C’era una volta Alphabet City, poi venne la gentrification

C’era una volta Alphabet City, poi venne la gentrification

I personaggi de I diavoli, romanzo di Guido Brera – cofondatore di Kairos, la più importante società di gestione del risparmio in Italia – escono dal romanzo e raccontano la quotidianità inquieta della finanza internazionale.

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C’era una ragazza. Lavorava come cameriera in un buco infame di quelle strade indicate da lettere, invece che da un numero come nel resto di Manhattan. La Columbia University, il mio PHD, quello che sarebbe stato, l’ovvia irresistibile ascesa del WASP Derek Morgan ai vertici di una grande banca d’affari, tutto svaniva non appena iniziavo a camminare per quelle strade. Una storia da ventenni. Una storia di trent’anni fa. Era il 1983, e ad Alphabet City ci andavo per lei.

Le cose giravano bene. Per me e per il Paese. Reagan era stato eletto presidente due anni prima. La rovinosa parentesi di Jimmy Carter alla Casa Bianca era finita, ed era finito anche il tempo in cui avevo creduto nei democratici. Non era possibile che un Morgan di Boston stesse coi democrats Mio padre lo ripeteva sempre. Non volevo crederci. Aveva ragione lui.
Sapevo di essere un vincente, lo sapevo come se qualcuno mi avesse letto le carte. Ma non mi facevo raccontare il futuro, anche se avevo vent’anni e per una ragazza andavo a cacciarmi dalle parti di Tompkins Square. Dalla Columbia non erano neanche dieci miglia, eppure non sembrava di essere a New York. E tantomeno a Manhattan. Sembrava tutto quello che il mio futuro già scritto non doveva incrociare. Un’avventura.

Alphabet City, adesso che ci cammino in un giorno di primavera del 2015, è semplicemente un altro posto. Non è sporco, non è più pericoloso. Non ha più niente dell’avventura. È un quartiere allegro, riconciliato, un posto tranquillo dove spingere passeggini e fare picnic sui prati. Lungo il muro che costeggio, fra i colori vivaci che lo dipingono, una scritta dice: “We’re all a family, under one sky”. Trent’anni fa questo stesso muro era sgretolato, dall’altro lato della strada vedevo qualche reietto appoggiarci la schiena per tenersi dritto. Quelle case popolari erano ancora aliene all’interesse del capitale, una frontiera invalicabile di cui mi sentivo l’unico pioniere, il Wild West nel cuore di New York City, nell’East Village.

Per la Avenue D mi sfrecciano ai lati dei ragazzi in skate, portano vestiti streetwear che costano un occhio. Si sente l’odore del fiume, che un tempo non si sentiva. Quello era il retro del posto dove lavorava la ragazza. Proprio a quest’angolo aspettavo che uscisse alla fine del turno. Mi guardavo attorno di continuo. Da lì in poi era una distesa terrosa, disseminata di erbacce, siringhe, bottiglie e lattine per il crack. Ora ci hanno allestito un orto urbano, che gli abitanti della zona vengono a coltivare. Quando si dice “il valore del suolo”…

Così posso stare con le mani in tasca, adesso, a osservare il terriccio e i germogli. Posso ragionare, senza guardarmi attorno, di come la città sia diventata una terra di conquista. Accadde quando il modo di produzione cambiò e tutto fu messo a valore: il tempo di vita, le relazioni sociali, le intelligenze, i saperi. Tutto. Il territorio si sostituì alla catena di montaggio, diventò lo spazio di una fabbrica sociale e invisibile in cui operai senza tuta blu cominciarono a lavorare in un ciclo continuo coincidente con la vita stessa. Fu un salto di paradigma. Qualcuno lo chiamò postfordismo. Se alzo la testa e osservo i palazzi ristrutturati, i negozietti alternativi alla moda, le maniere di una tranquilla bohème newyorkese vedo i flussi di denaro che hanno rimodellato Alphabet City. Per un attimo mi viene in mente Matrix: le sequenze verdastre di codici alfanumerici dietro le illusioni di un gigantesco sistema di controllo. È tutto come nel film. L’unica cosa che manca è Neo, l’Eletto.

Lo so bene come è andata. È cominciata sulle montagne russe di un listino invisibile. C’era un differenziale di valore tra un terreno e l’altro a New York. Fiumi di cartamoneta premevano per circolare, e farsi rendita. Qualcuno si convinse a scommettere su quella differenza. Prima arrivarono immobiliaristi scaltri come scout del vecchio West. Aprivano piste sconosciute, indicando quartieri su cui convogliare investimenti per continuare a estrarre valore. Dopo arrivarono gli altri, i padroni del vapore, come ai tempi della strada ferrata, a Occidente. Arrivarono quelli come me. Erano assicurazioni e fondi d’investimento. Compravano, compravano, compravano, ma ancora non bastava.

Riprendo a camminare. Una libreria ha sistemato un divano sul lato del marciapiede. Ci si ferma a leggere. Anche nel 1983 in strada ce n’erano, di divani: sfondati e unti, ci vedevo la gente raccolta a dormire anche sottozero. Do un’occhiata all’interno, e continuo a camminare. Questo è un “quartiere creativo”. Lo è da quando la sua comunità organizza concerti e proiezioni, da quando sono state aperte attività come le boutique di artigianato homemade o come questa libreria. Alphabet City ha attirato commercianti e abitanti con la stessa formula: il senso della frontiera pronta a civilizzarsi. Non vedo avventura nel divario di rendita, nell’alleanza fra speculazione immobiliare e attività culturale. Non vedo avventura nella gentrification.