Aiutare gli uomini per fermare la violenza sulle donne

Nei panni di una rossa

Aiutare gli uomini per fermare la violenza sulle donne

Quando si parla di violenza sulle donne si tende a non considerare un dettaglio: il fatto che il femminicidio — quello che suscita clamore mediatico — altro non è che la punta di un iceberg. Sotto, c’è un universo di comportamenti, pulsioni e istinti violenti che permeano il mondo maschile senza avere cassa di risonanza.

È proprio per rispondere a questa violenza silenziosa che è attivo a Torino uno sportello per l’ascolto del disagio maschile e la prevenzione della violenza alle donne.

L’iniziativa, scaturita dalla Onlus “Cerchio degli uomini” con il sostegno della città metropolitana di Torino, del Comune e della Fondazione Cassa di Risparmio, è nata nel 2009 come prima realtà italiana di questo tipo.

Lo sportello è stato fortemente rilanciato negli ultimi mesi grazie a una campagna pubblicitaria sulla provincia di Torino. Sui flyer e sui manifesti vengono poste domande semplici: “Ti accorgi di avere reazioni violente?”, “Vivi conflitti in famiglia?”, “Scarichi la rabbia in casa?”

«Sono domande in cui molti uomini si riconoscono e che vanno a colmare il gap tra il mostro di cui si parla sui media e l’uomo cosiddetto comune», spiega Domenico Matarozzo, uno dei tre counselor che gestiscono lo sportello.

I maschi non si identificano nei “mostri” che fanno notizia. Ma ci sono tanti altri meccanismi di prevaricazione sulle donne

«La violenza che fa notizia non mette in discussione il modello maschile patriarcale-gerarchico, quello che può manifestarsi anche nel maschio protettivo per intenderci – prosegue. Gli uomini di cui si parla sui media sono visti come deviati, assassini, psicopatici: gli altri maschi non vi si identificano. Ci sono invece tanti meccanismi più “silenziosi” di prevaricazione verbale, gelosia eccessiva, controllo sulla propria compagna o sui figli che vengono messi in atto nel quotidiano, senza balzare alle cronache».

Lo sportello ha risposto negli anni a centinaia di persone

Lo sportello ha risposto negli anni a centinaia di persone. «L’età degli utenti si è abbassata, oggi ci chiamano soprattutto 30–40enni. L’utenza però è trasversale: si va dal disoccupato al professionista. Ci chiedono ascolto e informazioni, sostegno».

Prosegue: «Le persone arrivano a noi da varie fonti, anche spinti dalle donne. Dopo un primo colloquio telefonico si può procedere con un incontro individuale, il passaggio a strutture specifiche o l’inserimento in percorsi di gruppo della durata di un anno. In questo caso, prima c’è una parte frontale dove si parla delle tematiche legate alla violenza e alla gestione delle emozioni, poi si passa alla condivisione guidata delle loro esperienze. Ciò che noi vogliamo far comprendere è che per essere felice devi iniziare a far cadere la maschera e condividere la tua esperienza».

Se il mostro di cui ci parlano i media e l’uomo “comune” con pulsioni violente che chiede aiuto non sono due categorie così distinte, dove sta la differenza? Qual è il meccanismo determinante nel cambiamento dalla “norma” al mostro?

Secondo la psicoterapeuta milanese Maria Grazia Parisi, «tutto nasce da un’identificazione errata con la funzione tradizionale di “protezione”, che può portare il maschio a proteggere “a modo suo” quando pensa che sia in atto la trasgressione a un certo codice di comportamento. Ciò è tanto più forte quanto più tollerato dal gruppo di appartenenza». «Poi succede che l’uomo si dissoci dalla parte di sé che ha commesso violenza, la parte istintiva e non integrata, per questo molti uomini dopo aver commesso violenza negano o non si riconoscono in ciò che hanno fatto. C’è una dissociazione fra la componente cognitiva e quella istintiva. I “mostri” sono una piccola parte degli uomini che hanno psicopatologie di fondo più o meno gravi: in questi uomini c’è una forte insicurezza unita a non consapevolezza. Quindi direi che la differenza sta nella consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni».

L’emancipazione della donna mette in discussione un modello maschile tradizionale in cui all’uomo tutto è dovuto

Concorda Matarozzo: «L’emancipazione della donna mette in discussione un modello maschile tradizionale in cui all’uomo tutto è dovuto, in cambio della protezione. L’uomo cerca lo sguardo materno nella compagna e può essere incapace di stare in una relazione paritaria, che veda emergere pregi e difetti di entrambi».

Dunque le donne che si trovano coinvolte in queste dinamiche sono quelle più fragili che scatenano il copione vittima-carnefice o quelle più forti che mettono in discussione il ruolo dell’uomo?

Maria Grazia Parisi dice che «più che di forza o fragilità parlerei di consapevolezza. Anche nella donna, quella è la chiave di tutto: in casi di relazioni violente, la donna tende a confondere la componente aggressiva con la componente protettiva. Ricercando protezione, tende a pensare di trovarla in uomini che manifestano la loro forza anche in maniera aggressiva».

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Per contattare lo sportello per l’ascolto del disagio maschile si può chiamare lo 011 247 81 85, il lunedì e martedì dalle 18 alle 19 e il mercoledì, giovedì e venerdì dalle 12 alle 13.
Il numero di emergenza 366 406 10 86 è invece attivo 24 ore su 24.