Turchia, le incognite post-voto e il rischio di tornare alle urne

L’analisi

Dopo le bombe e la tensione, il sussulto democratico. Una lezione di democrazia, in Turchia, viene proprio dalla minoranza più bistrattata, i curdi, che attraverso un partito, l’HdP – in cui hanno confluito il disciolto Bdp, componenti della sinistra turca, istanze ecologiste, pacifiste e minoritaire, il partito che ha incanalato la forza e la spinta democratica dello spirito di Gezi Park – è riuscita a minare le certezze del partito di governo, l’islamico-nazionalista AKP, sgominando il suo progetto presidenzialista ed autoritario e aprendo a una nuova fase della storia turca.

L’Akp non ha i numeri per governare da solo ed anche nel caso di un accordo per trovare una maggioranza, il governo che ne verrebbe fuori sarebbe forse troppo fragile per prendere decisioni importanti

Il sinonimo del cambiamento di paradigma – da una possibile Turchia autoritaria e monocolore a una Turchia frastagliata e maggiormente rappresentativa – sta tutto in queste piccole grandi novità emerse dal voto: per la prima volta in parlamento ci saranno 97 donne (18% dei deputati, un risultato mai raggiunto prima) e deputati che rappresentano minoranze come armeni, rom e yazidi. L’Akp, che dominava incontrastato da ben 13 anni, raccoglie solo il 40,7 % delle preferenze e s’aggiudica 258 seggi su 550, perdendo quasi tre milioni di voti e 71 seggi dalle ultime elezioni, mentre il pro-curdo Hdp supera la soglia psicologica del 10%, raccoglie quasi sei milioni di voti e piazza ben 79 deputati in parlamento. Insomma un terremoto politico.

Il risultato complica la situazione politica, soprattutto perché i partiti d’opposizione sono già usciti allo scoperto affermando di non voler partecipare ad un eventuale governo di coalizione. L’Akp non ha i numeri per governare da solo ed anche nel caso di un accordo per trovare una maggioranza, il governo che ne verrebbe fuori sarebbe forse troppo fragile per prendere decisioni importanti. Un periodo d’instabilità si staglia all’orizzonte e i mercati si sono fatti già sotto reagendo male al nuovo assetto: lira svalutata rispetto al dollaro e Borsa d’Istanbul che apre perdendo ben otto punti percentuali. Ciò mette pressione sugli attori politici del nuovo corso turco mentre lo spettro di elezioni anticipate s’avvicina.

Della situazione post-voto, e dei possibili scenari politici che si potrebbero presentare, abbiamo parlato con un fine conoscitore delle cose turche, Niyazi Dalyanci, ex reporter presso la Turkish News Agency e la United Press News Agency che ora insegna giornalismo alla prestigiosa Istanbul Bilgi University.

«La prima constatazione che si può fare dopo questo voto – ha detto Dalyanci a Linkiesta – è che per l’Akp è una sonora sconfitta. Erdogan ha puntato tutto sulla promozione di un sistema presidenziale “alla turca” senza nemmeno spiegare dettagli legali e costituzionali sul tipo di sistema che avrebbe voluto mettere in piedi. Ma era chiaro che ciò che gli interessava era accentrare su di sé tutto il potere. Ma in realtà aveva completamente perso il contatto con la realtà e con la gente. Durante la campagna elettorale ha insultato l’opposizione, i media, i giornalisti facendo credere che quest’ultimi lavorassero per rovesciare il governo. La gente si è stancata di sentirlo agitare lo spauracchio del complotto per far cadere il governo. Erdogan non ha saputo leggere il malcontento, ha ignorato il movimento sorto nell’estate del 2013 (movimento di Gezi Park ndr) e, invece di dialogare con la società, ha stretto il giro di vite incrementando la violenza nei confronti del dissenso. Ora il voto ha sconfessato tutta la sua campagna politica e le sue mire espansionistiche. L’Hdp, vero vincitore morale di queste elezioni, è diventato il terzo più grande partito di Turchia».

Erdogan potrebbe allungare artificialmente di contrattazione per formare il governo, superando il limite stabilito dalla Costituzione e indire nuove elezioni. Dimostrerebbe l’inefficienza del sistema democratico

Una vittoria che avrà anche un certo peso sul futuro del processo di pace e nei negoziati con il Pkk? «Il processo di pace è qualcosa di complesso perché in ballo non c’è solo il Sud-Est della Turchia ma tutto lo scacchiere regionale in Medio Oriente dalla Siria all’Iraq e all’Iran e diverse entità curde. La situazione potrebbe paradossalmente complicarsi con l’Hdp in parlamento perché già dall’Akp, dopo il voto, si sono levate voci che vogliono che sia l’Hdp e dunque i Curdi a risolvere da sé il problema come se fosse un fatto interno solo curdo e non concernesse anche la Turchia. Insomma il buon risultato dell’Hdp potrebbe paradossalmente rivelarsi un handicap per il processo di pace. Se l’AKp poi dovesse fare un governo di coalizione con il Mhp (nazionalisti, braccio politico dei Lupi Grigi ndr) il processo di pace diverrebbe ancora più difficile».

Quale scenario si può aprire dopo il voto ? «È ancora presto per dire cosa può  accadere – spiega Dalyanci – abbiamo la certezza che l’Hdp di Demirtas non entrerà a far parte di una coalizione con l’Akp né sosterrà un governo di minoranza dall’esterno. Dall’altro lato l’Mhp ha detto di voler stare all’opposizione nel caso di una possibile coalizione tra Akp, Chp e Hdp. Ma quest’ultima possibilità è completamente irrealistica. È probabilmente una chiamata alla contrattazione. Ci saranno trattative ad Ankara, poi il presidente Tayyip Erdogan dovrà incaricare il più grande partito, ovvero il suo l’Akp, di formare un governo, di coalizione o di minoranza con appoggio esterno. La Costituzione turca poi è chiara su questo punto: se dopo 45 giorni non si riuscisse a formare un governo il presidente può indire elezioni anticipate. Certo. molti analisti qui in Turchia sollevano il problema che Erdogan potrebbe allungare artificialmente questo periodo con il risultato che la Turchia potrebbe scivolare verso una vera e propria crisi anche economica. In parte già sta accadendo con la lira che ha perduto terreno nei confronti del dollaro ed il contemporaneo contraccolpo della Borsa d’Istanbul. Questo giustificherà Erdogan che dirà: “Ho sempre difeso il sistema presidenziale ed ho sempre affermato che il sistema parlamentare non funziona e crea problemi. Ecco ora vedete cosa succede, indico nuove elezioni ma questa volta datemi il potere che vi chiedo”. Questo significa che Erdogan potrà far leva sulla pressione dei mercati e sull’instabilità politica per giocarsi un’altra carta vanificando questo risultato elettorale».

Insomma, il fine e machiavellico stratega Erdogan da presidente sembrerebbe avere già la contromossa, l’asso della manica per invalidare uno dei più bei successi democratici della Turchia contemporanea. All’opposizione e ai media, peraltro già bistrattati da anni, il compito di vegliare affinché ciò non avvenga.

@marco_cesario