Cosa vuole davvero ottenere Cameron in Europa

Cosa vuole davvero ottenere Cameron in Europa

Stretto in una morsa. Così sta il premier britannico David Cameron, rieletto per un secondo mandato lo scorso 7 maggio e alla guida di un governo tutto Conservatore (come non succedeva dal 1996). Già, perché se da un lato Cameron si è trovato costretto a realizzare quanto promesso da tempo, un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea entro il 2017, dall’altra farà di tutto per convincere l’elettorato a votare sì alla permanenza. Sembra un paradosso, ma non lo è. Così spiega il professore Iain Begg della London School of Economics, esperto di Unione Europea e delle relazioni che il suo Paese vi intrattiene. Lo abbiamo intervistato mentre si attende in Parlamento la presentazione del progetto di legge che porterà la Gran Bretagna a esprimersi sulla possibile uscita dall’Ue, un progetto annunciato durante il tradizionale Queen’s Speech di apertura dell’anno parlamentare inglese.

«Cameron ha bisogno di avere abbastanza consenso per poi chiedere agli elettori di votare per la permanenza in Ue»

Professor Iain, David Cameron si prepara a partire per un tour nelle principali capitali europee. Incontrerà gli altri leader Ue e inizierà a sondare il terreno per rinegoziare le relazioni tra Uk e Unione. L’annuncio del referendum entro il 2017 è funzionale a questo? Darà più capacità di trattativa al leader conservatore?

La risposta è semplice: No. Perché è una cosa che si sapeva da tempo. È il manifesto ambiguo che i Conservatori hanno promesso già quattro anni fa. E Cameron non aveva altra scelta che compiere la promessa. In realtà, questo referendum ha come scopo principale quello di consentire al premier di raggiungere abbastanza consenso interno per poi tornare dall’elettorato britannico a chiedere di votare sì alla permanenza in Unione Europea. Cameron cercherà di negoziare nuove relazioni con Bruxelles in modo da poter tornare dai cittadini britannici e dire: «Visto? Sono riuscito a ottenere accordi migliori. Ora possiamo rimanere nell’Unione».

Cosa vuole davvero ottenere David Cameron in Europa?

In cima alla lista degli obiettivi ci sono intese migliori sui lavoratori europei, italiani compresi. Cameron vuole rendere più difficile per loro raggiungere la Gran Bretagna. Ma non potendo limitare la libertà di movimento, vuole mettere in chiaro che non prenderanno benefits. In particolare, vuole introdurre un limite di quattro anni di permanenza in Uk prima di poter accedere a sgravi fiscali. Cameron vuole tagliare anche il pagamento dei sussidi famigliari destinati a figli che non vivono in Gran Bretagna. E su questo potrà trovare alleanze in Europa, soprattutto con la Germania. Ma troverà l’opposizione della Polonia, al nazione principalmente coinvolta, visto il numero di lavoratori polacchi in UK.

«Il premier cerca alleanze in Europa sulla riduzione dei benefits ai lavoratori comunitari. La Germania sta con lui»

E poi?

Vuole rimuovere del tutto la frase «la creazione di un’unione sempre più stretta tra le nazioni» dai futuri trattati europei (una frase introdotta per la prima volta nel Trattato di Roma del 1957, ndr). Cameron vuole ottenere l’impegno del Consiglio europeo a considerare la Gran Bretagna esclusa quando, in un futuro trattato, si riproporrà la stessa frase. Vuole insomma mettere in chiaro che il Regno Unito non si legherà a Bruxelles più di quanto già non lo sia.

E infine la legislazione su temi sociali. Il leader conservatore vuole ridurre la regolamentazione del lavoro da parte di Bruxelles, che ad esempio pone un limite di 40 al numero di ore per un lavoro full-time. E anche su questo raccoglierà le simpatie di Angela Merkel. Il viaggio che il premier farà nei prossimi giorni servirà a testare chi sta con lui e chi contro di lui su questi temi.

«I conservatori vogliono meno interferenze sulla regolamentazione del lavoro»

Nei giorni scorsi ci sono già state le prime reazioni da parte del mondo del business. Deutsche Bank è tornata a dire che sposterà in Germania le principali attività se l’Uk uscirà dall’Unione. E la Confederation of British Industry (CBI), la più grande associazione di datori di lavoro nel Regno Unito, ha invitato gli imprenditori a «urlare» l’importanza della permanenza nell’Ue. Ne avremo presto delle altre?

Certamente. La temperatura però si farà bollente soprattutto in prossimità del referendum. Come abbiamo visto succedere lo scorso anno in Scozia, alla vigilia del voto sull’indipendenza.

Infine la questione dei diritti. Nel Queen’s Speech di mercoledì 27 maggio si attendeva anche la presentazione di una legge con cui Cameron avrebbe sostituito lo Human Rights Act (la legge con cui il Regno Unito ha recepito la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ndr) con un British Bill of Rights. Ma non lo ha fatto, e ha deciso solo di proporre una discussione sul tema. Perché secondo lei?

«Cameron sa che la rinegoziazione con l’Ue assorbirà molte energie. E non può avere altre priorità»

Ci sono stati in passato alcuni casi in cui il Regno Unito si è trovato a mutare alcune leggi per adeguarsi ai criteri posti dalla Corte di Strasburgo. E questo ha provocato molto risentimento. Ad esempio, la Corte di Strasburgo prevede che anche i carcerati possano votare. Questo era proibito sotto la legge britannica. Ma abbiamo dovuto accettarlo. Per questo il governo Conservatore vuole abolire lo Human Rights Act e sostituirlo con una nuova legge. Ma è un obiettivo troppo difficile da perseguire. E il governo conservatore incontrerebbe troppe resistenze da parte della Camera dei Lords (la seconda ala del Parlamento britannico, ndr). Il premier sa che il piano di rinegoziazione con l’Unione Europea assorbirà molte energie e ha semplicemente preferito concentrarsi su una cosa alla volta. La priorità per lui ora è questa e non può averne un’altra. 

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