In sei mesi nello Spazio il corpo invecchia dieci anni

medicina stellare

Dritti dalla capsula Soyuz all’ospedale da campo nel bel mezzo della steppa kazaka. Dopo 200 giorni nello spazio, in assenza di gravità e senza la normale alternanza della notte e del giorno, il ritorno sulla Terra di Samantha Cristoforetti e i colleghi Anton Shkaplerov e Terry Virts è più difficile di quanto si pensi. Dopo l’atterraggio, i tre astronauti sono stati accompagnati subito su una sedia a rotelle in una tenda allestita per i controlli medici di base. Prima tappa Star City, nei pressi di Mosca, e poi in volo verso gli Stati Uniti per la riabilitazione nel centro spaziale della Nasa di Houston, per restituire al corpo ciò che lo spazio ha tolto.

«L’assenza di gravità per sei mesi è come stare a letto per tutto il tempo», spiega Filippo Ongaro, a lungo medico degli astronauti all’Agenzia spaziale europea (Esa), esperto di medicina anti ageing e consulente di Samantha Cristoforetti prima della partenza. «Muscoli e ossa si riducono e si indeboliscono, e il corpo invecchia molto più velocemente che sulla Terra». Anche se, dice, «oggi i problemi post missione sono minori rispetto al passato grazie al miglioramento delle condizioni in orbita: oggi si punta a mangiare bene e a continuare l’attività fisica anche nello spazio grazie a sistemi per l’allenamento simili a quelli di una palestra». Samantha e colleghi si sono allenati due ore al giorno durante la missione e la loro alimentazione è stata curata nei dettagli. 

Al ritorno gli astronauti sono disorientati, non riescono a compiere i normali gesti della vita quotidiana. Si passa da un ambiente in cui non pesa niente a uno in cui pesa tutto, e si fa fatica anche a tenere una penna in mano

In orbita gli astronauti continuano a fare quello che hanno fatto a Terra per prepararsi alla missione: mangiare bene e fare attività fisica. Il tapis roulant della navicella ha delle cinghie per combattere l’assenza di gravità, e gli attrezzi da palestra sono dotati di un sistema di resistenza meccanica non legata al peso (in modo da simulare l’allenamento in palestra). Prima della partenza, la preparazione degli astronauti dura a lungo, con un programma di allenamenti intensivi su tutti i gruppi muscolari e un’alimentazione sana per raggiungere condizioni fisiche ottimali. «Come si fa con gli atleti prima di una gara», dice Ongaro.

Nonostante questi accorgimenti, la permanenza nello spazio genera non pochi problemi a livello neuromuscolare. «Il primo effetto al ritorno è di disorientamento, non si riescono a compiere i normali gesti della vita quotidiana in maniera corretta. Si passa da un ambiente in cui non pesa niente a uno in cui pesa tutto, si fatica a tenere in mano anche una penna. C’è difficoltà a stare in piedi e a calcolare le distanze degli spostamenti nello spazio».

Sei mesi nello spazio equivalgono per il corpo a quasi dieci anni sulla Terra. Le ossa, senza dover reggere il peso del corpo, possono ridursi fino al 2% ogni mese. E lo stesso fanno i muscoli. «Senza la gravità c’è una perdita notevole della massa muscolare e del tessuto osseo, per questo si fa attività fisica in orbita», dice Ongaro. «Per le donne, in particolare, la perdita del tessuto osseo è più grave, se legata poi alla perdita ulteriore durante la menopausa. In più c’è una deregolazione dei cicli ormonali». Inoltre «senza la protezione dell’atmosfera si è esposti alle radiazioni spaziali, e i ritmi circadiani sono completamente alterati, visto che ogni 90 minuti ci sono un’alba e un tramonto. Senza dimenticare che si mangia cibo in scatola».

Sei mesi nello spazio equivalgono per il corpo a quasi dieci anni sulla Terra. Le ossa, senza dover reggere il peso del corpo, possono ridursi fino al 2% ogni mese

Il dottor Ongaro è tra coloro che hanno progettato per filo e per segno l’alimentazione di Samantha Cristoforetti nello spazio. «Oltre agli accorgimenti fondamentali per una alimentazione sana, con pochi zuccheri e la predilezione dei cereali integrali, nel caso di Samantha abbiamo aggiunto un approccio anti ageing aggiungendo ad esempio frutti di bosco, sgombro e riso integrale grazie a una società italiana specializzata nel cibo per gli astronauti», racconta. «In passato l’alimentazione in orbita puntava a garantire i micronutrienti fondamentali, oggi si fa molta attenzione al ricambio degli alimenti e all’aspetto psicoemotivo, inserendo anche i cibi che piacciono al singolo astronauta».

Al ritorno dallo spazio gli astronauti diventano loro stessi un oggetto di studio soprattutto nell’ambito delle malattie legate all’invecchiamento e alla sedentarietà. Ma prima di tornare alla normale vita sulla Terra, li aspetta una riabilitazione che può durare qualche mese. «Si comincia con un’attività fisica leggera, con la piscina, poi si passa ai pesi». Non tutto è recuperabile. «L’esposizione alle radiazioni causa il rischio di una degenerazione cellulare e il tessuto osseo perso non è recuperabile, mentre il muscolo sì».

Se la ricerca medica spaziale serve a migliorare le condizioni di salute dei protagonisti delle missioni, le conoscenze acquisite in orbita possono servire per curare le patologie terrestri. Anche perché, i consigli base per prepararsi a una missione e ridurre gli effetti dell’invecchiamento accelerato in assenza di gravità, in fondo sono uguali a quelli terrestri: un’alimentazione sana e tanta attività fisica. «Se non attendi l’inevitabile vecchiaia ma agisci prima, questo ci insegna che puoi essere in grado di arginare i problemi della vecchiaia senza accettare l’invecchiamento in maniera passiva», dice Ongaro. Tanto che in alcuni casi i programmi di addestramento per gli astronauti in vista delle missioni vengono applicati anche ai pazienti con disturbi neuromotori o con lesioni cerebrali. 

Ma rispetto ai problemi di salute degli astronauti, si sa ancora poco. «Per il momento sappiamo che gli astronauti appena arrivano in orbita soffrono di chinetosi, simile al mal d’auto o al mal di mare. Ma sugli effetti a lungo termine della permanenza nello spazio ancora sappiamo poco», ammette Ongaro. «Se pensiamo che il primo volo spaziale è avvenuto nel 1961, ci rendiamo conto che non è passato poi così tanto tempo. E per lo più si sono svolte missioni brevi. La conoscenza degli effetti sull’organismo e del possibile rischio oncologico per gli astronauti per via dell’esposizione alle radiazioni è ancora tutta da costruire».