TaccolaUscire dai campi rom? «Solo per scelta, non per vergogna»

Uscire dai campi rom? «Solo per scelta, non per vergogna»

«Vogliamo una casa pulita, che non sia connotata come rom, dove possiamo vivere una vita normale». Se le cose fossero semplici, basterebbe seguire la richiesta che arrivava, dopo un sgombero di un campo rom di Milano, da parte di un giovane manutentore di ascensori. Il caso viene citato alla Casa della Cultura di Milano, da parte dell’architetto Jacopo Muzio. Si parla del tema che sta riempiendo le pagine di giornali, senza che nessuno voglia seriamente approfondire la questione. All’incontro partecipano tre architetti, un sociologo, due rappresentanti di associazioni che lavorano nell’assistenza ai nomadi e una decina di rom del campo di Chiesa Rossa, nella parte sud di Milano. «La qualità ambientale aiuta l’integrazione – continua da dietro il palco dei relatori Muzio, l’architetto, che collabora con la Facoltà di architettura del Politecnico di Milano -. Bisogna stare dalla parte di quel ragazzo. La Francia ha costruito case popolari, evitando di creare ghetti. Questa è l’unica proposta possibile di integrazione per le minoranze rom: costruire case popolari per tutti. L’obiettivo deve essere favorire la permanenza nello spazio interno, invece che in una dimensione effimera».

Solo su una cosa sono tutti d’accordo: la necessità di chiudere i campi più disastrati, dove trionfa l’illegalità e non ci può essere alcuna prospettiva di miglioramento

Purtroppo le cose non sono così semplici. Al termine di tre ore di discussione molto franca alla Casa della Cultura si esce con una sola certezza, che mette tutti d’accordo: la necessità di chiudere i campi più disastrati, dove trionfa l’illegalità e non ci può essere alcuna prospettiva di miglioramento. Al di là di questo punto fermo, ce ne sono ben pochi. Le stesse parole hanno significati doppi. “Sicurezza” è una di quelle più citate, ma per indicare la richiesta da parte dei rom che tutto quello che hanno non venga distrutto. “Relazioni familiari” o  “emancipazione”, “integrazione” o “identità” sono altre parole che sottendono concezioni del presente e del futuro non conciliabili alla leggera. Soprattutto, per scendere nel concreto, la composizione dell’universo “rom” è talmente varia per provenienza, religione, percorsi più o meno avviati, che mettere tutto insieme non serve. Così come non serve negare i problemi, a partire da quelli legati alla criminalità, e avere atteggiamenti paternalistici. «Finché mettete tutto insieme questa discussione è inutile», è stata una delle prime parole di uno dei ragazzi rom intervenuti.

«Finché mettete tutto insieme questa discussione è inutile»

Quello che si ricava, a mezzanotte passata, è che per trovare delle soluzioni bisogna fare qualcosa che viene rifiutato sempre più nettamente dalla stampa e dalla politica: accettare la complessità del tema e proporre soluzioni diverse per situazioni diverse. E soprattutto, via ancora meno popolare: non avere fretta, perché non è un problema risolvibile nei tempi stretti su cui ragionano i politici in cerca di rielezione.

Le case e gli esclusi tra gli esclusi

Per rendersene conto basta sentire le parole di Antonio Tosi, professore di sociologia urbana e di politiche della casa alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, da decenni studioso della questione rom. «Non avrei mai pensato, 20 anni fa, di difendere i campi rom – premette -. Ma il momento è così teso che dobbiamo ripensare il dibattito. Dire “no campi, sì case” si scontra con alcune realtà, la prima delle quali è che le persone soggette a sgomberi sono molte di più di quelle a cui viene offerta una casa». Il punto è però soprattutto un altro. «L’insediamento abitativo è difficile, per varie ragioni – spiega Tosi -. La prima è che ci sono situazioni fragili, precarie, che sono maggioritarie. Se faccio un insediamento abitativo con persone che una volta avuta una casa non hanno altri problemi è un conto. Se invece ci sono situazioni di precarietà è molto più difficile. È una fragilità che si protrae dopo che l’inserimento abitativo è avvenuto».

