenderne atto.

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