Senza partita: l’umiliante confronto tra la ricerca in Francia e in Italia

Senza partita: l’umiliante confronto tra la ricerca in Francia e in Italia

PARIGI – Tra il XIX ed il XX secolo oltre trenta milioni di italiani lasciarono l’Italia per emigrare negli Stati Uniti, in Australia o in Europa occidentale. Un esodo di proporzioni bibliche. Ma in quell’epoca l’emigrazione italiana era in prevalenza un’epopea dal profilo popolare, fatta cioè di povera gente che raccoglieva tutto ciò che aveva (la famosa valigia di cartone legata con lo spago) per cercare fortuna all’estero. Gente con pochi mezzi, spesso contadini, che fuggivano dalla miseria più nera. Certo, anche all’epoca non mancarono tra gli emigrati italiani alcuni cervelli in fuga, con fortune peraltro alterne: si pensi ad Antonio Meucci o a Guglielmo Marconi. Oggi, molti dei nostri più bravi ricercatori e scienziati che hanno maggiore “impatto” sulla ricerca scientifica (misurato con il valore di h-index, che rappresenta un numero che racchiude produttività e impatto della produzione culturale o scientifica, basato sulle citazioni ricevute) non sono più in Italia come dimostra la classifica dei Top Italian Scientists. Un buon 10% di questi ricercatori fa ad esempio ricerca negli Usa. Del resto dei dodici italiani insigniti del premio Nobel in chimica, fisica e medicina praticamente il solo Giulio Natta (Nobel nel 1963) condusse le sue ricerche interamente in Italia.

Ma c’è un altro dato, preoccupante, da considerare oggi. Ed è quello dell’Anagrafe degli Italiani residenti all’estero (Aire). Negli ultimi anni il trend degli italiani che lasciano l’Italia per trasferirsi all’estero è in aumento. Nel 2014 ci sono stati 101.297 cittadini italiani a lasciare l’Italia contro i 94.126 dell’anno precedente (+7%). Insomma è come se in un anno l’intera città di Udine o quella di Arezzo si spopolasse completamente dei suoi abitanti, con il 50% di essi nella fascia di età più giovane e produttiva (20-40 anni).

A Parigi, già meta di scienziati, medici e ricercatori, abbiamo incontrato Luca De’ Medici, ricercatore in fisica presso il prestigioso European Sinchrotron di Grenoble. Il suo percorso lo ha portato da Roma, dove si è laureato in fisica alla Sapienza, fino all’Ecole Polytechnique di Parigi, passando per la Columbia University di New York. Dopo questo periplo scientifico è riuscito a fare ritorno non in Italia ma in Francia, sponda Grenoble, grazie a dei fondi stanziati per permettere il ritorno dei cervelli (francesi, beninteso). A Linkiesta, ha raccontato la sua peculiare esperienza.

Il ricercatore Luca De’ Medici: «Sono stato trattato dai francesi come un cervello francese semplicemente perché avevo svolto il mio dottorato in Francia» 

Come è nata la scelta di lasciare l’Italia? «Nato e cresciuto a Roma – ci racconta – mi sono laureato in fisica alla Sapienza. Fisica è una facoltà che già ti orienta molto fortemente verso la ricerca, è lo sbocco naturale. Soprattutto all’epoca in cui le nostre aspettative erano formattate su un mondo del lavoro certo più promettente di quello che è oggi. Oggi magari ci pensi due volte prima di fare il ricercatore ma all’epoca sembrava almeno una scelta naturale».

