Tre ragioni (tra le tante) che condannano l’Italia al declino

Tre ragioni (tra le tante) che condannano l’Italia al declino

Articolo tratto da NoiseFromAmerika

Il declino italiano, lo andiamo ripetendo da quando nacque il blog, è socio-culturale ed etico, anzitutto, oltre che economico e politico. A suo tempo mi dedicai per qualche mese a documentare questa idea con una serie di “microfondazioni“. Non so se avrò ora la costanza che ebbi allora, son maggiori sia gli impegni che la noia per la quotidianità italiana. Ma tre piccoli episodi degli ultimi giorni, che raccolgo qui, mi sembrano troppo indicativi per essere passati sotto silenzio.
 

1. Il metodo Rampini e l’omertà del giornalismo italiano

Per molto tempo un divertissement privato fra noi della redazione erano mail di questo tipo, che arrivavano, dall’uno o dall’altro, con una certa regolarità:

[…] dovreste dare un’occhiata a quest’altra perla di Rampini. Con Rampini non si sbaglia mai. Se ti metti a cercare, trovi sempre l’articolo da cui ha copiato In questo caso è ”Has GDP outgrown its use?” by David Pilling, pubblicato il 4 luglio [2014] sul Financial Times. Paro paro, levando le cose pìù intelligenti che probabilmente il federico de noantri non è in grado di capire. Non metto il link perché il FT è a pagamento ma se potete leggerlo lo trovate facilmente [ora è visibile, son passati svariati mesi, Nota di MB].

I lettori ricorderanno che, su Il Giornale, uscì qualche tempo addietro questa denuncia (ripresa da Dagospia, al cui sito il mio link rinvia) che non ci sorprese per nulla. Sulla mia bacheca di FB offrii altra evidenza, come l’articolo citato qui sopra, a chi volesse interessarsene. Immaginavo, tapino, che fra questi vi potesse essere il direttore de La Repubblica

Come i lettori avranno notato non è successo nulla. Di fronte all’evidenza di ampio, ripetuto e palese plagio di articoli altrui da parte di uno degli editorialisti più noti (ed ovviamente ben pagati) del secondo quotidiano italiano i media (e la direzione/proprietà di La Repubblica) han ben pensato di far finta di nulla. Non è successo niente mentre, negli altri paesi occidentali, per atti del genere si finisce (giustamente, aggiungo) alla pubblica gogna e o ben si viene licenziati o ben ci si deve dimettere da soli. In Italia tutto normale, anzi. 

Anzi: l’esempio del celebre Rampini ha imitatori a livelli meno celebri. Uno a caso è questo. Il testo che voi leggete è una “traduzione corretta” dell’articolo di Reich, ma in quello originale c’era un altro testo nella parte finale, che potete trovare qui con la spiegazione dell’intera storia nei commenti al margine. Il testo che ora leggete fa tesoro della mia correzione, non la riconosce (anche questo è plagio, ma in Italia forse non lo sanno) e fa finta di nulla, ossia non rende esplicito di stare puramente a tradurre/riassumere un articolo, alquanto orrendo, di Reich. E la giornalista in questione (come si può evincere dai suoi commenti sulla mia bacheca) si è pure offesa.

Che speranza c’è per un Paese in cui il cosiddetto quarto potere è affetto da pratiche di plagio, falsificazione, incompetenza?

Quanti casi di questo tipo vi sono sui media italiani ogni settimana? Dozzine da quanto mi è dato vedere. Se ne incontrano a palate e stare a denunciarli tutti diventerebbe un lavoro a tempo pieno. Essi sono ovunque, dal talk show televisivo che falsifica quando è accaduto due sere prima a Madrid (ne sono stato personalmente testimone e l’ho denunciato in diretta, come risultato non son mai più stato invitato!) al grande editorialista che plagia una % sostanziale dei suoi servizi, alla giornalista che non capendo quello che copia si inventa il testo che meglio si confà ai suoi ideologici pregiudizi! Quali sono le implicazioni di questo stato di malaffare? Non credo di doverle elencare, i lettori ci arrivano da soli.

Chiediamoci, però: che speranza c’è per un paese nel quale il cosidetto “quarto potere” è profondamente affetto da pratiche di plagio, falsificazione dei fatti, incompetenza sesquipedale, omertà, servitù al potente politico o padrone di turno, arroganza e, finalmente, un-accountability?
 

