Expat a Parigi : la fuga dei cervelli italiani verso la Francia

Expat a Parigi : la fuga dei cervelli italiani verso la Francia

La stazione di Maraîchers, sulla linea nove del metrò di Parigi, si trova all’incrocio tra la rue des Pyrénées e la rue d’Avron. Da qui, allungando lo sguardo oltre i tetti di ardesia della Ville lumière, s’intravedono le colline di Belleville e Montreuil. Fino al XIX secolo, raccontano le cronache dell’epoca, queste colline erano riccamente coltivate a ortaggi e frutta. C’erano paludi, acquitrini e canali d’irrigazione artificali dove i giardinieri (i maraîchers) di Parigi, organizzati in vere e proprie gilde, coltivavano la terra usando la tecnica del marais.

Oggi la strada principale, che allo sparuto viaggiatore del XIX secolo doveva apparire come aperta e fertile campagna, è costellata da bei palazzi e da filari geometrici di alberi. La rue Vitruve, evocativa nel suo nome per chiunque si sia formato sul De Architectura, è proprio a due passi. È in questo dedalo di stradine che sorge lo studio di Silvia Lista, ventisettenne di Salerno laureatasi in architettura al Politecnico di Milano. Silvia ha lasciato l’Italia per continuare i suoi studi in Francia, all’Ecole Spéciale d’Architecture (ESA) di Parigi. Dopo due anni ha deciso di fondare qui una start-up tutte al femminile.

«La scelta di andare a Milano è stata un po’ obbligata – mi racconta nel suo nuovo studio luminoso con grandi vetrate dove lavora a stretto contatto anche con paesaggisti – ho seguito mia sorella che era già partita. Mi sono laureata al Politecnico di Milano, con triennale e specialistica, e la mia scelta è stata giusta perché il Politecnico è una delle migliori università in Italia dunque meglio non poteva andarmi. Durante la specialistica però già mi rendevo conto che volevo continuare i miei studi ma che volevo farlo all’estero ».

Perché non fare il dottorato a Milano? «In quel momento, nella mia facoltà, non trovavo nessuno stimolo particolare. Conoscevo i docenti, sapevo di cosa si occupassero nell’ambito dei dipartimenti di ricerca ma non trovavo connessioni con ciò che m’interessava. Il Politecnico è grande, ha tanti dipartimenti, tanti ambiti disciplinari che vanno dall’urbanistica all’interior design ma la parte più debole per me riguarda proprio la progettazione architettonica. Credo ci si debba sensibilizzare di più verso temi legati alla sostenibilità (se ne parla tanto ma in maniera poco approfondita) e al tempo stesso non ci si debba fossilizzare sulla disciplina intesa come composizione architettonica quando in realtà sarebbe più auspicabile una maggiore pluridisciplinarietà. Nei programmi di studio ovviamente la pluridisciplinarità c’è ma non è radicata nella formazione, nella forma mentis dello studente. Questo è quello che mi mancava in Italia ma che ho trovato qui a Parigi».

Come è maturata la scelta di Parigi anche rispetto ad altri paesi ? «Il percorso che mi ha spinto a venire a Parigi è stato un po’ tortuoso anche perché non pensavo di scegliere la Francia in quanto non parlavo francese. Inizialmente pensavo al mondo anglosassone. Poi la scelta si è assottigliata a tre destinazioni possibili: Zurigo, Barcellona, Parigi. Ero stato presa sia a Barcellona che a Parigi. Ma alla fine ho scelto Parigi perché ho trovato questa formazione, «Architecture des Milieux» (ADM) all’ESA con Chris Younès, che proviene dal mondo della filosofia, che m’interessava perché era evidente che aveva legami con la riflessione filosofica che era già ai primi anni di università un mio punto d’interesse. Questo lato filosofico, di speculazione e riflessione, rispetto ai problemi dell’architettura è a mio avviso troppo castrato al Politecnico di Milano.

Nel nostro mestiere bisogna tenere invece in considerazione che la realtà, la produttività del processo progettuale, incontra un limite lì dove il processo della parola, del pensiero può invece svilupparsi oltre. Ad ogni modo i due aspetti credo debbano essere bilanciati. La formazione ADM mi ha dato proprio quell’apertura mentale, quella pluridisciplinarità che credo sia necessaria nel nostro mestiere di architetti. Chris Younès è stata per me una fonte d’ispirazione, che mi ha aperto letteralmente la porta quando sono arrivata. Era proprio la persona che cercavo anche in termini di comunicazione orizzontale tra docente e discente. Insomma un mondo diverso rispetto a Milano perché le persone che ho incontrato qui, sono persone che non hanno paura di assumere il peso della riflessione in un ambito peraltro molto pragmatico e non hanno paura di mettere insieme una serie di ambiti e di prospettive che non possono far altro che arricchire l’iter dell’architettura che ricordiamolo è una pratica che tocca tanti ambiti».

