Tre film indipendenti del 2015 che non dovete perdervi

Tre film indipendenti del 2015 che non dovete perdervi

Sono usciti nelle sale il mese scorso (il 7 maggio Force Majeuree il 28 Louisiana e The Tribe), ma se eravate troppo impegnati a restare al passo, e dunque a somministrarvi la blasonata triade Sorrentino-Garrone-Moretti, forse ve li siete persi.

Sono tre film per la cui visione sarebbe consigliabile un solido equilibrio psichico e uno stomaco forte. Ma sono potenti, coraggiosi e convincenti. Hanno tutti e tre un’ottima fotografia e, nel caso di Louisiana, anche un sonoro notevolissimo, in grado di far percepire il fruscio di una barba ruvida a contatto con la mano. Sono film poco rassicuranti, emotivamente – e a tratti anche visivamente – disturbanti, ma chi ama avventurarsi al di fuori dei familiari confini del cinema mainstream non resterà sicuramente deluso.

Louisiana – The Other Side di Roberto Minervini

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In Italia e in Francia è uscito con il titolo Louisiana – The Other Side, ma in origine era semplicemente: The Other Side, l’altra faccia, naturalmente degli Stati Uniti: un titolo che è già un manifesto di intenti. È il film italiano più sottovalutato di Cannes, in primis proprio dall’Italia, tutta presa nella celebrazione dell’orgoglio nazionale attraverso i soliti noti.

Louisiana di Minervini è il film italiano più sottovalutato di Cannes, in primis proprio dall’Italia, tutta presa nella celebrazione dell’orgoglio nazionale attraverso i soliti noti

È a tutti gli effetti un film difficile da digerire (quando l’ho visto io, almeno un paio di persone hanno abbandonato la sala a metà). In più, si tratta di un documentario, come il regista ci tiene a rimarcare (anche se sull’appropriatezza della definizione molti hanno espresso dei dubbi). L’operazione messa in atto da Roberto Minervini (che lui chiama “retro-scrittura”) consiste nello scegliere alcuni individui e fargli interpretare se stessi, esattamente come ha fatto per tutti i suoi film precedenti.

Il risultato, con The Other Side, è una storia tutta americana che, in aperta antitesi con la fabbrica dei sogni hollywoodiana, ha l’ambizione di raccontare la «vera America», quella scomoda, imbarazzante e disillusa: il ventre molle degli Stati Uniti, il profondo Sud e i suoi abitanti più reietti. Veterani di guerra, adolescenti problematici, anziani e junkies: i protagonisti di questo film non sono altro che i figliastri bastardi del sogno americano.

Minervini ha poco più di 40 anni, è nato in provincia di Fermo, ma da anni vive e lavora negli Stati Uniti, per la precisione nel Texas, a cui ha dedicato una trilogia cinematografica che lo esplora attraverso le pieghe di rapporti umani poco convenzionali: dal tema della malattia e del confine spirituale diThe Passage, a quello del conflitto generazionale in Low Tide, per finire con l’allegoria religiosa nel più riuscito dei tre, Stop the Pounding Heart.

In quest’ultimo film un personaggio, Todd Trichell, abbandona lo Stato e approda nel nord della Louisiana, fungendo da collegamento ideale tra la trilogia del Texas e The Other Side. La telecamera di Minervini arriva dunque a West Monroe, sulle rive del fiume Ouachita, parte più esigua dell’area metropolitana di Monroe. A West Monroe circa il 21,6 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il tasso di disoccupazione raggiunge il 60 per cento.

Per tutta la prima parte – buon due terzi del film – a farci da guida tra gli acquitrini, le abitazione dei reduci e i night club è Mark insieme alla sua fidanzata Lisa. Durante uno dei primi incontri con il regista, i due gli avevano confidato: «Ci guardano tutti, i bianchi ricchi e i neri poveri. Non facciamo parte né degli uni né degli altri perché siamo dei bianchi poveri che sono stati estromessi da questa società. Noi siamo in un limbo, siamo arrabbiati e non vogliamo rimanerci». Sono proprio loro i protagonisti di questo film, ipoor white del profondo Sud, irrimediabilmente perdenti nellastruggle for life, che si arrabattano come possono per sopravvivere (Mark è cuoco, spacciatore e assiduo consumatore di meth).

Per oltre metà del film seguiamo dunque il protagonista e una schiera di comprimari riconoscibili (la madre, la nonna, la sorella, la nipote, gli amici reduci che voteranno Hilary Clinton perché «sono sempre le donne che comandano» e perché credono che lei si prenderà finalmente cura di loro). Nella seconda parte, invece, questi personaggi vengono del tutto abbandonati per seguire un raffazzonato gruppo paramilitare composto da ex soldati e civili che si stanno organizzando per una presunta fantomatica rivoluzione. Espressione questa volta attiva di un malessere che si concretizza in idee politiche confuse che spaziano da concetti anarchici a ideali tipicamente repubblicani di autodifesa e autarchia, passando per un forte amore nei confronti della nazione (quasi piangono parlando del 4 luglio).

