Bini Smaghi: «Il debito non è troppo, è nel posto sbagliato»

Bini Smaghi: «Il debito non è troppo, è nel posto sbagliato»

«Che fare?». Comincia dalla vecchia domanda leninista Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times ed economista influente più di molti politici nel dibattito che da cinque anni attanaglia l’Europa e l’Eurozona.

«La domanda, cinque anni fa, era se dovevamo lasciar fallire le banche greche e irlandesi in modo tale da poter erogare un piano di bail-in (aiuto finanziario al sistema creditizio privato e ricapitalizzazione delle banche, ndR) molto meno sostanzioso da parte di BCE, FMI e MES (Meccanismo Europeo di Stabilità)». «All’epoca abbiamo risposto nella maniera sbagliata», sostiene il tedesco che lavora per il principale quotidiano finanziario del mondo, «e adesso ne paghiamo le conseguenze».

Il principio è chiaro: senza austerità servono soldi e chi te li presta vuole in cambio le riforme – cioè l’austerità.

Nell’Aula Magna della facoltà di Giurisprudenza di Trento si consuma un aspro dibattito su debito e Grecia. «Non siamo d’accordo», attacca Lorenzo Bini Smaghi: «non dimentichiamoci che tutti noi abbiamo lavorato per la Banca Centrale Europea». «Il debito non è troppo, è troppo poco ma si trova nel posti sbagliati». L’ex membro del comitato esecutivo della Bce e membro permanente del board di Morgan Stanley si riferisce all’eccesso di risparmio che domina oggi in Eurozona e frena gli investimenti.

«Non si può parlare con leggerezza di ristrutturazione del debito greco, non dopo che l’abbiamo già fatto due volte nel 2010 e nel 2012». «Se vi dicessi che il premier Matteo Renzi fra tre ore annunciasse che l’Italia non è disposta a onorare il 25% del suo debito, noi tutti usciremmo di corsa dalla sala per telefonare d’urgenza al nostro intermediario del risparmio, alla nostra banca, per implorarli di salvare il salvabile». Per Bini Smaghi chi parla con leggerezza di “ristrutturazione” o “default controllato” continua a sottovalutare le conseguenze di quello che in italiano va chiamato “fallimento”.

Non ci sta Lucrezia Reichlin – terza relatrice dell’incontro “Il futuro dell’Euro e l’estinzione del debito”. Figlia di un deputato del Pci e della fondatrice de il manifesto, nome che nel febbraio 2014 veniva sussurrato come possibile inquilino al Ministero dell’Economia e delle Finanze nel nuovo esecutivo Renzi, l’economista italiana che insegna alla London Business School avverte: «Dobbiamo recuperare la nozione di bancarotta», se la domanda è «le banche possono fallire? La risposta deve essere sì, sebbene con regole precise». «Fa specie che sia Bini Smaghi a sostenere che banche e governi non possano andare in default perché questa è proprio una posizione non market oriented».

Bini Smaghi chiarisce la sua posizione: «Quando parliamo di ristrutturazione, come nel caso del debito greco nella primavera del 2010, i mercati finanziari vanno nel panico e cominciano a mettere pressioni anche sui debiti di altri Paesi come Spagna, Portogallo, Italia». «Quando distruggi parte del debito le tue banche vanno in sofferenza e lo Stato deve intervenire per ricapitalizzarle. Noi distruggiamo debito per crearne di nuovo». Se in Grecia il nuovo esecutivo di Tsipras non vuole proseguire sulla strada delle riforme, perché ha promesso al proprio popolo meno austerità, allora avrà bisogno di soldi, «e qualcuno glieli dovrà prestare, cioè il Fondo Monetario o gli altri Stati europei, che però vogliono qualcosa in cambio». Il principio è chiaro: senza austerità servono soldi e chi te li presta vuole in cambio le riforme – cioè l’austerità.

Il principio è chiaro: senza austerità servono soldi e chi te li presta vuole in cambio le riforme – cioè l’austerità.

«Nessun popolo può sopportare dieci anni di politiche di austerity», avverte Münchau. «Forse due o tre anni, ma se si insiste su quella strada poi alle urne ti ritrovi Syriza e Podemos al 30%, c’è un limite a quello che le persone possono tollerare». «Se Atene dichiarasse default su una parte del debito potrebbe utilizzare i surplus primari per tentare politiche fiscali espansive, invece che usarli per pagare gli interessi e per inseguire le regole folli che ci siamo dati in Eurozona sui paramatri di deficit/Pil e debito/Pil». Regole, sostiene Münchau, che avevano poco senso già nei periodi ad elevata inflazione ma che diventano completamente suicide mentre l’Europa scivola in deflazione: «Scopriremmo anche che dopo un default non ci vuole molto tempo perché gli investitori tornino, come in Argentina nel 2001».

«Il debito è distribuito male, sono d’accordo con Lorenzo Bini Smaghi, ma questo è un problema della politica e della classe dirigente tedesca». «Chiedere ai tedeschi di spendere e investire di più anche nel loro settore pubblico sarebbe la soluzione, ma al momento non è all’ordine del giorno. I tedeschi continuano ad accumulare surplus per raggiungere la chimera del 60% nel rapporto fra debito pubblico e PIL». Per Münchau l’unica soluzione «è una vera unione fiscale. Non i trasferimenti che fanno crescere i partiti secessionisti e nemmeno la coordinazione delle politiche economiche, che a ben guardare non ha senso: le esigenze di spesa della Germania non sono le stesse della Spagna».