La scomparsa del Jobs Act

Riforme incompiute

Mentre le preoccupazioni del governo sono concentrate su scuola e pensioni, la «rivoluzione copernicana» (parole di Renzi) del Jobs Act è finita in soffitta. Dopo l’entrata in vigore del contratto a tutele crescenti e della Naspi, dei pezzi mancanti della riforma del lavoro si è persa traccia. La sezione dedicata al lavoro sul sito del governo passodopopasso è ferma a gennaio 2015. L’annunciata abolizione di cococo e cocopro è scomparsa dai radar, così come il salario minimo e il tanto atteso decreto sulla riorganizzazione del collocamento. Senza l’Agenzia unica dei centri per l’impiego, il Jobs Act di fatto è ancora azzoppato: le tutele dell’articolo 18 tolte al contratto a tempo indeterminato avrebbero dovuto essere compensate da una riorganizzazione delle politiche attive, ma ancora così non è. 

La vita difficile dello stop ai cocopro
Il terzo decreto sul riordino delle formule contrattuali, quello che prevede la rottamazione di cococo e cocopro, è stato approvato in prima lettura dal consiglio dei ministri il 20 febbraio. Da allora non ha avuto vita facile. La Ragioneria dello Stato ha fatto notare subito che i soldi stanziati nella legge di stabilità per gli sgravi contributivi delle nuove assunzioni a tempo indeterminato non sarebbero bastati a coprire anche le trasformazioni dei finti cocopro verso il contratto a tutele crescenti. E per un mese l’invio al Parlamento per i pareri era stato bloccato. Alla fine ad aprile sono stati racimolati altri 200 milioni di euro. Con una clausola inserita su richiesta del ministero dell’Economia: se l’allungamento della coperta non fosse stato sufficiente, a pagare sarebbero stati imprese e lavoratori autonomi.

Il pacchetto è approdato così il 9 aprile, dopo 50 giorni, alle commissioni Lavoro di Camera e Senato. Il ministro Maria Elena Boschi aveva chiesto ai colleghi di fare di fretta. Ma così non è stato. C’era troppa carne al fuoco e lo stile complicato degli oltre 50 articoli non rendeva facile l’analisi. Il decreto ha ottenuto l’ok il 13 maggio dalla commissione Lavoro del Senato e il 15 da quella della Camera. E solo il 18 maggio dalla commissione Bilancio.

L’obiettivo resta quello iniziale, cioè superare le finte collaborazioni. La commissione Bilancio ha chiesto però al governo di cancellare la clausola di salvaguardia per coprire l’eventuale ondata di trasformazioni, e viene inserita la possibilità di sottoscrivere contratti a progetto a patto che un ente terzo certifichi che non si tratta di finte collaborazioni. I pareri delle Commissioni non sono vincolanti. E alla fine Renzi, così come ha già fatto sui licenziamenti collettivi, potrà comunque fare di testa sua. La novità è che il testo del decreto, complicato anche per gli addetti ai lavori, è stato riscritto e semplificato, soprattutto nella parte riguardante il part time. Ora si aspetta l’approvazione definitiva in consiglio dei ministri, non ancora calendarizzata.

Politiche attive chi?
Davanti alla maggiore facilità di licenziamento prevista dal contratto a tutele crescenti, il modello del Jobs Act renziano è quello della sicurezza della tutela al di fuori (e non all’interno) del posto di lavoro. In Paesi del Nord Europa come la Danimarca, un terzo dei lavoratori cambia occupazione una volta all’anno, grazie a una rete di tutele pubbliche e private. Da noi, al momento, se un lavoratore con il contratto a tutele crescenti venisse licenziato, si troverebbe davanti i nuovi ammortizzatori sociali (quelli entrati in vigore con il secondo decreto delegato) ma i vecchi malfunzionanti centri per l’impiego. Il decreto, che prevede l’Agenzia unica per l’impiego e la riorganizzazione delle politiche attive, dovrebbe essere messo all’ordine del giorno dal consiglio dei ministri per l’approvazione in prima lettura entro il 9 giugno. La sentenza sulle pensioni della Consulta ha creato scompiglio e ancora non c’è una data certa. Da Palazzo Chigi parlano del 4-5 giugno prossimi. Da lì poi dovrà passare dalle Commissioni per i pareri e poi tornare in consiglio dei ministri. La strada, insomma, è ancora lunga.

Ma sul fronte risorse, lo spostamento di 1 miliardo di euro dal Fondo per il Jobs Act al finanziamento della cassa in deroga non fa ben sperare. Dal governo assicurano che le risorse per le politiche attive ci sono. Facendo due conti, i soldi che restano però sono pochi. I fondi messi a disposizione dalla legge di stabilità 2015 sono 3,2 miliardi: uno per le tutele crescenti; 2,2 per ammortizzatori, politiche attive e copertura per eventuali sforamenti delle tutele crescenti. Se 1 miliardo va alla cassa in deroga, un altro va a coprire gli sgravi contributivi del contratto a tutele crescenti e 136 milioni sono destinati alla clausola di salvaguardia del decreto sul riordino dei contratti, resta poco più che 1 miliardo. Questi soldi dovranno essere spalmati tra la decontribuzione per il contratto a tutele crescenti, che potrebbe richiedere addirittura il doppio di quanto previsto dalla legge di stabilità, le politiche attive e l’agenzia unica per le ispezioni.

Fermi per un pit stop: conciliazione e agenzia unica per le ispezioni
Resta sospeso anche il decreto sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, approvato dal Consiglio dei ministri a febbraio, che ha completato l’esame delle Commissioni. Anche qui, però, ci sono problemi di copertura, visto che prevede l’estensione del congedo parentale fino a 12 anni di vita del bambino, rafforza la maternità per le lavoratrici autonome e amplia la possibilità di chiedere il congedo di paternità. I tecnici del Tesoro sono al lavoro per trovare una soluzione.

Destino incerto anche per il decreto che prevede l’istituzione di un’Agenzia unica per le ispezioni del lavoro. Il testo andrà in consiglio dei ministri come ultima tranche del Jobs Act, ma ancora non ci sono date. E anche qui ci sono problemi tecnici e di copertura. Quello che si sa è che dal governo hanno abbandonato l’idea di accorpare in un unico carrozzone ispettori del ministero, dell’Inail e dell’Inps come previsto dalla bozza del decreto, prediligendo invece una “cooperazione rafforzata” tra le parti. Cooperazione che dovrà accontentarsi, anche in questo caso, degli spiccioli che restano (se ne restano).