Rubrica Scienza&SaluteDove nasce l’attaccamento tra madre e figlio?

Dove nasce l’attaccamento tra madre e figlio?

In un esperimento del 1958, Harry Harlow, psicologo statunitense conosciuto per i suoi studi sull’affettività – eticamente controversi – condotti sui cuccioli di animali, dimostrò come il legame madre figlio fosse dovuto soprattutto a sensazioni tattili. I cuccioli di macachi, allontanati alla nascita dalla mamma, venivano allevati da madre “surrogate” di due tipi: una costruita da filo metallico nudo, ma dotata di un biberon pieno di latte; l’altra rivestita di tessuto morbido, ma senza biberon.

Dai suoi esperimenti Harlow dimostrò come i piccoli preferissero la madre “morbida”, anche se non forniva latte, mostrando come un caldo contatto fosse più importante del bisogno stesso di cibo. Anche in presenza di stimoli particolari che inducevano paura, i cuccioli di macaco tendevano sempre a rifugiarsi e ad aggrapparsi alla madre di stoffa. È sempre da qui che nasce la teoria dell’attaccamento per spiegare il legame tra madre e figlio, elaborata dallo psicoanalista inglese John Bowlby negli anni Ottanta del secolo scorso.

Al contrario di quanto sostenuto da Freud nel XX secolo, secondo cui il legame madre-figlio nasce dalla capacità della madre di soddisfare la richiesta di cibo del bambino, Bowlby afferma invece, che perché si instauri il legame, non basta l’allattamento ma servano anche segnali sociali, come il contatto fisico e l’essere coccolato, che il piccolo cerca per istinto.

Non basta l’allattamento: servono anche segnali sociali, come il contatto fisico e l’essere coccolato, che il piccolo cerca per istinto

«Gli studi di Harlow mostrarono che il legame che si sviluppa fra il piccolo primate e la madre dura nel tempo – scrive Franca Tani, professoressa di Psicologia dello sviluppo presso l’Università di Firenze e membro associato della Società Psicoanalitica Italiana – che la rottura di questo legame provoca disturbi psicologici e che il comportamento di attaccamento nel piccolo si manifesta attraverso i suoi tentativi di ricercare la vicinanza, ovvero attraverso condotte come il succhiare, l’aggrapparsi, l’imitare la madre o il seguirla con lo sguardo e il movimento. Nei casi in cui la madre dà risposte adeguate, il piccolo sviluppa un forte senso di sicurezza, mostra curiosità, comportamenti di esplorazione, capacità di progressiva autonomia e, successivamente, indipendenza e competenza relazionale. La deprivazione delle cure materne provoca, al contrario, effetti drammatici e pervasivi».

«Psicologi e psichiatri ringraziano tutte le mamme del mondo perché così hanno un sacco di pazienti» ride Mara Lastretti, psicologa e psicoterapeuta della Gestalt Psicosociale, dottore di ricerca in neuroscienze presso al Sapienza Università di Roma, mentre lo racconta a Linkiesta. «Perché molti dei problemi, ma anche molte delle risorse, delle persone con cui vengo a contatto in studio partono proprio dal nucleo delle relazioni primarie, il rapporto che si crea con il care-giver, colui che si prende cura del bambino e lo cresce».

Appena nasce, il bambino non ha un’idea di sé e del mondo che lo circonda: per questo ha bisogno della mamma

Appena nasce, il bambino non ha un’idea di sé e del mondo che lo circonda: per questo ha bisogno della mamma, perché attraverso il tatto e il rapporto con lei ne prende coscienza. È un essere intersoggettivo, portato ad avere delle relazioni, perché è attraverso queste relazioni che ci rivediamo. «La persona che cresce il bambino è la base sicura da cui poi parte, è colui che gli dà dei confini e lo aiuta a capire chi è», continua Lastretti. «L’attaccamento, inteso come spazio relazionale, è diviso in fasi dal riconoscimento del viso, della voce, fino al tatto così via, il bambino inizia a prendere forma quando la mamma lo tocca, perché appena nasce non sa che forma ha. Perché per esistere non ti basti da solo ma hai sempre bisogno dell’altro, della mamma, di un riferimento, nel quale specchiarti e riconoscerti per capire chi sei».

La base sicura di cui parla Lastretti, però, è anche un punto fermo che resta lì e non cambia anche dopo che vai, esplori, fai le tue esperienze e torni. «Molte della patologie che abbiamo nascono proprio da qui – continua – perché non tutte le mamme lo fanno e spesso così nasce il senso di colpa dei figli. Altre volte le patologie derivano dal fatto che la mamma era depressa magari o perché ha avuto dei genitori anaffettivi, o troppo poco impegnati a preoccuparsi per il bambino, quindi all’inizio non c’è stato un buon legame. Non esiste però il genitore perfetto, ma solo quello che prova a fare il meglio che può con le risorse che lui stesso ha avuto, con le sue paure eccettera. Proprio per questo penso che le mamme siano delle guerriere, perché nonostante spesso siano impaurite e non sappiano a cosa vanno incontro, hanno il coraggio di dare la vita e affrontare questo difficile compito».

Attenzione però, perché soprattutto di questi tempi non sempre la figura del care-giver corrisponde alla mamma. Sono sempre più, infatti, le famiglie di omogenitoriali con due figure maschili e femminili; e d’altra parte anche i bambini adottati creano un forte legame e la loro base sicura con la figura che si è presa cura del bambino, anche se non è la mamma che l’ha partorito. «Per quanto riguarda le famiglie di omogenitoriali, il bambino cresce benissimo anche se non ha una figura maschile o una femminile di riferimento. Quello di cui il bambino ha bisogno è amore e sicurezza, perciò l’importante è che la coppia si ami, a prescindere dal sesso, e porti la sua storia e il suo bagaglio al bambino. Ho a che fare con molte coppie etero che vivono male la vita di coppia, e non sono pronte alla loro genitorialità, al contrario di coppie omosessuali, in grado di assumersi il carico emotivo di un bambino ma  che non possono adottarlo per esempio, le prime espongono il figlio a possibili criticità. Al bambino interessa solo che ci sia qualcuno che si prenda cura di lui lo mandi ad esplorare il mondo, e che sappia che sarà sempre lì al suo ritorno». 

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