Come ogni ricercatore che si rispetti, dopo la laurea, Luca segue lo step obbligatorio del dottorato. Perché la scelta della Francia? «All’epoca – racconta Luca – avevo rinunciato ad alcune esperienze all’estero, anche all’Erasmus ad esempio, perché s’incastrava male con i miei esami per cui alla fine della laurea ho chiesto al professore con cui avevo fatto la tesi se mi poteva indicare possibili ricercatori all’estero coi quali poter proseguire le mie ricerche. Alla fine l’idea di andare in una grande capitale come Parigi, affine come cultura e come stile di vita all’Italia, mi aveva attratto sin dall’inizio. Mi sono dunque orientato verso un D.EA. (Diplôme d’Etudes Approfondies) oggi Master 2. Sono riuscito anche ad iscrivermi direttamente dopo la laurea senza dover aspettare un anno e sono partito per Parigi grazie anche ad un finanziamento di un’istituzione privata italianaı».

Una volta a Parigi, Luca percepisce subito che il sistema francese è fondamentalmente diverso. I buoni risultati del master infatti gli permettono di accedere immediatamente a una borsa di dottorato triennale. «Quell’anno – spiega – grazie al mio buon risultato del D.E.A., sono riuscito ad ottenere una borsa di dottorato. In Italia o vinci il “pacchetto dottorato” con tanto di soldi per farlo oppure niente (almeno in quegli anni non esistevano dottorati senza borsa). In Francia invece devi guadagnarti separatamente il finanziamento dal direttore di tesi. Io ero all’Università di Orsay, al laboratorio dell’Ecole Polytechnique. Grazie anche ai miei contatti oltre oceano sono riuscito ad avere, dopo il dottorato, un post-doc negli Stati Uniti».

Ora per ogni ricercatore che va via all’estero c’è una perdita per lo stato di circa 300.000 euro. Ma la Francia prova a farli rientrare

Ma anche la parentesi americana volge al temine. Una volta finita l’esperienza negli Usa, Luca però è richiamato in patria. Ma si tratta della Francia non dell’Italia. «Alla fine del post dottorato, nel 2008, avevo mantenuto molti contatti nella ricerca francese. Sono riuscito a vincere una borsa per il ritorno dei cervelli francesi (!) La cosa paradossale è che appunto sono stato trattato dai francesi come un cervello francese semplicemente perché avevo svolto il mio dottorato in Francia. Per la Francia infatti i soldi in dotazione per una borsa di dottorato sono un investimento che ti qualifica, anche se sei straniero, a concorrere alle borse per il rientro dei cervelli. C’è la consapevolezza dell’importanza che si debba fare un post-doc all’estero ma contemporaneamente lo stato non vuole perdere gli investimenti fatti nella formazione».

Soldi che, quando un giovane lascia l’Italia, magari dopo il dottorato, sono letteralmente buttati dalla finestra dallo Stato italiano. «Dalle elementari al dottorato – spiega Luca – mi sembra che il costo di uno studente sia stato in media stimato attorno ai 250mila/300mila euro, soldi che lo Stato investe cioè su una persona per portarla dalle elementari al dottorato. Ora per ogni ricercatore che va via all’estero c’è una perdita per lo Stato di circa 300.000 euro. E questo vale sia per l’Italia che per la Francia. Solo che la Francia mette in opera dei dispositivi per cercare di far rientrare persone che hanno continuato la loro formazione all’estero dopo il dottorato e cerca di invogliarle a ritornare in patria stabilmente per svolgere la propria attività scientifica. In Italia mi sembra si sia tentato lo stesso esperimento ma con esiti più che discutibili».

Mettendo in parallelo i due sistemi molte differenze saltano agli occhi, soprattutto il principio della trasparenza e della meritorcrazia. «Proprio perché la mia esperienza si è svolta soprattutto all’estero mi sembra che in Francia esistano meccanismi che tendono a mantenere una trasparenza ed una certa democraticità e meritocrazia sia nel sistema di assunzione dei ricercatori sia nello sviluppo della ricerca e del suo finanziamento».

