Rubrica Scienza&SaluteEcco perché non dobbiamo avere (troppa) paura della Mers

Ecco perché non dobbiamo avere (troppa) paura della Mers

Il 26 giugno, appena qualche giorno fa, le autorità di Seul hanno riferito di due nuovi decessi per Sindrome respiratoria acuta mediorientale (Mers), che vanno a sommarsi alle 29 già registrate in questi mesi. I numeri ci dicono che sono 181 le persone contagiate finora: 81 sono i casi di guarigione, 69 le persone in cura e 13 quelle in condizioni critiche. Più di 2900 persone sono state messe in quarantena. I casi di contagio in Sud Corea continuano a crescere ma le autorità rassicurano dicendo che non siamo in una situazione di emergenza di salute pubblica, anche se è necessario mantenere una certa allerta. Quello che ancora non si capisce è se del nuovo coronavirus MERS-CoV, identificato per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012, dobbiamo avere paura o no.

«L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato ritardi ed errori nella risposta della Corea del Sud verso l’epidemia di coronavirus»

Oggi in Corea del Sud c’è il focolaio più grande, dove il primo paziente – un uomo di 68 anni che aveva viaggiato recentemente nella penisola araba – è stato registrato il 20 maggio. Prima di capire che si trattava effettivamente di coronavirus, il paziente ha girato quattro diversi ospedali, sovraffollati, ed è entrato in contatto con diverse persone, tra cui operatori sanitari, pazienti, familiari e amici. L’incapacità della Corea del Sud nel gestire prontamente la situazione ha fatto il resto, causando una rapida diffusione del virus nel Paese. «L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha stimato ritardi ed errori nella risposta della Corea del Sud verso l’epidemia di coronavirus» ha dichiarato Keiji Fukuda, vice direttore generale per la sicurezza sanitaria dell’Oms, secondo quanto riportato dall’agenzia Agi, esprimendo preoccupazione sulla capacità delle autorità di contenere i focolai. «L’epidemia ha sorpreso tutti in Corea del Sud e questo ha contribuito al ritardo nella risposta». Oltre che in Corea del Sud il virus è stato identificato anche in 25 paesi, la maggior parte nella zona del Medio Oriente. Alcuni casi sono stati rinvenuti anche in Africa, Europa, Usa, nelle Filippine e in Malesia.

Tanto per tracciare un identikit del virus, va detto che i coronavirus sono una famiglia molto grande, responsabile di patologie che vanno dal semplice raffreddore alla sindrome respiratoria acuta grave SARS, che nel 2003 aveva creato non poche preoccupazioni. Da qui, vista la similitudine con questo virus, la paura che possa venire a crearsi una situazione simile. «Va detto però che si tratta di una zoonosi – spiega a Linkiesta Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano – e cioè che il virus preferisce gli animali agli uomini. I serbatori principali sono i pipistrelli, da dove ha avuto origine, per poi passare ai cammelli che probabilmente hanno funzionato come tramite con l’uomo. Noi siamo serbatoi permissivi, non i principali, ma nonostante questo, di fronte a un uomo il virus non si tira certo indietro. E nell’uomo la mortalità è maggiore del 30%, anche superiore a quella della Sars».

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Il meccanismo di diffusione negli esseri umani non è ancora stato identificato con precisione. Non si sa se il virus si trasmetta per via aerea o per contatto. Si sa però che avviene soprattutto in ambiente ospedaliero e in situazioni in cui si crei uno stretto contatto. Il virus infatti non sembra trasmettersi facilmente da persona a persona a meno che ci sia uno stretto contatto, come per esempio nel fornire assistenza a un paziente infetto senza le dovute precauzioni. Per questo ci sono stati casi di infezione all’interno di strutture sanitarie, dove la trasmissione da uomo a uomo sembra essere più probabile, soprattutto quando le misure di prevenzione e controllo delle infezioni sono inadeguate.

«Questi virus non sono stabili, cambiano ogni volta che si diffondono. E se la diffusione aumentasse, a forza di “provare”, si potrebbe arrivare a una forma mutata e più pericolosa»

Per dare origine a una vera e propria pandemia, il virus però dovrebbe mutare, in modo da diffondersi facilmente tra gli esseri umani. Al momento però le informazioni epidemiologiche rassicurano e indicano che siamo di fronte a un’epidemia con un meccanismo di diffusione non insolito. «Oggi per fortuna non c’è una capacità di diffusione intracomunitaria, cioè tra gli esseri umani – continua Pregliasco – anche se sembra ci siano pazienti altamente contagiosi, probabilmente perché hanno una carica virale maggiore. L’unico pericolo a mio avviso sta nel fatto che questi virus non sono stabili, e ogni volta che si diffondono cambiano. Se la diffusione aumentasse, a forza di “provare”, si potrebbe arrivare a una forma mutata e più pericolosa. Più si diffonde e peggio è. Gli scenari possibili sono diversi, ma per la malattia non ha un grande tasso di diffusività, e potrebbe rimanere sotto controllo attraverso semplici operazioni di sanità pubblica che le diverse autorità mondiali e locali stanno già mettendo in pratica».

Anche la rivista scientifica Nature sottolinea come il focolaio di Mers in Sud Corea non sia un problema di salute pubblica globale. «Se ne sentiamo parlare così spesso è perché oggi rispetto al passato abbiamo un sistema di sorveglianza più preciso che ci allerta subito in caso di potenziale pericolo» conclude Pregliasco. «Questo lo dobbiamo a una rete di scambio di informazioni più efficiente e a migliori tecniche diagnostiche, che ci permettono di registrare anche pochi casi che prima passavano inosservati. Magari poi non succede nulla ma è sempre meglio stare in allerta e individuare queste situazioni che poi possono evolvere in qualsiasi modo. Sono circostanze che vanno monitorate e valutate di volta in volta,  perché la natura non la possiamo prevederle né padroneggiare».

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