In tutto il film (prima e seconda parte) domina un diffuso e fortissimo senso di abbandono da parte delle istituzioni che si trasforma in vero e proprio disprezzo quando a incarnarle è il presidente Obama, il cui fantoccio viene più volte sbeffeggiato senza mezzi termini, come durante la festa redneck sul fiume o nella scena finale (d’altra parte in ogni buon film sul disagio qualcosa deve pur andare a fuoco).

La Louisiana qui descritta è quasi di un’eterotopia, un territorio di nessuno dominato da esigenze di sussistenza e da leggi proprie. E Minervini lo racconta senza spianare la strada allo spettatore, senza risparmiare l’imbarazzo di spiare momenti intimi e senza indietreggiare davanti alle manifestazioni di disagio più evidenti. Il disagio è mostrato, insistito, accentuato, è il soggetto principale: ma non è l’unico, perché questo è anche un film d’amore. L’amore dell’eroe Mark (un eroe che entra in scena addormentato nudo in un bosco e che scompare improvvisamente dal nostro raggio d’azione a due terzi del film) nei confronti della nipotina, della madre, della nonna e, soprattutto, la sua storia d’amore con Lisa, sfacciatamente autentica e sorprendentemente tenerissima, con tanto di vera scena di sesso, definita da qualcuno «la più bella che il cinema ricordi».

The Tribe di Miroslav Slaboshpitsky

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Anche un istituto per sordomuti in Ucraina può essere un’eterotopia. Un microcosmo silenzioso e spiazzante, in cui si comunica attraverso un linguaggio altro e nel quale veniamo catapultati da puri spettatori: seguiamo i protagonisti lungo i corridoi, dietro le porte, nelle aule e nei laboratori, osserviamo il loro linguaggio segreto, ma non siamo mai parte della tribù. Una distanza rimarcata dai suoni e dei rumori diegetici che noi percepiamo distintamente, ma che i protagonisti non possono sentire.

The Tribe , film evento dell’edizione 2014 della Semaine de la critique del festival di Cannes, è il primo lungometraggio di Miroslav Slaboshpitsky, che si era già interessato al mondo dei sordomuti con i corti Nuclear Waste e Deafness (entrambi reperibili in rete).

Allo spettatore è richiesto un ruolo attivo: i dialoghi, a loro modo, sono molto concitati, ma svolgendosi tutti col linguaggio dei segni richiedono attenzione (anche ai suoni esterni) e una buona volontà di arrivare pian piano, se non a padroneggiare, a raggiungere un po’ di familiarità con il codice. Alla fine però risulta sorprendente come tutto sia estremante comprensibile anche senza parole e come il film tenga incollati allo schermo nonostante non si possieda tutti gli indizi per decifrarne la trama.

A introdurci in questo mondo ovattato è il giovane Sergey (apprendiamo il nome dai crediti), che arriva all’istituto e viene subito assorbito dalla sua violenta quotidianità, in un complesso rituale fatto di umiliazioni e riti di iniziazione. Perché questo istituto, come tanti microcosmi chiusi e coercitivi, basati sul controllo e la convivenza forzata, produce al proprio interno un piccolo mondo criminale, fatto di squadriglie violente di ragazzi e di ragazze che si prostituiscono la notte nei parcheggi dei Tir in sosta. È quella che il regista ha definito “the deaf mafia”.

«È un mio vecchio sogno quello di rendere omaggio al cinema muto», spiega Slaboshpitsky: «fare un film che possa essere compreso senza che venga detta una parola. Non pensavo però a un certo tipo di cinema europeo ‘esistenzialista’ in cui gli eroi stanno zitti per metà della durata del film. Anche perché gli attori non erano muti nei film muti. Comunicavano molto attivamente attraverso un’ampia gamma di azioni e di linguaggio corporeo».

Ogni pietismo è bandito in questo universo in cui, come in Minervini, ciò che ha il sopravvento è la lotta per la sopravvivenza e la rabbia che si accompagna, inevitabile, al rischio di soccombere.

Quello che il regista voleva realizzare, dunque, era un film che fosse muto in modo vero, e non un’artificiosa celebrazione dei fasti che furono. L’espediente del linguaggio è dunque certamente un omaggio al cinema muto, ma in questa storia così cruda e senza speranza ha soprattutto il potere di rendere la vicenda di formazione di Sergey (e di Anna, perché, come Louisiana,anche The Tribe è in parte anche una storia d’amore) ancora più spietata e senza scampo. Ogni pietismo è completamente bandito in questo universo in cui, come in Minervini, ciò che ha il sopravvento è la lotta per la sopravvivenza e la rabbia che si accompagna, inevitabile, al rischio di soccombere.