De’ Medici: ««In Francia l’impianto di base è un sistema concepito per svilupparsi in maniera orizzontale, con ricercatori indipendenti e poco gerarchizzati»

Anche la ricerca in Francia però non è tutta rose e fiori, ovvero anche qui esistono derive. «L’impianto di base è ben fatto – spiega Luca – è un sistema concepito per svilupparsi in maniera orizzontale, con ricercatori indipendenti e poco gerarchizzati. È vero che anche qui il sistema negli ultimi anni sta prestando il fianco ad azioni predatorie con qualcuno in alto molto forte che cerca di manovrare e accaparrarsi i fondi che invece il sistema distribuirebbe in maniera abbastanza orizzontale. Ci sono dunque delle derive accentratrici, però l’impianto di fondo è solido. Ad esempio nel Cnrs francese in teoria entrano dei ricercatori che una volta assunti hanno un contratto a tempo indeterminato e possono fare teoricamente una ricerca indipendente senza una vera gerarchia. Il sentimento di fondo è che il ricercatore viene assunto giovane, a tempo indeterminato e in maniera indipendente».

«In Francia anche se sei un ragazzino che vive in una provincia sai esattamente dove imboccare a diciotto anni la strada che, in caso di eccellenza, ti porterà direttamente al lavoro che vuoi» 

Che idea si è fatto un ricercatore italiano in pianta stabile all’estero del sistema italiano ? «Anche se è difficile per me fare un ritratto dell’Italia non avendolo vissuto direttamente mi sembra che lì le vie di accesso al sistema siano pochissime, poche assunzioni; sento poche storie di persone che sono entrate con successo e sono felici nel sistema. Parlando della Sapienza, che è una grande realtà, non di certo una realtà provinciale, vedo che molti colleghi di corso hanno lasciato la fisica, altri hanno trovato altre vie più felici all’estero, rari sono coloro rimasti in Italia. Ma poi la differenza sta tutta qua: la Francia è uno Stato centralista, fondato intorno alla formazione in tutti i settori della società. Anche se sei un ragazzino che vive in una provincia sperduta più o meno sai esattamente dove imboccare a diciotto anni la strada che, in caso di eccellenza, ti porterà direttamente al lavoro che vuoi. Ad esempio se vuoi diventare un grande professore sai che dovrai passare per l’Ecole Normale, se vuoi diventare ingegnere dovrai passare all’Ecole Polytechnique e via dicendo. Insomma il “cammino dell’eccellenza” sembra chiaramente indicato, l’imbocco di quella strada è alla portata di tutti”.

«In Italia non sai dove cominciare. Ti butti nella mischia e tenti d’improvvisare»

E in Italia? «In Italia non sai dove cominciare. Ti butti nella mischia e tenti d’improvvisare. Basta dare uno sguardo alle frasi ricorrenti che sentivo all’epoca a Roma: “Cogliere l’occasione”, “saltare sul carro di un professore” etc. Qui quando il Cnrs fa i concorsi c’è una pagina web di semplice utilizzo in cui c’è scritto: “Il Cnrs assume 300 ricercatori etc” e tu clicchi, entri e ti iscrivi. Per partecipare al concorso devi sapere poco di più di quello che c’è scritto sul sito. In Italia invece devi scovare un link nascosto sul sito del ministero dove troverai un bando lunghissimo che comincia con “Visto l’articolo, visto il decreto etc” – uno straniero potrà difficilmente partecipare a questi concorsi – e poi magari leggendo tutto scopri che il bando scade l’indomani o a mezzanotte del giorno stesso. Insomma il meccanismo di accesso ai concorsi in Francia è chiaro e trasparente e di facile accesso. In Italia è invece un percorso ad ostacoli. Questo perché in generale in Italia si crede poco nel sistema, ci si aspetta che ogni cambiamento sia necessariamente in peggio perché il cambiamento viene dall’alto mentre tu ti sei creato intanto il tuo micro-mondo per sopravvivere alla casualità. Il cambiamento in Italia spaventa, siamo storicamente un paese conservatore».

