Occident Ex-PressGherardo Colombo: «La custodia cautelare sistematica non è costituzionale»

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«Più volte il Primo Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce ha invitato la magistratura a non abusare del regime di custodia cautelare e della carcerazione preventiva». Mario Rossetti, ex direttore finanziario di Fastweb, è ospite nella redazione de Linkiesta per l’OpenTalk di martedì 9 giugno, dedicato al sistema giudiziario italiano e alle sue numerose storture.

Proprio lui che il carcere l’ha visto da dentro: erano le cinque di mattina del 23 febbraio 2010, quando uomini del Nucleo valutario della Guardia di Finanza di Roma fecero irruzione nella sua casa milanese per una perquisizione a cui seguì poi l’arresto, davanti ai volti attoniti della moglie e dei suoi tre figli, rispettivamente di 2, 9 e 10 anni.

Dopo più di cento giorni in carcere, tra San Vittore e Rebibbia, e altri otto mesi di domiciliari, Rossetti venne completamente assolto dalla sentenza della Corte della Prima Sezione penale del Tribunale di Roma. Da questa tragica esperienza ha tratto il libro Io non avevo l’avvocato, presentato anche al Senato da Luciano Violante e Nitto Palma – un atto d’accusa elegante, scritto senza veleno né rabbia, verso un sistema penale troppo spesso fallace.

«In Italia si abusa della custodia cautelare – dice Gherardo Colombo – spesso al di fuori del dettame costituzionale degli articoli 13 e 27, quelli che parlano dell’inviolabilità della libertà personale e della non colpevolezza fino a sentenza definitiva»

Accanto a lui Gherardo Colombo, volto arcinoto della magistratura italiana per le sue indagini sulla loggia massonica P2, sui fondi neri dell’Iri e sopratutto per aver fatto parte del pool milanese di inquirenti che nel febbraio del 1992, con l’arresto di Mario Chiesa, diedero vita all’inchiesta Mani Pulite – lo spartiacque fra la Prima e la Seconda Repubblica. Ritiratosi dalla magistratura, ha pubblicato diversi libri, fra cui Lettera a un figlio su Mani Pulite: «Purtroppo è vero – ammette Colombo-: in Italia si abusa della custodia cautelare, spesso al di fuori del dettame costituzionale degli articoli 13 e 27 della nostra Carta fondamentale, quelli che parlano dell’inviolabilità della libertà personale e della non colpevolezza fino a sentenza definitiva». In altre parole, continua, essa «viene usata non solo nelle circostanze eccezionali entro cui è prevista, quando cioè esistono gravi indizi di colpevolezza o il rischio che l’indagato fugga, reiteri il crimine o tenti di inquinare le prove». 

Questa la realtà attuale, in attesa degli effetti del cosiddetto decreto “svuota carceri”, esecutivo da poche settimane, che nelle intenzioni dovrebbe rendere più difficile l’autorizzazione di un provvedimento di custodia cautelare. Ma una legge, forse, non basta. Colpa di una magistratura manettara e che si è autoinvestita di un potere più grande di lei? Per Gherardo Colombo il problema è molto più profondo: «Vi è un organizzazione complessiva della società e dello Stato, che va dal giornalista che fa il titolo urlato e scandalistico fino al Presidente del Consiglio che chiede pene severe ed esemplari dopo degli arresti preventivi, senza cioè che vi sia ancora alcun colpevole, che porta ad aberrazioni come queste. È il sistema nel suo complesso, la Costituzione materiale del Paese a porsi fuori dai dettami costituzionali. Ed è l’opinione pubblica, solitamente, a invocare provvedimenti eccezionali e immediati invece che normali».

È la voglia di “gogna mediatica” che porta giornali e tg «a mettere sul banco dei colpevoli dei normali imputati e a coniare nuove categorie politico-giudiziarie come i “coinvolti” e gli “impresentabili”»

Mario Rossetti è d’accordo con Colombo, e del resto non poteva essere altrimenti: «Eravamo stati arrestati, ma ancora in attesa di giudizio – ricorda – e già la sera stessa l’allora Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, oggi Presidente del Senato della Repubbica, utilizzò l’espressione “strage della legalità” per riferirsi al nostro caso». L’ex dirigente di Fastweb tratteggia un meccanismo perverso fin troppo noto, quello della “gogna mediatica” che porta telegiornali e giornali «a mettere sul banco dei colpevoli dei normali imputati e a coniare nuove categorie politico-giudiziarie come i coinvolti e gli impresentabili».

L’accusa, per Rossetti, era pesantissima: associazione a delinquere internazionale finalizzata a una colossale frode fiscale, tanto che il legale di Rossetti impose di fatto al suo assistito «di non rilasciare alcuna dichiarazione durante l’interrogatorio di garanzia, perché nessuna parola in quel contesto mediatico avrebbe chiarito la mia posizione». Ad agire diversamente, ricorda, fu Silvio Scaglia, che dal Sudamerica noleggiò persino un aereo privato per consegnarsi alla giustizia e chiarire la sua posizione.

Una scelta che gli costò più di un anno di carcerazione preventiva, nonostante sia difficile che una persona che non lavora più da tre anni nell’azienda in questione possa inquinare le prove, così come una persona che noleggia un jet per tornare decida di scappare: «Sono stato rilasciato un anno dopo – continua – prima che si concludesse il processo e francamente non ho ancora capito il perché, visto che non erano emerse nuove prove o testimonianze che mi scagionassero più di quanto non lo fossi già prima».

