Il test di Bechdel, il filtro femminista al cinema mainstream

Il test di Bechdel, il filtro femminista al cinema mainstream

Come si è detto mille volte, il cinema non è amico delle donne. Spesso compaiono in ruoli subalterni, sono ininfluenti sulla trama, hanno un ruolo che dipende da quello del maschio, sono del tutto prescindibili. Per denunciare il sessimo nei film è nato il test di Bechdel, che trae origine da una striscia a fumetti disegnata da Alison Bechdel e che metteva in scena una coppia lesbo che parlava di cinema. Una delle due sottolineava che sarebbe andata a vedere un film solo se: 1) c’erano almeno due donne; 2) che parlano tra loro; 3) e non parlano di uomini.

Sembra sorprendente, ma come riporta il sito bechdeltest.com, solo il 58% dei 4.500 film presi in esame riuscirebbe a superare tutti i tre criteri del test. Il 10% non ne passa almeno uno, il 22% almeno due e il 10% non li passa tutti e tre.

L’idea del test nasce, a quanto pare, da un passaggio di Virginia Woolf da “Una stanza tutta per sé”, del 1929, in cui criticava il modo in cui i personaggi femminili venivano trattati nei romanzi, sottolineando che agivano solo in relazione ai personaggi maschili. Da lì è venuta l’idea di applicarlo al cinema.

Il test, però, non può considerarsi esente da critiche. Ad esempio, non può dimenticare che alcuni film, per ragioni di ambientazione storica, possono non prevedere personaggi femminili. E al tempo stesso può anche essere insufficiente: esistono film che rispettano i tre criteri ma che, in altri modi, fanno passare messaggi sessisti, come un qualsiasi film chick-flick.