Huda Jawad, la forza della ragione contro il terrorismo

Huda Jawad, la forza della ragione contro il terrorismo

Gli incontri non sono segreti. Ma riservati sì. E in qualche modo protetti. Huda è molto cauta nel rivelare i nomi dei partecipanti e il luogo. «Abbiamo bisogno di un posto sicuro in cui sentirci liberi di leggere, interrogare i versi, mettere in discussione. Tutto voglio tranne che essere ostracizzata dalla mia stessa comunità».

Londra, crogiolo di razze, lingue, religioni. Nella città in cui i bianchi britannici sono minoranza dal 2011, Huda Jawad, 38 anni, attivista musulmana, osserva il flusso crescente di teenager che partono per arruolarsi tra le file dell’Isis. Maschi. E femmine. «Mi fa infuriare che queste ragazze accettino la brutalità dell’Isis», ha affermato in un discorso fatto qualche settimana fa a Radio Four della Bbc, la stessa emittente che a fine maggio contava 60 fanciulle partite per i territori del Califfato. Ragazze che abbandonano le libertà democratiche, i privilegi della società del benessere «per abitare case senza elettricità né acqua corrente e diventare spose, o meglio schiave, di jihadisti», racconta Huda, che ha conosciuto invece il percorso opposto, fuggendo dalla brutalità del regime iracheno di Saddam Hussein per arrivare a Londra. Ma nell’intervista che accetta di lasciare, Jawad afferma di capire cosa spinge queste teenager a raggiungere i territori del Califfato. «È qualcosa in cui mi ritrovo anche io». Ed è per questo che ha iniziato da circa un anno la sua “rivoluzione” in seno all’Islam. Una rivoluzione fatta di incontri in cui il Corano, il testo sacro, viene sottoposto al vaglio della ragione.

«Le adolescenti cresciute nelle scuole britanniche hanno imparato a usare l’intelletto, e a criticare. Non accettano più una religione imposta dall’alto»

Se per noi europei, temprati da Illuminismo e Riforma protestante, tutto ciò non dice nulla di eccezionale, per l’Islam si tratta di una vera novità. Tanto che Jawad si impaurisce di fronte alla realtà dei fatti. «Non voglio fare nulla che crei fratture nella comunità islamica», dice. Ma accetta comunque di raccontare. Perché la questione è di stretta attualità, e trova forti connessioni con il fenomeno delle «jihadi brides», le spose britanniche degli jihadisti.

Huda è irachena, figlia di attivisti politici che hanno lasciato il Paese durante il regime di Saddam Hussein. Prima di arrivare a Londra ha vissuto in Siria e ad Abu Dhabi, con la famiglia in fuga dall’Iraq. «Non cambierei Londra con nessun altro posto al mondo», dice oggi, «anche se ambientarsi qui non è per nulla facile». La incontro al termine della Summer Conference della Fabian Society, lo storico Think Thank che da sempre elabora le policy del Labour Party inglese. «A un certo punto mi sono detta: Che ci faccio qui? Non c’era nessuno con la pelle colorata», commenta. «Per questo comprendo la voglia che queste ragazze hanno di conoscere la loro religione, e la confusione e la stanchezza che nascono dall’essere parte della minoranza musulmana in una città come Londra. E capisco la loro voglia di sentirsi parte di una comunità».

«Per questo sono attratte dal linguaggio degli jihadisti: usa gli stessi strumenti logici cui sono abituate, ma piegandoli all’ideologia»

Ma sono adolescenti cresciuti nelle scuole britanniche, spiega Huda. «Qui hanno imparato a criticare e usare l’intelletto. Sanno trovare il lato positivo e negativo delle cose». E faticano a ritrovarsi in un Islam che chiede invece di fidarsi di quel che studiosi o imam affermano. E diventano così facili prede dei fondamentalisti, che propongono la lettura diretta dei testi sacri, usano logica e razionalità, sebbene in modo distorto, («selezionando solo le parti del testo sacro che giustificano la loro violenza», spiega Huda), e danno la senzazione di poter vivere appieno la religione islamica.