«Tutti i miei beni vennero sottoposti a sequestro – racconta Rossetti -: ho vissuto tre anni senza un euro, e come me anche la mia famiglia»

Non ci fu solo la reclusione in carcere per Rossetti: «Tutti i miei beni vennero sottoposti a sequestro – racconta -: ho vissuto tre anni senza un euro e come me anche la mia famiglia». Quando Rossetti chiese al giudice di sbloccare una parte dei beni sottoposti a sequestro, per provvedere al mantenimento della propria famiglia, la richiesta venne rigettata con “parere negativo della Corte” senza in alcun modo specificare le ragioni. Inspiegabilmente – dettaglio kafkiano in una vicenda che già lo è di suo – furono dissequestrati un anno prima della fine del processo, «anche se recuperarli dentro il caos perenne del Fondo Unico di Giustizia è stata un’impresa. Peraltro, buona parte dei miei soldi sono stati spesi per pagare le consulenze e le perizie durante il procedimento». 

Di fronte a tali racconti, Gherardo Colombo scuote spesso la testa. Eppure, è lo stesso pool di Mani Pulite ad essere stato più volte accusato di aver abusato della carcerazione preventiva e di aver utilizzato tecniche di pressione psicologica sugli indagati per ottenere informazioni. Questa interpretazione, tuttavia, Colombo non la accetta: «A Milano vennero coinvolte circa 10.000 persone, tra i diversi filoni di indagine – spiega -. Noi nei primi due anni dell’inchiesta abbiamo ottenuto dal giudice per le indagini preliminari circa mille provvedimenti nei confronti di persone che abitudinariamente corrompevano o si facevano corrompere. Il rischio di inquinamento probatorio era elevatissimo».

«Nella stragrande maggioranza dei casi – prosegue l’ex magistrato – la custodia cautelare è durata solo pochi giorni, ricordo solo alcuni eventi isolati in cui questa ha superato il mese di durata: Sergio Cusani, Primo Greganti, Gianstefano Frigerio». E respinge al mittente, Colombo, pure l’accusa di “protagonismo mediatico”, sovente imputata a magistrati che si occupano solo di nomi eccellenti: «La stampa scrive quello che vuole e seleziona le notizie secondo i propri criteri: dal 1992 al 1994, fisiologicamente, ogni telegiornale o quotidiano apriva sempre sulle inchieste di Mani Pulite».

Poi, ricorda, «il clima è cambiato»: «Le prove di cui disponevamo ci portavano ai piani alti della politica e del potere, verso personaggi con cui era difficile, per un cittadino comune, identificarsi. Ma quando cominciammo a toccare anche a piani bassi il favore dell’opinione pubblica si dissolse» e si dissolsero pure le code davanti alla Procura di Milano, di persone che volevano denunciare malefatte di ogni tipo: «Era come se le persone avessero iniziato a chiedersi “ma non vorrete investigare anche su di me?”».

Colombo: «Mi sono occupato di P2 e dei fondi neri dell’Iri: ho sempre avuto una carriera cristallina. Dopo il 1994 invece ho subito sei provvedimenti disciplinari»

Non nomina mai Berlusconi, Colombo, ma il 1994, anno della discesa in campo del Cavaliere con tre televisioni, è evocato in molti passaggi del suo intervento: «Io che mi sono occupato di P2 e dei fondi neri da 360 miliardi di lire dell’IRI ho sempre avuto una carriera da magistrato cristallina. Dopo il 1994 invece ho subito sei provvedimenti disciplinari». Per Colombo è come se si fosse voluto mandare un messaggio chiaro a certi magistrati: «Senza voler giudicare le intenzioni della classe politica, dopo quella fase si è cominciato ad approvare leggi che hanno rallentato i processi, spesso addirittura impedito di giungere a sentenza». Parla della depenalizzazione del falso in bilancio, del dimezzamento dei tempi per la prescrizione o dell’impossibilità di utilizzare in dibattimento nomi e dichiarazioni rilasciate dagli arrestati durante gli interrogatori con i pubblici ministeri.

Su questi temi, la distanza fra Colombo e Rossetti, che hanno vissuto la giustizia dai due lati differenti del campo, si fa più marcata. Eppure riescono a trovarsi d’accordo su un punto cruciale: «C’è un problema culturale – avverte Gherardo Colombo – per far sì che la filiera giudiziaria arrivi a funzionare serve una rivoluzione etica nella cittadinanza prima ancora che nelle istituzioni». E conclude: «Anche perché non esiste una Signora Giustizia, né un Signor Legislatore: anche le istituzioni sono fatta da persone e cittadini».

«Dopo un lungo travaglio, dai magistrati ho comunque avuto giustizia – spiega Rossetti – ma non ha funzionato il sistema delle garanzie dell’imputato. E poco importa che fossi innocente»

Persone e cittadini dell’amministrazione della giustizia che, quando si trovano a dover indagare su alcuni reati peculiari come quelli dei colletti bianchi, erano totalmente inadeguati e impreparati per comprendere i meccanismi contabili e finanziari connessi alla vita di un’azienda, tanto più di una web company quotata come Fastweb: «Durante i miei interrogatori ero costretto a spiegare agli inquirenti e ai marescialli alcune voci del bilancio aziendale su cui c’era la mia firma, perché non avevano le conoscenze tecniche per comprenderle».

Tuttavia, anche per la vittima di un errore giudiziario il problema resta culturale: «Dopo un lungo travaglio, dai magistrati ho comunque avuto giustizia – spiega Rossetti – ciò che non ha funzionato è il sistema delle garanzie dell’imputato, nel suo complesso. E poco importa fossi innocente, in questo caso».