I programmi di assegnazione delle case popolari danno la priorità a chi ha già più stabilità, in genere perché ha un lavoro

Non è un caso che i programmi di assegnazione delle case popolari diano priorità a chi ha già più stabilità, in genere perché ha un lavoro. Inoltre si chiede il rispetto delle regole dei condomini, che sono diverse da quelle dei campi rom. «L’insieme di questi due requisiti ha una conseguenza – continua Tosi -: le condizioni di maggiore disagio tendono a essere escluse. Che delle persone siano escluse da un programma ci può stare. Ma se tutti i programmi li escludono si pone una questione: che cosa ne facciamo di questi? Essendo un programma che si basa sulla sicurezza e sul contrasto alla criminalità, questo meccanismo lascia fuori i soggetti considerati più pericolosi».

Per rendere l’idea il professore cita il caso di Torino, dove lo scorso anno dopo lo sgombero del campo rom di Lungo Stura Lazio, tutti i suoi 850 abitanti furono inseriti in case popolari alla periferia del capoluogo piemontese, in corso Vigevano. La spesa, pari a 5 milioni di euro, fu coperta da finanziamenti europei per l’emergenza rom. «Il risultato è stato che la metà delle persone che hanno partecipato al programma non hanno completato il percorso di inserimento. Sono persone che sono state immesse nel mercato dell’affitto anche se non sapevano per quanto avrebbero potuto pagarlo e con l’assistenza di chi». Si tratta, spiegano altri operatori che lavorano nel settore, di un problema materiale ma anche culturale. Chi è abituato da sempre, da generazioni, alla precarietà, ha difficoltà a stare in un programma che prevede un reddito fisso e costante per pagare l’affitto. Si parla di chi vive di elemosina o di altri espedienti legali o illegali, una parte ancora consistente rispetto a chi ha trovato lavoro o se l’è creato.

Tosi: «Ci sono persone per le quali non si vede una prospettiva di inserimento per un determinato periodo: gli esclusi indefinitamente»

Per queste condizioni di estrema fragilità, continua Tosi, non basta un programma standard: «Significa lasciarli in balia dell’assistenza per un periodo di tempo indefinito». Non solo, c’è anche una verità dura da mandare giù, ma che il docente, forte di decenni di impegno, mette sul piatto. «La nozione di inserimento è ottimistica e astratta. Si basa sul fatto che che prima o poi tutti raggiungeranno un’autonomia e saranno inseriti. No, ci sono persone per le quali non si vede una prospettiva di inserimento per un determinato periodo: gli esclusi indefinitamente».

Tosi: «Non avrei mai pensato di difendere i campi rom. Ma vale la pena di tornare indietro e ammettere che anche il campo rom può essere soluzione»

Come se ne esce? «Bisognerebbe pensare ad alternative alle case – dice il sociologo del Politecnico -. Il problema è che le alternative non sono un granché. Le “micro-aree” non sono esaltanti. Dal punto di vista della qualità abitativa sono meglio di qualunque campo rom. Ma c’è lo stesso fiato sul collo da parte delle istituzioni, stessa condizionalità, quegli elementi che rendono poco casa il campo rom». Bisogna ragionare, aggiunge, su quali siano i presupposti per definire l’“abitare” adeguato, tra cui c’è il fatto di non essere sotto il controllo delle istituzioni e poter fare investimenti anche affettivi sulle case. La conclusione è quindi non scontata: «Vale la pena di tornare indietro e ammettere che anche il campo rom può essere soluzione, se riesco a farlo funzionare secondo questi criteri».

Chiesa Rossa: villaggio o fortino?