2. La vita privata del politico son affari suoi

Ogni volta che viene fatto osservare come i fatti (giudiziari o meno, non fa differenza alcuna) provino la pessima qualità umana di Berlusconi Silvio (BS di nome e di fatto) svariate orde di suoi sostenitori insorgono all’urlo di “moralista con la bava alla bocca”, “forcaiolo”, “comunista giustizialista”, e via elencando improperi di craxiana memoria che si concludono immancabilmente nella lezione tanto idiota quanto pseudo-libbberale secondo cui ogni uomo politico (specialmente se del partito preferito) abbia il diritto di fare “ciò che gli pare” nella propria vita “privata”  perché, per valutare un uomo politico valgono solo i suoi atti e comportamenti politici o pubblici. Ovviamente quello di BS è solo il caso più macroscopico degli ultimi vent’anni: potete sostituire al suo nome quello di dozzine di altri, siano essi di “destra” o di “sinistra” ed il risultato è lo stesso. Gli ultimi due esempi rilevanti son quello di Lupi (che è di “centro”, ora) e quello di D’Alema (che, credo, rappresenta la “sinistra”).

Questa teoria è piuttosto diffusa in Italia, soprattutto (ma non solo) fra i libbberali de noantri, fra i quali mi sembra giusto annoverare personaggi della levatura morale ed intellettuale di un Piero Ostellino, per dire, o della signora Santanché ed il suo consorte. Ma la teoria, quando serve all’interesse elettorale del momento, vale erga omnes, comunisti, fascisti, liberali, socialdemocratici, lib-lab, nazionalisti, euristi o anti-euristi che siano, la musica è sempre la stessa: informarsi e rendere pubblico ciò che il politico fa nella sua vita “privata” viola la cosidetta “privacy” e non si deve fare. Quello del politico è “un lavoro come gli altri” per cui conta solo quello che fai sul lavoro, se nel privato picchi il cane, adori belzebù, t’ubriachi ogni sera, frequenti delinquenti di vario tipo, scambi e chiedi favori a questo ed a quello per te, famiglia ed amici, eccetera, son affari tuoi. Ebbene: NO, NO, NO e poi ancora NO!

Se il politico X si diverte, in privato, ad affamare il proprio gatto, preferisco saperlo. Poi vedrò io che fare

Sul tema ho scritto a iosa (recentemente, qui) e non mi voglio dilungare. Ma occorre essere ancora più espliciti perché troppi, anche in ambienti insospettabili, non sembrano comprendere questo principio elementare della democrazia liberale (con una “b” sola), principio banalmente condiviso dalle opinioni pubbliche di quasi tutti i paesi a cui amiamo confrontarci. E l’incomprensione diffusa di tale principio sta rendendo l’Italia sempre più unica nel mondo “occidentale” e sempre più simile a quei paesi oligarchici, medievali, illiberali, teocratici, eccetera, da cui l’italiano medio oggi ama invece distaccarsi.

Il punto è semplicissimo: il carattere morale, la struttura psicologica, la personalità del politico sono essenziali per poter giudicare come ci governerà. Ed il “carattere” di una persona è un unicum, complesso, nel quale tutto si tiene, nel quale vale il principio secondo cui variazioni locali anche relativamente piccole possono avere effetti sostanziali in aree lontane della mente di una persona. Non esiste, in generale, la mia personalità pubblica separata da quella privata. A volte forse è potuta esistere, ma si tratta di fortunate (o sfortunate: pensate agli Hitler ed agli Stalin che, a sentire gli agiografi, nel privato erano deliziosi esseri umani) eccezioni sulle quali non si costruisce la norma sociale. Quindi, se il politico X si diverte, in privato, ad affamare il proprio gatto preferisco saperlo. Poi vedrò io cosa fare di quell’informazione. 

