Benvenuti a Parigi, dove il governo (di sinistra) manganella i profughi

Il reportage

PARIGI – Nei Jardins d’Eole, nel XVIII arrondissement di Parigi, fa molto caldo ed una brezza leggera, quasi marina, spazza via la terra secca e polverosa che si deposita sulle tende, sulle coperte della Croix Rouge, sui sacchi a pelo ed i panni stesi ad asciugare sulle panchine. Alcuni uomini si lavano ad una fontanella che è a due passi mentre qualcuno riposa all’ombra dei tendoni azzurri che i cittadini del quartiere hanno issato in mezzo agli alberi per fornire un tetto ad un centinaio di migranti senza alloggio. Se non ci trovassimo nel cuore di Parigi potremmo tranquillamente credere di trovarci a Lampedusa o ai bordi di uno dei campi di cui è costellato il Mediterraneo. Se non altro perché il centinaio di eritrei, sudanesi, somali che si sono radunati qui sono passati quasi tutti per Lampedusa dopo aver attraversato il Mediterraneo su disastrati barconi azzurri.

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Prima ancora, mi racconta uno di loro che nasconde il viso alla vista del mio obbiettivo, hanno attraversato il deserto e sono giunti in Libia rimanendo bloccati per mesi in campi di prigionia ed in condizioni di vita disumane. Penuria d’acqua e di cibo ed il caldo soffocante del deserto che non risparmia nessuno. Sfuggiti, con soldi o puro ingegno, ad aguzzini, mercanti di schiavi e reclutatori della jihad, si sono riversati in barconi della disperazione e sono giunti, quasi per miracolo, a Lampedusa. Quello è il tratto più difficile, mi spiegano, più difficile anche del deserto. In balia delle onde, con poca acqua e quasi niente cibo, pressati l’uno contro l’altro in attesa di vedere profilarsi all’orizzonte le coste italiane. Una tappa a Bari, poi la fuga ed il lunghissimo viaggio fino al confine con la Francia e, passando per sentieri di montagna, su fino a Parigi. Cosa volete che sia uno sgombero muscoloso della gendarmerie francese davanti ad un periplo di oltre 10.000 chilometri? 

Si resta sul chi va là, perchè la gendarmerie può arrivare da un momento all’altro a sgombrare un campo considerato abusivo. E il municipio di Parigi fa orecchie da mercante…

L’atmosfera, nel campo dei Jardins d’Eole, è da festa popolare. I cittadini del quartiere si sono mobilitati in massa. Hanno improvvisato una mensa popolare, ognuno ha portato da mangiare, da bere. Chi offre ospitalità giusto per una doccia, chi porta prodotti d’igiene, sapone, disinfettanti o cerotti, un sacco a pelo o una tenda. L’intero campo è autogestito. Al suo ingresso ci sono istruzioni in arabo, inglese e francese sulle regole basilari del campo o semplicemente istruzioni per chi volesse compilare la domanda d’asilo. Al centro del campo, dove diversi volontari distribuiscono cibo e bevande, s’improvvisa un concerto. Alcuni, forse memori delle penurie del lungo viaggio, si lasciano andare ad un ballo. Ma si resta comunque sul chi va là perché la gendarmerie può arrivare da un momento all’altro a sgombrare un campo considerato abusivo. Del resto è dal 2 Giugno che i migranti vengono sgomberati ora dalla stazione di una metro, ora da un giardino, ora da una caserma abbandonata e occupata. Sembra non ci sia pace per loro ed il municipio di Parigi fa orecchie da mercante.

Ma come sono arrivati qui? E dove sono le autorità? A spiegarmelo è una delle responsabili del campo, Mathilde Boudon che, insieme ad altri studenti, cittadini ed attivisti del XVIII arrondissement, ha creato un comitato, il Comité de Soutien aux Migrants de la Chapelle, che alla vista dello sgombero dei circa 400 migranti che dormivano sotto il ponte della metro, ha deciso di offrire loro aiuto logistico e sostegno economico. «Circa quattrocento migranti dormivano sotto un ponte della metro – mi racconta Mathilde – la polizia è venuta ed ha sgomberato il campo con molta violenza arrestando diverse persone. I migranti, occorre ricordarlo, sono rifugiati, la maggior parte di loro fugge da guerre, torture e persecuzioni. Tornare nel loro paese significherebbe la morte certa». Più in là, vicino alla fontana, c’è un gruppo di eritrei. Alcuni fumano, altri si guardano attorno circospetti. Mi avvicino. Mi dicono «niente foto per favore». Hanno paura di essere identificati dalla polizia. Uno di loro parla un po’ d’inglese. «Lo sai che succede in Eritrea? In Eritrea c’è una dittatura. I militari ti chiamano al telefono facendoti ascoltare la voce di un tuo parente mentre lo torturano. Ti chiedono soldi. Lo continuano a torturare fin quando non glieli dai. È un inferno. Preferisco morire qui o annegare in mare piuttosto che tornare in Eritrea».  