Per capire il motivo per cui partono, spiega l’attivista, basta guardare ai post che le stesse protagoniste scrivono sulle loro pagine Facebook prima del viaggio. O a quel che si trova scritto sui siti con cui gli jihadisti scelgono di arruolarle. Si tratta di argomentazioni strette. I terroristi offrono ragioni e motivazioni precise. Commentano versi del Corano. In modo ideologico e parziale, ovviamente. Ma lo fanno usando gli stessi strumenti logici cui questi ragazzi sono abituati.

Ed è in questo che Huda si ritrova: entrambe cercano un contatto diretto con la religione e la comunità islamica. Jawad lo fa interrogando a fondo il Corano, «in un rapporto diretto e costante con Dio» condiviso con altri coetanei. Le jihadi brides si lasciano attrarre dalle argomentazioni seducenti dei fondamentalisti, e dalla promesse di vivere la vera fede. Cadenso vittime di un’ideologia che le relega al ruolo di schiave in quanto donne. 

«È un dato di fatto che se sei donna, hai molte più probabilità di subire oppressione di quante non ne abbia un uomo»

Lavorando come attivista a contatto con molte donne musulmane, Jawad si è imbattuta spesso in vittime di violenza da parte dei mariti. Violenze giustificate spesso con la religione e il Corano, e il ruolo di dominio dell’uomo sulla donna che questo affermerebbe.

«È un dato di fatto che se sei donna, hai molte più probabilità di subire oppressione di quante non ne abbia un uomo», spiega Huda. «Ma è un problema di genere, non di religione. Accade trasversalmente in tutte le società. In quella giudaica, cristiana e persino in quella secolarizzata, dove l’80% delle donne subisce violenza almeno una volta nella vita. La religione viene usata per affermare ideologie che nascono altrove, non nei testi sacri. E io non accetto che questo accada, soprattutto, non attraverso l’Islam».

«Le donne vengono violentate anche nelle società secolarizzate. La religione spesso è usata per affermare ideologie che nascono altrove»

«Per molti anni, ha raccontato Huda, ho evitato di leggere il Corano per timore di vedere affermati principi che io stessa contrastavo». Finché un amico non le ha proposto di prendere in mano il testo sacro e di leggerlo in modo nuovo. Dimenticando le vecchie interpretazioni, fatte da uomini membri di società autoritarie e patriarcali, maschiliste, e incominciando da zero. Huda interroga le pagine e lascia che si spieghino da sé, gradualmente. E scopre che la donna, lì dentro, non è affatto schiava. A poco a poco altri amici professionisti si sono uniti agli incontri di lettura.

«I musulmani sono scoraggiati dall’interpretare il Corano da sé. Sembra sbagliato moralmente non ricorrere a studiosi che hanno dedicato la loro vita a questo. Per questo, ogni volta che i musulmani ricevono domande sulla loro stessa religione, rispondono sempre rimandando a quel che dice un particolare imam o studioso. Assecondano sistemi di interpretazione del libro sacro tramandati fin dal Medioevo. Rivendicare di poter interpretare il Corano da se stessi viene letto come peccato di orgoglio: “Chi sei tu per fare questo?”, puoi sentirti dire. “Se lo leggo scorrettamente, se commetto errori, faccio peccato?”, finiscono per chiedersi molti fedeli». 

«Per molti anni ho evitato di leggere il Corano per paura di vedere affermati principi che io stessa contrastavo»

Da un lato c’è il desiderio di mantenere l’unità di una comunità già frammentata e ricca di faide interne. E dall’altro quello di prevenire interpretazioni pericolose. «Come accade con i terroristi o i fondamentalisti, «che isolano alcune parti del Corano, selezionano pochi versi per giustificare la loro violenza. Molti musulmani temono di commettere lo stesso errore». Ma in questo modo si perde la libertà di un rapporto diretto con Dio, spiega Huda, e la possibilità di cogliere il vero messaggio del testo. «La ragione è dono di Dio. Se la sopprimiamo sopprimiamo Dio».