In tutto ciò le voci degli altri (le voci, si intende, di chi può parlare) vengono riassorbite nei rumori di fondo: sono solo un indistinto brusio, come nella scena del treno, o come durante la lunga fila fuori dall’ambasciata italiana. Come si diceva all’inizio, noi varchiamo le mura, percorriamo i corridoi (come nel disperato piano-sequenza finale), ma in fin dei conti restiamo chiusi fuori.

Force Majeure ( Forza maggiore ) di Ruben Östlund

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Qui la lotta per la sopravvivenza si traduce in maniera del tutto diversa. Intanto siamo in un contesto assolutamente borghese: una famigliola svedese in vacanza sulle Alpi francesi per una settimana bianca in un complesso sciistico dominato da un gigantesco residence, dispersivo e a tratti alienante.

Force Majeure è ilterzo lungometraggio di Ruben Östlund, che ha esordito, appunto, nel documentario sciistico: un background che mette a frutto per tutto il film, in cui i paesaggi maestosi e le scene sulla neve la fanno da padrone, in una quasi totale assenza di primi piani.

Lo spunto è originale e brillante, perché la crisi (della famiglia, della vacanza) è innestata da una situazione di pericolo che si rivela un falso allarme. Nel trambusto fanno però in tempo a emergere le reazioni dei vari personaggi nel momento del pericolo, in particolare quella del padre, che innesca nella moglie una delusione tale da trasformare la crisi fasulla in un’autentica crisi di coppia, tanto che la famiglia tutta sembra ingaggiare una sorta di tacito processo nei suoi confronti.

Una crisi raccontata passo dopo passo, attraverso una progressione psicologica e un climax narrativo che travolgono (come una slavina) anche spettatore e comprimari. Perché i dubbi sollevati innescano anche in noi qualche domanda: come reagiremmo in una situazione di pericolo grave? Quali sono le nostre effettive priorità? Quanto l’istinto eccede la nostra volontà? Interrogativi che contagiano anche i personaggi non direttamente coinvolti, come la coppia di amici che li raggiunge (lei molto più giovane, lui Tormund di Game of Thrones).

Le dinamiche di coppia e le reazioni emotive (quelle della moglie, quelle più criptiche dei figli e quelle del padre stesso, che dall’iniziale aplomb sprofonda in un tracollo emotivo) sono tratteggiate con puntuale sottigliezza attraverso una sceneggiatura affilata e con davvero poche pecche, che per fortuna è sostenuta da una recitazione altrettanto riuscita.

Force Majeure ha un po’ di Bergman, un po’ del Michelangelo Antonioni de L’avventura e soprattutto, partendo da una vicenda piuttosto intima, riflette in modo efficace sul ruolo della famiglia e del gruppo

L’idea per il film è venuta a Östlundda un aneddoto vissuto in prima persona da una coppia di amici in vacanza in Sudamerica, che a un certo punto si è trovata minacciata da individui armati di pistola che hanno aperto il fuoco. «Il marito», racconta il regista: «è istintivamente scappato, lasciando sola la moglie». Questo episodio di ordinaria vigliaccheria (o di istinto di sopravvivenza) l’ha talmente impressionato che ha iniziato a fare delle ricerche, scoprendo che «ci sono degli studi che dimostrano che buona parte delle coppie che sopravvivono alle catastrofi finiscono per divorziare».

Questa riflessione è confluita in Force Majeure, che ha un po’ di Bergman, un po’ del Michelangelo Antonioni de L’avventura e soprattutto, partendo da una vicenda piuttosto intima, riflette in modo efficace sul ruolo della famiglia e del gruppo (la piccola comunità del residence, unita alla fine nella scena del bus) e sull’esigenza di sicurezza, continuamente minata da una fisiologica precarietà.

Östlund in particolare punta a criticare il celebre mito della solidarietà scandinava, cui contrappone una legge di natura che sfocia nell’individualismo. L’evento traumatico innesca una crepa nella perfetta apparenza di vita civile e fa emergere l’egoismo istintivo e puro: vile per il maschio e tutto improntato nella protezione dei cuccioli per la femmina. Salvo poi ribaltarsi nel finale, dove la dicotomia tra i generi sparisce e il tema della crisi di coppia è soppiantato da qualcosa di ben più primordiale: il panico personale e lo spasmodico desiderio, così spesso disatteso, di stare al sicuro.

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