Donne che emigrano, tra discriminazioni e abusi

Donne che emigrano, tra discriminazioni e abusi

Meno visibile rispetto agli uomini – i quali ricevono molta più attenzione da parte dei media per le loro odissee migratorie ad alto rischio, per la diversità dei ruoli sociali, per i lavori che essi svolgono all’aperto (nei settori dell’edilizia e delle opere pubbliche, dell’agricoltura, delle miniere e del commercio) e per il loro ruolo all’interno delle società di origine e di accoglienza – la componente femminile costituisce il 48% dei flussi migratori internazionali secondo il rapporto stilato nel 2013 dalla Divisione Popolazione delle Nazioni Unite. Le donne hanno tuttavia superato gli uomini in numero, e rappresentano il 51,6% dei migranti nelle regioni sviluppate (migrazioni sud-nord e nord-nord) e il 43% dei migranti nelle regioni in via di sviluppo. Le donne sono particolarmente numerose nelle fasce d’età sopra i 65 anni (55,8%) e mostrano una distribuzione differente nei vari continenti: il 45,9% in Africa, il 41,6% in Asia, il 51,9% in Europa, il 51,6% in America Latina e nei Caraibi, il 51,2% in America del nord e il 50,2% in Oceania. Il numero di migranti supera invece quello delle migranti in Asia (58,4%) e in Africa (54,1%). Dietro queste cifre si nasconde tuttavia una grande varietà di situazioni che accompagnano i cambiamenti verificatisi nei flussi migratori internazionali negli ultimi vent’anni.

Spesso subiscono abusi sessuali da parte degli scafisti. E quelle in possesso di un titolo di studio vengono discriminate due volte: come straniere prima e poi come donne, relegate in lavori domestici

Donne che migrano da sole

Per molto tempo, le migranti sono state associate al fenomeno del ricongiungimento familiare durante gli anni di crescita del flusso migratorio nei Paesi europei, e sono state relegate alla sfera privata. Madri di famiglie spesso numerose, le donne si uniscono alla migrazione maschile poco qualificata qualche anno dopo l’arrivo dei primi migranti, spesso in condizioni molto difficoltose (nelle bidonville, in alloggi precari e fatiscenti, nelle periferie poco servite dai trasporti pubblici) e con un accesso limitato ai diritti in considerazione del loro scarso livello di conoscenza delle lingue parlate nei paesi di accoglienza, della loro scolarizzazione limitata o nulla, e del loro modo di vivere spesso rurale.

Successivamente è iniziato il periodo dei rifugiati (siamo negli anni ottanta e novanta), durante il quale si sono configurate varie categorie di donne migranti: coloro che hanno preso parte alla riunificazione familiare dopo l’ottenimento dello status di rifugiato da parte del congiunto (spesso con molte lungaggini amministrative riguardanti il riconoscimento del loro stato civile e di quello dei figli nati durante la permanenza in un paese di transito); quelle che appartenevano alla categoria degli sfollati interni nei Paesi in crisi (che vivevano talvolta nei campi d’accoglienza nel sud della Francia); e le migranti che sono arrivate da sole per sfuggire a regimi o società che le discriminavano in quanto donne ed eventualmente in quanto nubili.

I Paesi d’accoglienza hanno visto il consolidamento della posizione delle migranti all’interno delle aree urbane in crisi, come femmes relais, come mediatrici tra istituzioni pubbliche e popolazione, e come militanti che si fanno portavoce di drammi privati, ad esempio nel caso di bambini o adolescenti uccisi dalle forze di polizia nella totale impunità. Nelle metropoli, in misura maggiore, alcune intellettuali rifugiate hanno scritto e fornito testimonianze sulla loro condizione di donne e migranti. Spesso il testimone è stato poi raccolto dalle generazioni provenienti dal contesto migratorio (che non possono più essere considerate migranti dal momento che sono nate nel paese d’accoglienza), entrando, in modo più massiccio rispetto alla generazione precedente, nella vita attiva, politica e associativa (donne elette a livello locale, attiviste civili).

Dalla seconda metà degli anni Ottanta le immigrate musulmane hanno rivendicato il diritto di vivere la propria identità religiosa indossando il velo

C’è tuttavia un altro aspetto che le ha rese più visibili. Per le donne di fede musulmana, si tratta del velo: le migranti e le seconde generazioni, a partire dalla metà degli anni Ottanta, hanno talvolta rivendicato il diritto di vivere la propria identità musulmana apertamente, dando vita a numerosi dibattiti, in Francia e in Europa, sulla compatibilità di questa cultura islamica rivendicata esteriormente con le società secolarizzate nelle quali tali donne vivono. Il dibattito ha riguardato anche il loro abbigliamento (prêt-à-porter islamico, burqa) nel luogo di lavoro (privato o pubblico) e per strada. Altro aspetto ricorrente nel dibattito politico è la loro fertilità, che si suppone essere molto superiore a quella delle native, quando invece, contrariamente a quanto si crede, la prima si avvicina alla seconda nel corso del tempo, sia nel paese di accoglienza che in quello di origine, soprattutto sulla riva meridionale del Mediterraneo. 

Sempre più numerose sono le migranti che, quando partono, si lasciano dietro un congiunto; ciò avviene sia per effetto di una forte scolarizzazione nei Paesi di origine, che permette loro di migrare da sole e di cercare di entrare nel mercato del lavoro qualificato, sia per il fatto che esse sono ricercate all’interno di nicchie occupazionali molto specifiche: babysitter, collaboratrici domestiche, assistenti per persone anziane, infermiere, addette ai lavori sartoriali, commercianti o prostitute che accompagnano i migranti nel loro viaggio.

Queste risultano essere particolarmente vulnerabili sia durante il viaggio verso il Paese di destinazione, in quanto possono subire violenze sessuali da parte di scafisti e trafficanti, sia nel Paese di destinazione dove vivono in uno stato di irregolarità, sfruttamento lavorativo e prostituzione, a volte per ripagare il costo del viaggio da clandestine. Vengono tuttavia sottoposte a meno controlli rispetto agli uomini, sono meno presenti nei centri di custodia temporanea, e meno coinvolte nelle attività illecite.

Tra coloro in possesso di un titolo di studio, numerose sono le migranti che subiscono una doppia discriminazione, sia in quanto straniere – dal momento che il loro titolo di studio non è riconosciuto – sia in quanto donne, relegate a svolgere lavori considerati tipicamente femminili (part-time, segreteria, assistenza ai malati, centraliniste nei call centre, ecc.). Molte vivono in forte isolamento a causa del lavoro domestico, confinate all’interno delle abitazioni dei loro datori di lavoro, e scarsamente informate sui loro diritti.