La responsabile del campo di accoglienza: «I cittadini del quartiere e qualche associazione ci hanno dato manforte. Persino il Partito Comunista ci ha lasciato soli…»

Circa centottanta migranti sono stati riconosciuti come rifugiati politici dalle autorità francesi. Ma per molti altri il tribunale delle libertà ha opposto un secco rifiuto. «Al Tribunale di Parigi ieri – mi spiega Mathilde – su sei domande d’asilo cinque sono state rigettate. Ma dove volete che vadano queste persone? Che tornino nel loro paese a morire? Noi cittadini del quartiere non possiamo rimanercene con le mani in mano, bisogna agire. E lo abbiamo fatto, malgrado la polizia». Mi mostra la sua stampella e la caviglia fasciata. Durante lo sgombero della caserma a Château-Landon Mathilde era ad una finestra per afferrare il cibo che veniva gettato dalla strada per i migranti che erano bloccati all’interno. La polizia ha evacuato la caserma e l’ha manganellata, Mathilde è caduta e si è slogata una caviglia. Ora cammina con una stampella ma è più combattiva che mai. «Fin quando le autorità non decideranno di attivarsi per dare un alloggio a queste persone noi non ce ne andremo. Solo i cittadini del quartiere e qualche associazione ci hanno dato manforte, per il resto ci hanno abbandonato tutti. Persino il Partito Comunista (PCF ndr), che inizialmente ci aveva appoggiato, ci ha lasciato soli. Sul giornale l’Humanité (organo del PCF ndr), ci hanno dipinti come anarchici radicali ma noi siamo innanzitutto una forza cittadina. Siamo cittadini stufi di vedere calpestati i diritti delle persone».

Intanto il municipio di Parigi, davanti alle pressioni dell’opinione pubblica, sta studiando la possibilità di aprire un centro di accoglienza in accordo con lo stato francese. Ma finora solo un centinaio di persone hanno trovato alloggio temporaneo mentre il flusso di migranti continua. E non sarà certo la chiusura delle frontiere con l’Italia a bloccarlo. Negli ultimi giorni quasi 1500 migranti sono stati bloccati dalle forze dell’ordine francesi nella regione delle Alpi Marittime. Più di un migliaio sono stati rispediti in Italia. Ma quando fuggi da guerre e morte le frontiere non ti fanno più paura. Florent Gueguen, direttore della Federazione Nazionale delle Associazioni d’accoglienza e re-inserzione sociale lo dice senza mezzi termini: «Occorre aprire almeno tre o quattro siti nell’Ile-de-France che abbiano una capacità di almeno 200 e 300 posti letto. È il minimo. È la sola maniera di evitare la ricostituzione di campi abusivi e conseguenti evacuazioni. Trecento posti, se lo stato ed il municipio di Parigi si mettono, non è una cifra astronomica. Ci sono decine di edifici abbandonati, caserme, palazzi della SNCF (compagnia nazionale dei treni ndr) ed altri locali che possono tranquillamente essere utilizzati». Intanto qualche migliaio di chilometri più a Sud, verso la Costa Azzurra, decine di migranti continuano a dormire in prossimità della frontiera francese a Ventimiglia. Sperano di entrare in Francia, ricevere asilo, forse un lavoro. Per altri il viaggio continua ancora più a Nord di Parigi, fino alla lontana Calais. Qui sopravvivono almeno 3.000 migranti in vere e proprie bidonville dalle condizioni insalubri, soprannominate “new jungle”. Vivono in condizioni apocalittiche pur di riuscire a portare a termine l’ultima tappa e più difficile tappa del viaggio. Guadagnare le bianche ed irraggiungibili scogliere di Dover.  

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