«Rivendicare di poter leggere e interpretare il Corano da sè, senza l’aiuto di studiosi e interpreti, viene visto dai musulmani come atto di orgoglio»

«Quello che cerco è il significato dato da Dio all’uomo, il suo ruolo nel mondo e nella società. Le nostre letture ci fanno capire che il Corano basta a se stesso per spiegarlo. Non servono gli aneddoti, non servono imam che spieghino in che occasione il Profeta ha rivelato un certo verso per capirne il senso profondo. Non è assolutamente necessario lo studio linguistico o etimologico di una parola. Il libro sacro è costruito in modo da rivelare progressivamente le sue verità». Nel Corano – mi spiega – ci sono versi che spiegano altri versi. E il contesto è importante ad esempio per cogliere il significato di una parola. «Rahman», ad esempio, è uno degli attributi di Allah. Tradizionalmente viene tradotto come «Misericordioso». Ma leggendo i versi si vede come questo aggettivo è posto sempre in contesti che rimandano a un’idea di autorità, leadership. Oppure la parola «Trono», usata sempre per dire che Dio è in comando di tutte le creature.

«Da musulmana sto combattendo una doppia battaglia. Contro il patriarcalismo della mia comunità che usa la religione per affermare l’oppressione sulle donne. Ma anche contro il secolarismo che mi considera inferiore perché scelgo di avere una fede. Non accetto il pregiudizio occidentale, o la narrativa con cui descrivono le donne e le relazioni tra uomini e donne nella mia comunità. La narrativa di Bush e di Blair, usata anche per giustificare la guerra in Afghanistan».

È la stessa battaglia che spinge molti adolescenti a partire per i territori del Califfato. E a lasciare una Londra dove gli spazi di ricerca e espressione sono per loro troppo limitati.

«Quella di Huda è la stessa battaglia che spinge molte adolescenti a partire per il Califfato»

«Queste partenze ci dicono che fede e spiritualità sono davvero importanti per i ragazzi». Ma da un lato hanno a che fare con una comunità islamica che reprime il loro spirito critico. E dall’altro vivono in una società secolarizzata che chiede loro di essere proattivi, partecipativi, ma non offre spazi di intervento reale. Per fare politica, nel Regno Unito, devi seguire un percorso lunghissimo: studi, discorsi, affiliazione a un partito. Mancano forme di partecipazione immediate, ed efficaci. «Siamo tutti scesi in strada per marciare contro la scelta di Blair di far guerra all’Iraq nel 2003. Ma che risultato abbiamo ottenuto? Tre milioni d persone non sono servite a fermarlo. Questo ti fa sentire impotente, escluso. Non è vera partecipazione».

«Sto abbandonando per un attimo i testi femministi su cui mi sono formata. Voglio che il Corano mi riveli la sua verità sulle donne, senza influenze esterne»

Per ora, dice Huda, è ancora troppo presto per estrapolare dal Corano un’idea precisa di come le donne sono viste da Dio, e quale ruolo hanno nella società. Di certo, non sono succubi degli uomini, dice. «Sto smettendo di leggere tutto il resto per evitare influenze. Sto abbandonando i testi femministi su cui mi sono formata. E mi sto addentrando nella lettura. Prima di arrivarci, dovrò studiare il concetto di società, le relazioni tra uomo e donna, e poi quelle di moglie e marito. E solo allora arriverò a cogliere l’idea di donna. Voglio che il Corano mi riveli la sua verità, senza essere influenzata da pregiudizi o letture esterne. Questo è il nostro proposito: permettere alla voce del Corano di manifestarsi».

Suona come una rivoluzione. Ma Huda lo ammette solo sottovoce.