I miei pranzi con Orson Welles

I miei pranzi con Orson Welles

Nella primavera del 1978 il regista 37enne Henry Jaglom si imbatté in Orson Welles che pranzava con Warren Beatty al ristorante Ma Maison, nel West Hollywood. I due avevano già avuto modo di conoscersi: Jaglom era un grande fan di Welles e nel 1971 era riuscito a convincerlo a recitare nel suo primo film, Un posto tranquillo. Sette anni più tardi, al momento del loro nuovo incontro, Jaglom era impegnato nel montaggio del suo secondo film, Tracks, mentre Welles era diventato un mastodontico 63enne dalla fama sempre illustre ma dalla carriera ormai arenata, perseguitato dai creditori e afflitto dalla depressione, che lui chiamava il «cane nero».

Appena vede Jaglom Welles si alza a fatica e lo saluta calorosamente (o almeno così pare a Jaglom). Da quel giorno, fino alla morte di Welles, tutte le settimane – e a volte anche più spesso – i due si ritroveranno a pranzare insieme al Ma Maison, il ristorante preferito di Welles, che nei suoi ultimi anni diventerà una sorta di ufficio putativo e di seconda casa.

Il locale, gestito da Patrick Terrail, aveva aperto nel 1975 in un edificio un po’ malconcio che prima ospitava una ditta di moquette. L’arredo, a quanto si dice, non era affatto memorabile e anche il dehors lasciava un po’ a desiderare, con il prato artificiale color “verde bile” e riparato da una tenda di plastica che Terrail chiamava divertito “tenda da doccia”. Nonostante ciò, questo ristorante dalla cucina francese contaminata da influenze californiane ci mise poco a diventare un posto alla moda, così chic che era impossibile reperirne il numero di telefono (uno snobismo che Welles non apprezzò mai) e così richiesto che davanti alle sue insalate di granchio si consumavano importanti trattative dell’industria hollywoodiana: piccoli tasselli del sottile gioco al massacro tra produttori, agenti, attori, registi, sceneggiatori.

«Il ristorante era diventato il suo ufficio. Ricevevamo tutta la sua posta e parecchie telefonate»

Orson Welles, da buon abitué, aveva un suo tavolo preferito, a destra dell’entrata. Lasciava davanti alla porta di servizio la carrozzella (di cui si vergognava) e faceva il suo ingresso passando dalla cucina. «Il ristorante era diventato il suo ufficio» racconta Terrail: «Ricevevamo tutta la sua posta e parecchie telefonate».

Erano molto amici, Welles e Terrail, ma il suo vero confidente degli ultimi anni, colui che seppe risollevarlo in un momento di crisi profonda, fu proprio Jaglom. Dopo anni di pranzi abituali fu di Welles l’idea che l’amico iniziasse a registrare le loro conversazioni, a patto che il registratore fosse tenuto nella borsa, o comunque occultato alla vista. Jaglom iniziò a registrare nel 1983 e continuò fino alla morte di Welles. I loro dialoghi – letteralmente le chiacchiere di due amici al bar – sono confluite in un libro, A pranzo con Orson, curato dallo storico del cinema Peter Biskind e pubblicato in Italia da Adelphi proprio in occasione del centenario dalla nascita.

Tra commenti gastronomici e frecciatine ai camerieri, la personalità di Welles emerge in modo interessante e inedito rispetto alle biografie. Sicuramente meno agiografico. Il suo carattere egocentrico e spaccone non è certo una novità e mentre parla con Jaglom di politica, libri, teatro e tanto cinema, il suo tono è sì di complicità, perché il suo interlocutore è un amico, ma c’è anche la volontà di stupire e affascinare un ammiratore con aneddoti scoppiettanti e opinioni sagaci.

Si diverte perciò a provocarlo con battute razziste e giudizi arbitrari, secondo una precisa tipologia di animale da salotto che al giorno d’oggi è diventata fin troppo abusata.

In bilico tra l’autocelebrazione spaccona («Io sono un’autorità su tutto») e il gusto per i motti spiazzanti («Il cinema è il mezzo artistico meno interessante di tutti. A parte il balletto») ha un giudizio sprezzante su ogni cosa: Eisenhower? «Sottovalutato». L’art déco? «La detesto dal profondo del cuore». Il kiwi? «Tutti gli chef francesi del mondo lo rovinano».