Il politico vuole il potere e tale potere, una volta ottenuto, verrà esercitato con un altro grado di discrezionalità. Quindi è nell’interesse dell’elettore avere più informazione possibile sulle caratteristiche personali dell’aspirante capo. La posizione del politico e dell’elettore non sono simmetriche. La scelta di chi votare è personale, si eleggono persone. I miei valori morali non devono coincidere con quelli degli altri, in generale ognuno ha i propri, anche all’interno di una medesima area politica. Proprio per questo ognuno di noi è interessato ai principi morali effettivi, praticati e dimostrati, del politico: per poter personalmente e liberamente giudicare se essi sono affini ai nostri o meno. Per fare questo occorre che i principi morali dell’aspirante capo siano i più espliciti possibile e che si trovi una qualche maniera di renderli vincolanti. La “statura morale” dell’aspirante capo conta. 

E qui viene il secondo principio fondamentale che in Italia sembra non essere compreso. Non è necessariamente vero che, se vengo a sapere che per esempio che X va a puttane, questo implichi una condanna morale. Personalmente non ho nulla contro il meretricio legalizzato, se lo vogliono offrire/acquistare, che lo facciano. Ma ho molto contro l’ipocrisia ed il politico ipocrita non lo voglio votare: quindi se acquisti servizi di meretricio e poi proclami i valori cristiani sulla sessualità allora sei un ipocrita. Ossia sei persona disposta a mentire. Ed io non ti voglio votare. Ho usato un esempio, come dire, “nazionale” ma è banale estenderlo a mille altri casi. Tanto per dire, se predichi meritocrazia, competenza, concorrenza, eguaglianza delle posizioni di partenza e poi passi il tempo a raccomandare il figlio/nipote/cugino/fidanzato perché sono tali allora sei un ipocrita. E non ti voglio votare.

Il pilota ha in mano la vita di alcune centinaia di persone. Il politico quella di decine di milioni

E la privacy? La privacy, se vuoi averla, scegli di non fare il politico: there is no free lunch. Questo vale per dozzine di lavori: non c’è praticamente lavoro che non richieda, per essere ottenuto, una qualche invasione della mitica “vita privata”. È solo una questione di gradi, dal conducente di autobus al medico, dal poliziotto al maestro d’asilo, ogni lavoro richiede che avvengano intrusioni nella vita privata di chi a quel lavoro aspira! Già oggi a chi fa, per dire, il pilota d’aereo, invadiamo la privacy per conoscere le sue condizioni fisiche e psicologiche. Dopo il disastro di Germanwings questa intrusione sarà ordini di grandezza maggiore e nessuno la troverà strana, anzi verrà invocata. Il pilota ha in mano la vita di alcune centinaia di persone? Giusto. Il politico ha in mano la vita di decine di milioni di persone ed anche quella delle generazioni a venire che dovranno vivere in un mondo determinato dalle politiche adottate oggi. Se voglio sapere tutto sulla psicologia del pilota di aerei, perché mai non devo volerlo sapere dell’aspirante ministro della difesa?

Quale primitiva distorsione culturale ha convinto milioni di italiani che i politici, soli fra gli umani, debbano vivere al di sopra di ciò che è ovvio per i comuni mortali, come dei che stanno al di là del bene e del male? Sveglia, italiani, sveglia! 
 

3. Le pensioni sono diritti acquisiti, non si possono toccare

Il mito del “diritto acquisito” è anch’esso tutto italiano. Forse non è un caso che, su Wikipedia, la pagina dedicata al tema non riesca a definire il concetto e l’unica “traduzione” in lingua straniera sia vesting che è tutta un’altra cosa, ben definita!

In Italia i “diritti acquisiti” spuntano, nel dibattito di politica economica, ogni due per due, mentre altrove li ho sentiti invocare solo in situazioni veramente estreme. L’ultimo caso con il quale mi son scontrato è stato stimolato dall’articolo di Sandro che ci informa come Italia Unica abbia deciso d’insorgere contro l’idea, avanzata da Tito Boeri e, sembra, presa in considerazione dal governo, di rivedere i trattamenti pensionistici superiori ad una certa cifra. Non voglio nemmeno mettermi a discutere la, miserevole e perdente, logica elettorale sottostante alla presa di posizione di IU, né voglio discutere la proposta specifica avanzata da Tito. Sul tema mi sono espresso a iosa in passato e, ai tempi di Fare per Fermare il Declino, avevamo avanzato proposte molto precise, che mi sembrano ancora valide anche se, non disponendo di dati recenti e dettagliati, non so se la soglia dei 3000 da noi avanzata sia più o meno appropriata di quella dei 2000 che ora Tito propone. Non è questo il tema ora.

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