Occident Ex-PressIl sistema formativo della Germania funziona? Nein

Il sistema formativo della Germania funziona? Nein

A sud della Alpi s’invidia il mercato del lavoro tedesco, con il tasso di disoccupazione assestato al 5% – il più basso d’Europa secondo solo a quello della Norvegia (dati Eurostat, febbraio 2015) – gli indicatori macroeconomici in termini di export e avanzo commerciale, la crescita economica, la sostenibilità della finanza pubblica, il sistema istituzionale e quello scolastico-formativo.

Non sempre a ragione.

Fa specie che a dirlo sia una tedesca, la professoressa Heike Solga. Insegna Sociologia alla Libera Università di Berlino e dirige l’unità di ricerca “Formazione delle competenze e mercati del lavoro” presso il Wzb Berlin Social Science Center. Fa ancora più specie che lo pronunci dal palco del Festival dell’Economia di Trento, nella regione italiana che per storia e tradizione condivide con la Mitteleuropa e l’aerea linguistica tedesca le maggiori affinità.

Comincia citando i lavori dell’Ocse che, assieme ad altre organizzazioni internazionali, accusa la Germania di abusare dello strumento dell’apprendistato a scapito del percorso universitario; abuso che si è fatto più intenso dall’avvio della crisi economica.

«Se il sistema economico non funziona nel suo complesso, i sistemi di formazione e avviamento al lavoro non possono sopperire. Le correlazioni matematiche di cui disponiamo dimostrano che non c’è stato alcun miracolo».

«Nel VET, in sostanza, si assiste alla fotografia della stratificazione sociale tedesca in classi»

Parla del Vet – Vocational Education Training – l’impalcatura su cui si regge l’intero sistema alternativo alla formazione scolastica tradizionale, e che porta la metà dei giovani di nuova “immatricolazione” a finire in un sistema duale: 3 giorni in azienda e 2 giorni a scuola, per una durata di due-tre anni.

A parole è più semplice che nella realtà dei fatti, visto che l’inserimento è figlio di una lunga ed estenuante trattativa fra quattro tipologie distinte di soggetti: il Governo federale, i governi federati dei singoli Länder, le associazioni di categoria e i sindacati. A oggi esistono 329 testi legislativi differenti di regolamentazione, dopo un lungo processo di snellimento normativo che ne ha stralciati quasi 600 dagli anni ’70 in poi.

Di tutte le imprese tedesche, aderiscono al sistema del Vet solo il 25%, per lo più grandissime aziende come Siemens o Bmw.

L’apprendistato riguarda sia lavori manuali a bassa qualifica sia il mondo dei servizi. In questi ultimi finiscono quasi il 40% dei giovani tedeschi maschi e più del doppio delle donne, l’88%.

È un sistema multi-livellare e carico di disparità, perché relega i ragazzi in quattro differenti segmenti per tipologia lavorativa: alto (16%), medio-alto (32%), medio-basso (20%), basso (33%). Nel segmento basso – ad esempio commessi – oltre un quinto dei ragazzi corre il rischio di non essere assunto finito il periodo di formazione, e chi ci riesce guadagna in media 400€ al mese, con orari di lavoro frammentati su turni e scarsi contributi previdenziali.

All’opposto chi esce dal segmento più elevato, come i bancari, gode praticamente della certezza di essere assunto – solo l’1% non ottiene un contratto.

Una fetta inferiore ma comunque cospicua dei VET, circa il 22%, non partecipa alla formazione in azienda: si tratta di apprendisti infermieri o assistenti sociali, quasi tutte donne. Nel loro caso la regolamentazione è figlia della sola volontà politica dei Länder, non esiste una fase di contrattazione con le parti sociali.

La dottoressa Heike Solga insiste su un punto specifico: «Nel VET, in sostanza, si assiste alla fotografia della stratificazione sociale tedesca in classi», e sebbene queste leggi siano state varate con l’intenzione di promuovere la mobilità sociale, «in realtà hanno cristallizzato il Paese». «L’analisi empirica ci dice che c’è una stretta correlazione fra il titolo di studio dei genitori e quello a cui accederanno i figli». La Germania svetta in Europa, in questa classifica, mentre è la Finlandia il Paese in cui è più facile che un operaio sogni un figlio dottore – con qualche possibilità di vedere il suo sogno realizzato.

Per non parlare di chi non riesce ad accedere nemmeno ai programmi di apprendistato – circa il 26% del totale, che finisce nei programmi cosiddetti “pre-vocational”, per un periodo che varia dai 6 ai 12 mesi, ottenendo un attestato non parificato a quello di istruzione secondaria. “Senza né laurea né apprendistato in Germania si è considerati una completa nullità, si vivrà probabilmente di lavori saltuari e sussidi pubblici”.

Un sistema che premia i migliori, ma che ha creato un grande limbo

E anche chi esce da un apprendistato non avrà vita facile, prosegue Solga: «Un terzo degli apprendisti cambia mestiere nel giro del primo anno. Ovviamente è possibile per via di una serie di convenzioni, ma così facendo sono costretti a seguire un nuovo programma oppure ad essere inquadrati in azienda con il minor livello contrattuale e quindi salariale». «Se entro i venticinque anni non hai trovato un impiego stabile è difficile che tu riesca a stabilizzarti in futuro». È un meccanismo, secondo la Solga, che premia i migliori ma ha creato una vasta sacca più oscura. Negli ultimi anni il problema si è aggravato con l’aumentare degli immigrati, che ovviamente trovano la loro collocazione in questo terra di mezzo, in questo limbo.

Chiude con una nota di ottimismo la sociologa tedesca: «L’inclusione è garantita almeno al 60% dei diplomati-apprendisti che poi vengono assunti» e soprattutto «il sistema impedisce la piaga dell’abbandono scolastico completo dopo la terza media: i ragazzi comunque svolgono per altri due-tre anni una formazione professionale con qualche ora dedicata alle discipline generali, come la matematica e le lingue».

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