La formazione a Parigi di Silvia prosegue senza intoppi, gli incontri nell’ambito della formazione sono proficui ed infine nasce l’idea di creare una start-up tutte al femminile con altri architetti : una greca, Sofia Tsagkera, e due peruviane, Mabel Miranda e Fabiola Espinosa che è ingegnere. « Ci siamo incontrare nell’ambito di questa formazione ADM – racconta Silvia – una formazione che spinge tanto a sviluppare lo spirito collaborativo e la volontà di creare qualcosa che cambi un po’ il trend attuale e crei una sorta di sensibilità su alcune tematiche oggi fondamentali. Mabel, che aveva più esperienza delle altre e che è in Francia già da 12 anni, si è fatta promotrice di questa idea ed alla fine abbiamo deciso di concretizzarla. La nostra società, che è una Sarl (società a responsabilità limitata), e sulla qual abbiamo investito una somma davvero esigua (5.000 euro in quattro) si chiama 1M2, ovvero Un Mètre Carré (‘un metro quadrato’ ndr) ed è stata registrata nel Marzo scorso. Anche nel nome della nostra società abbiamo voluto conservare questa idea che nella dimensione della scala urbana c’è sempre una dimensione più umana, una dimensione più di dettaglio, la comunità d’individui è composta anche dal singolo e non puo’ dunque prescindere dalla scala umana ».

Una società, appena nata, ma che già si è lanciata nel mare magnum dei progetti e dei concorsi. « Stiamo partecipando ad una serie di concorsi, tra i quali Reinventer Paris (reinventare Parigi ndr) – racconta Silvia – parteciperemo a Europan, concorso per architetti under 40 ed altri progetti promossi da investitori privati. Abbiamo anche iniziato un studio, che è a buon punto, con la municipalità Saint-Germain-lès-Arpajon, una consulenza obbiettiva e strategica per rilevare nodi problematici e risorse di un territorio non facile, nelle banlieues, dove ci sono quartieri dormitorio, pochi servizi, impossibilità di spostarsi se non in automobile, ma che rispetto ad altre banlieues, che sono più cementificate, puo’ vantare la presenza della natura grazie all’esistenza della zona protetta della Valle de l’Orge, il fiume e di edifici storici come un castello».

Nel suo lavoro Silvia sembra riuscire a far confluire tutte le problematiche che le stanno a cuore: l’impatto sostenibile dell’edilizia, la riflessione filosofica che dovrebbe animare il lavoro di qualunque architetto dato l’impatto che puo’ avere sulla vita delle persone, la misura umana dell’architettura – quell’uomo vitruviano mirabilmente disegnato da Leonardo – senza la quale l’individuo è schiacciato dal gigantismo e dall’autoesaltazione del modello e del design architettonico. Le chiedo, quasi a bruciapelo : ‘torneresti in Italia se ci fossero buone opportunità ?’ « Intanto ho da dire che qui mi sono trovata molto bene e a parte l’iniziale problema della lingua sono stata accolta molto bene. C’è entusiasmo per nuovi progetti, per le risorse che ogni individuo puo’ portare, cosa che invece non c’è in Italia. Non sono chiusa ad un eventuale ritorno. Il nostro è un mestiere basato molto anche sulla mobilità. Tra l’altro avendo uno studio qui non è detto che non si possa lavorare anche in Italia oppure con l’Italia. Dal punto di vista del proseguimento degli studi dottorali sono però scettica nel senso che non so quanta libertà avrei in Italia di proseguire la mia ricerca. Se pure ci fosse una possibilità non mi piacerebbe non avere l’indipendenza di proseguire la mia ricerca ed essere obbligata a fare cio’ che mi viene detto. E’ questo il problema della ricerca in Italia. Per me una ricerca, anche nelle discipline architettoniche, deve essere indipendente, non puo’ essere imposta sempre dall’alto. Ci sono certo dei limiti, la ricerca va guidata, ma in Italia c’è a mio avviso troppo dirigismo da parte del corpo docente e si dà poco valore e all’iniziativa dello studente, del ricercatore».

Ritorno a Milano, per Expo, questa volta dall’altro lato della frontiera. « A Milano ho conservato molti legami, professionali ed umani, ci sarà un workshop sul tema delle “urban ruralities” organizzato dall’Ecole Spéciale di Parigi e dal Politecnico di Milano. E’ un po’ un confronto con la mia storia. Mi fa strano ritornare al mio passato ma penso sarà produttivo anche perché il dipartimento Urban Planning and Policy Design di Milano è davvero un dipartimento molto valido ». Il passato e il presente s’incontrano dunque, non sempre si scontrano. Anzi a volte sembrano il naturale percorso. Mentre l’altro tempo, il futuro, quello delle nuove generazioni di expat che animano quello che oramai ha assunto i contorni di una vera e propria diaspora, sembra portare tutta la meglio gioventù italiana sempre più lontano dal nostro paese.

@marco_cesario