Welles sembra anzi voler rivendicare il diritto di contraddirsi

Ma il suo vero nemico è il principio di non contraddizione, sembra anzi voler rivendicare il diritto di contraddirsi, così insulta gli irlandesi ma finisce per rivalutarli (quanto meno gli irlandesi d’Irlanda); ama la vitalità nell’arte ma i suoi film sono «neri come un buco nero»; si definisce ateo ma rivendica un bisogno di trascendenza senza il quale le arti tutte finirebbero con lo scomparire. Ha anche, naturalmente, le sue passioni e se Bogart viene liquidato come un vigliacco e Marlon Brando come un «salsicciotto», si abbandona invece a lodi sperticate quando parla di Erich von Stroheim, della sua cara amica Marlene Dietrich o di Carole Lombard, di cui amava il suo essere bellissima eppure comportarsi come una cameriera da bettola. Secondo Welles l’incidente aereo in cui proprio la Lombard morì fu provocato da un attacco nazista: non era nuovo agli aneddoti storici bizzarri, ad esempio era suo parere che il saluto fascista fosse stato inventato da Cecil B. DeMille e solo in seguito adottato da Mussolini e da Hitler.

Trovava Woody Allen talmente raccapricciante da non volerlo nemmeno conoscere

Era anche molto fissato con l’antipatia a pelle: trovava Woody Allen talmente raccapricciante da non volerlo nemmeno conoscere. Con Chaplin il suo problema era diverso: lo accusava addirittura di avergli rubato Monsieur Verdoux, e ad ogni modo «è molto meglio Keaton». In alcuni casi, in realtà assai frequenti, era l’antipatia degli altri nei suoi confronti a farla da padrone.

Per esempio fece a lungo congetture sul perché Jean-Paul Sartre lo snobbasse. Era deluso dal fatto che Quarto potere in Europa non avesse ottenuto lo stesso successo riscosso in patria: «La prima volta che ne sentirono parlare fu quando Jean-Paul Sartre lo demolì». Non solo in Francia, anche in Inghilterra non andò come sperato: «Alcuni lo definirono una scopiazzatura di Borges e lo stroncarono. Io ho sempre saputo che Borges non l’aveva apprezzato. Disse che era pedante – osservazione molto strana, per un film così – e che era un labirinto. E che la cosa peggiore di un labirinto è quando manca la via d’uscita. E che questo era un film labirintico senza uscita. Non va mai dimenticato che Borges è mezzo cieco».

Come tutti gli esordi memorabili, Quarto potere sarà sempre un retaggio ingombrante nella carriera di Orson Welles, che dopo un inizio da ragazzo prodigio (il 9 maggio 1938, tre giorni dopo il suo ventitreesimo compleanno, era già sulla copertina di Time) proseguirà a singhiozzo, tra alti e bassi: successi, problemi di budget, incomprensioni con gli Studios e soprattutto una massiccia quantità di progetti incompiuti, tra cui un film, The Big Brass Ring che avrebbe dovuto essere «un film sull’America di fine secolo, come Quarto potere era sull’America di inizio secolo», con Jack Nicholson come protagonista.

Il Welles che emerge da queste chiacchierate è più spontaneo e indifeso dell’immagine roboante a cui siamo abituati. Il suo gusto goliardico e beffardo – che Biskind definisce “rabelaisiano” – è il fil rouge di tutti i dialoghi. «Orson è una figura enigmatica per il grande pubblico» ha scritto Jaglom «è un rompicapo: come far convivere il ragazzo prodigio, il rivoluzionario regista teatrale, l’iconoclasta della radio, il celebrato artista shakespeariano, il cineasta d’avanguardia al quale quasi tutti riconoscono il merito di aver girato il più grande film di tutti i tempi… con il pagliaccio dei talk show, il melenso imbonitore di vini, il compiacente interprete di pasquinate di bassa lega, il reietto obeso e autodistruttivo, notorio per le sue opere incompiute e i progetti abortiti?».

Secondo Jaglom la scena finale della Signora di Shanghai nel labirinto di specchi del Luna Park è «forse la sua metafora autobiografica più vera. È impossibile individuare il vero Orson Welles nel labirinto di specchi che allestì con tanta alacrità». «Ho raccontato tante storie solo per cavarmi d’impiccio, per noia, per fare spettacolo! – racconta Welles all’amico – Non saprei mai ricordarle tutte, ma sono sicuro che mi perseguiteranno. O perseguiteranno il mio fantasma. Non dire la verità su di me, Henry. Non la vogliono sapere. Lasciagli le loro fantasie».

Orson Welles morì di infarto il 10 ottobre 1985, cinque giorni dopo l’ultimo pranzo con Henry Jaglom. Il Ma Maison chiuderà circa un mese più tardi.