Milano 2032, la città vecchia salvata dagli stranieri

L’analisi

Non ci sarà stata l’invasione, come teme Matteo Salvini. Le strade di Milano saranno popolate da anziani (più di ora) e stranieri. È il 2032: ogni tanto scoppierà qualche tensione nei quartieri più popolari, ma nessuno scenario alla Houellebecq. Molti egiziani, molti cinesi. Ma soprattutto molti filippini. Tutti mescolati tra loro (ma non tanto), faranno professioni diverse. Non ci sarà l’assalto ai quartieri centrali, ma un semplice trasferimento dalla periferia. Girerà qualche americano in più e tutti, anche i residenti, parleranno bene l’inglese. Expo, allora, sarà un ricordo, forse usato come paragone per gli slogan elettorali. Evocato per raccontare (speriamo) la fine degli anni della crisi. O il suo inizio.

Cresceranno molto i filippini: da 37mila a 84mila unità, seguiti dagli egiziani, che da 26mila diventeranno oltre 70mila

In ogni caso, in quegli anni il volto della città, spiega Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia presso l’Università Bicocca di Milano, «Non sarà molto diverso da come è oggi». Lo confermano i numeri delle previsioni demografiche elaborate dal Comune di Milano. La popolazione dei milanesi crescerà, soprattutto per l’afflusso degli stranieri, ma poco. La composizione resterà costante, ci saranno modifiche, ma non radicali.

Intorno a una popolazione milanese che invecchierà piano, «ci sarà un aumento degli stranieri», ma nessun assedio. Secondo le stime, si passerà dagli attuali 220mila a 530mila. Saranno immigrati e figli di immigrati, provenienti anche da altre parti d’Italia. La composizione sarà variegata, ma non andrà a coinvolgere nazionalità che non sono già presenti in modo significativo sul territorio milanese. Cresceranno molto, secondo le previsioni, i filippini: da 37mila a 84mila unità, seguiti dagli egiziani, che da 26mila diventeranno oltre 70mila. «Sono le due presenze straniere “storiche” a Milano», spiega Blangiardo.

«Per quanto riguarda i filippini, quello di Milano è un caso eccezionale. Unico nel Paese e anche in Lombardia. Negli altri centri prevalgono nazionalità di altro tipo». La convergenza su Milano è dovuta «al mestiere che svolgono: in prevalenza si occupano della cura della casa, e a Milano la richiesta di donne di servizio è più alta che altrove. Oltre a ciò si sono sempre più specializzati nel campo dei servizi per la persona. Non solo cura della casa, ma anche badantato». E c’è da ritenere che, viste le previsioni di invecchiamento del Paese, la loro presenza non potrà che essere maggiore.

«Gli egiziani, invece, lavorano nel campo dei servizi e della ristorazione – si badi, però: la maggioranza degli egiziani milanesi sono di religione copta, cioè cristiana. Non musulmana». E questo lascia pensare che il numero dei kebabbari aumenterà nel tempo o, come è più probabile, diventerà un servizio sempre più variegato e complesso.

«L’integrazione, quella concreta, avviene solo in un modo: con il tempo»

Anche le altre nazionalità cresceranno: i peruviani, da 20mila scarsi diventeranno 48mila. Stesso trend per gli ecuadoregni, che passano da 13mila a 32mila. I cinesi da 23mila diventeranno 57mila. Questi ultimi – sostiene Blangiardo – saranno gli unici a mantenere una certa autonomia rispetto al resto della città. «Autonomia identitaria, intendo. Dal punto di vista commerciale saranno molto integrati, lo sono già ora».

Il punto è proprio qui: l’integrazione. Ci sarà? Avverrà davvero? «L’integrazione, quella concreta, avviene solo in un modo: con il tempo». Serve «che ci sia una permanenza nell’area per adottare gli usi, i modi di fare e di pensare. Per diventare milanesi». Anche la realtà lavorativa sarà differente: con il tempo, e con le nuove generazioni di milanesi, per gli stranieri ci sarà un miglioramento delle situazioni reddituali. Si sposterà verso il centro (si presume), e svolgeranno lavori e mestieri più sofisticati e intellettuali rispetto a quanto avviene ora. Ci sarà, insomma, una forma moderata di rimescolamento sociale.

Milano, però, sarà molto più complicata. Alle spinte sociali verso l’alto si contrapporranno «tensioni, di sicuro, per quanto riguarda le nuove generazioni», come avviene anche in altri Paesi, dove l’immigrazione è fenomeno meno recente. «Non sono stranieri, né si sentono tali. Ma la società non li include ancora».

Non solo: a Milano la contrapposizione “città-periferia” è molto più sfumata rispetto a quello che accade nei quartieri marginali di Parigi o di Londra, come ricorda la ricercatrice Stefania Stea, dell’Istituto per la ricerca sociale. Le diverse nazionalità si sono ritrovate in quartieri, o «addirittura in strade-ghetto», e sarà complicato organizzare la città in modo da evitare l’isolamento.

«Trovo ancora molto attuale», spiega Stea, «la descrizione fatta da Aldo Bonomi, in cui viene descritto un contesto urbano fatto di cerchi “che si sfiorano senza mai toccarsi, senza conoscersi e senza conoscere le esigenze reciproche”». Sono i diversi ceti della Milano di oggi, cioè la neoborghesia (la nuova élite, che vive in una dimensione globale, che cura la finanza e che, si suppone, in futuro sarà quella che intratterrà i maggiori rapporti con la popolazione anglosassone); il ceto dei commercianti, più radicato sul territorio; poi il cerchio della città “invisibile”, cioè l’esercito degli stranieri, delle badanti, dei pony express, degli impiegati delle società di pulizia; il cerchio dei creativi, composto da designer, artisti, editori: una fascia che negli ultimi anni si è ampliata in modo maggiore; infine il cerchio della neomanifattura, e si intendono i nuovi artigiani (perlopiù relegati nell’hinterland).

Le dinamiche di invecchiamento della popolazione, l’ingresso delle nuove tecnologie (ad esempio, la stampante 3D), l’interazione tra generazione provocherà cambiamenti nei cerchi? Come è probabile, cominceranno a toccarsi. Il mondo degli “invisibili” sarà quello più dinamico, anche solo dal punto di vista demografico. Ci si può aspettare una contaminazione, in tutti i cerchi, che verranno piegati e – forse – si incontreranno. Ma tutto questo avverrà tra molto tempo, quando i milanesi di oggi saranno invecchiati, trasferendo i loro tic e i loro ricordi ai nuovi arrivati. Quando Expo sarà solo un ricordo, per capirci, dei tempi della crisi. Di quando finiva. Oppure, di quando cominciava.

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