«In generale in Italia si crede poco nel sistema, ci si aspetta che ogni cambiamento sia necessariamente in peggio»

Rispetto all’Italia quanto investe la Francia sulla ricerca? «Per rispondere io userei un motto che ben si applica alla realtà francese: “I francesi predicano bene e razzolano meno bene ma razzolano comunque meglio di noi”. Gli investimenti nella ricerca in Francia sono nettamente in calo e anche qui, checché se ne dica, siamo lontani dalla media europea (attorno al 2% del Pil). Però c’è da dire che è sicuramente molto più alto di quanto venga fatto in Italia (meno dell’1%). Anche in Francia c’è una distanza rispetto agli obbiettivi europei (3% del Pil); pensiamo ad esempio alla Finlandia che investe fino al 4 per cento. Ma sono comunque sopra una soglia che permette al sistema di funzionare in maniera più serena».

«C’è una serie di ammortizzatori sociali che purtroppo in Italia sono fantascienza. Come aiuti per pagare l’affitto della casa quando sei studente o disoccupato»

In quale altro modo lo Stato francese facilita la vita del ricercatore? «C’è una serie di ammortizzatori sociali che purtroppo in Italia sono fantascienza. Aiuti per pagare l’affitto della casa quando sei studente o disoccupato. Oppure, se perdi il lavoro, se finisce il finanziamento da cui dipendi o scade il contratto che non può essere rinnovato per un motivo qualunque, hai comunque diritto al sussidio di disoccupazione per un periodo tale da permetterti di cercare un’altra situazione senza però squalificarti dal punto di vista professionale. Lo scopo del sussidio in questi casi non è quello di piazzarti a fare qualunque cosa ma cercare di offrirti degli sbocchi che siano il più possibile vicini alla tua formazione. C’è l’idea che il sussidio di disoccupazione sia un ammortizzatore che ti permette di non buttare all’aria il tuo percorso. Un esempio è lo statuto di “intermittant du spectacle” per che l’Italia è pura fantascienza. Se tu sei una maestranza, con una conoscenza particolare ma fai un lavoro intrinsecamente saltuario, se ti qualifichi come professionista nel campo dell’arte ma il tuo lavoro è saltuario, grazie a questo statuto lo Stato riempie quei buchi d’inattività per permetterti di mantenere la tua coerenza di percorso professionale».

«Il problema della ricerca italiana è semplice: oltre al nepotismo il vero nodo è la mancanza di fondi»

Ma in definitiva qual è il vero problema di fare ricerca in Italia ? «Il problema della ricerca italiana è semplice: oltre al nepotismo e alle diverse “parentopoli” – problemi che in certi casi hanno più vicinanza con la criminalità organizzata che con problemi di società civile – il vero nodo è la mancanza di fondi. Ultimamente anche in Francia c’è una flessione visibile, una riduzione progressiva dei progetti finanziati, il taglio ricorrente dei fondi o una sorta di “nepotismo” che tuttavia è scientifico. Per molte posizioni aperte in Francia ad esempio già si sa chi vincerà, un meccanismo che conosciamo bene in Italia, ma qui non si tratta di parentopoli, semplicemente se hai pochi soldi e vuoi continuare a perseguire una politica scientifica decente a livello di laboratorio in qualche maniera devi un po’ dirigere i meccanismi di assunzione che dovrebbero, in teoria, essere più democratici. Insomma questo deteriorarsi dello stato della ricerca anche in Francia negli ultimi anni mi fa capire che alcuni dei difetti nel sistema italiano sono dovuti soprattutto alla mancanza di fondi. Ci sono molte persone in Italia animate da principi scientifici virtuosi e con una solida etica del lavoro e della ricerca ma che messe in situazione di difficoltà economiche per perseguire i loro progetti scientifici sgomitano e danneggiano poi le persone che stanno alle base che sono le più deboli del sistema e che divengono inconsapevolmente pedine di questo gioco terribile. Insomma pure in un convento se levi il pane ai monaci questi iniziano col tempo a scannarsi l’un l’altro».

@marco_cesario

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