Le teste dei rom in sala annuiscono. «Io non abito in un campo rom, abito in un villaggio rom», dice Iaio, uno dei capi-famiglia del campo di Chiesa Rossa, zona sud di Milano, vicino a Rozzano. Sulla sessantina, camicia bianca linda, maglioncino celeste annodato sul collo, baffi bianchi curati. Un look che vuole comunicare il raggiungimento di uno status dopo anni di disagi fortissimi. «A noi ora manca un po’ di sicurezza in questi villaggi rom – dice -. Io nel mio villaggio rom ho investito tutti i miei risparmi. Ho realizzato una casetta con i miei risparmi di giostraio. Io mi sento realizzato con una casa su una testa. Io non ho avuto mai una doccia. Sembra impossibile per un gagio (un non rom, ndr), ma è così. Questo ha creato problemi: ho mandato tutte le mie figlie a scuola, e io non avevo una doccia. E non era una cosa stupida. Perché quando un bambino gagio entra a scuola è pulito. E se le mie figlie non andavano ordinate venivano indicate come zingare. Per questo conta la casa». Oggi, aggiunge, una delle figlie lavora in un’università di Milano – «non dice che è rom, altrimenti non potrebbe avere una vita normale» -, mentre «le mie cugine hanno un bar, mio nipote ha un negozio di barbiere. Il ragazzo qui accanto a me è un geometra, sta facendo una casa in via Torino». Il campo dove vive, aggiunge, «ce l’ha dato il comune. Ci ha trasferito con la protezione civile. Dopo però non ha dato praticamente più niente, abbiamo ottenuto una fontanella dopo 18 anni e dopo le manifestazioni. Ora dicono: i campi non vanno più bene».

Un’immagine delle forze dell’ordine del campo di Chiesa Rossa (via www.corriere.it)

La costruzione di campi per rom da parte dei comuni, spiegano dei volontari di un campo, è un unicum italiano, su cui però la politica vuole tornare indietro perché i campi danno problemi: diventano dei ghetti e delle zone franche, dove la polizia fa fatica a intervenire. In molti casi la condizione di segregazione ha fatto sì che, anche a Milano ci sia un’influenza dell’ndrangheta, che affitta i terreni e in cambio chiede dei lavori, di varia natura, anche illeciti. Lo stesso campo di via Chiesa Rossa, a leggere le cronace, è tutto l’opposto di un villaggio idilliaco. Un reportage del Corriere della Sera dell’agosto 2014, riportava un passaggio inequivocabile di un rapporto di polizia: «Tutti i residenti del campo di via Chiesa Rossa 351, maggiorenni o minori, purché di età imputabile, hanno precedenti». Nel reportage il campo viene descritto come pieno di armi, off limits per le forze dell’ordine e dove avvengono tesi agguati agli spedizionieri. Nel campo di via Chiesa Rossa, così in quello di via Negrotto, uno dove gli atti di criminalità sono più ricorrenti e pesanti, ha fatto campagna elettorale il leader leghista Matteo Salvini. 

Alex Valentino, Forum Campania Rom: «La tendenza in Europa, a partire da Serbia e Romania, è quella di uscire dalle case popolari, per creare dei villaggi rom»

Questa condizione di unicum italiano è però in parte smentita dai casi che mostra un altro architetto presente alla Casa della Cultura, Alex Valentino. Co-fondatore e segretario del Forum Campania Rom, è reduce da un viaggio iniziato a Napoli e proseguito tra i villaggi di Serbia, Grecia e Romania. «La tendenza in Europa, a partire da Serbia e Romania, è quella di uscire dalle case popolari, per creare dei villaggi rom», dice. Viene citato un quartiere di una città della Tessaglia, Grecia, dove alla metà più disagiata degli abitanti sono state consegnate delle villette unifamiliari, con gli interni da rifinire secondo i gusti di chi ci va ad abitare. Alla metà dei residenti più autonoma, invece, è stato dato il compito di costruire le case da zero. «Questi programmi sarebbero bocciati in Italia, perché monoetnici», dice Valentino. Per spiegare come la realtà sia lontana dalle semplificazioni, cita i casi di Catanzaro e di Scampia. «A Catanzaro le persone furono spostate dai campi in case popolari, in un quartiere chiamato il Corvo. Ma a Catanzaro c’è anche un’area abitata da rom, in via Lucrezia della Valle, dove ci sono delle case stabili da molti decenni, anche se la gente del posto lo chiama “campo”. Moltissimi fuggirono dalle case popolari per tornare nel “campo” di via Lucrezia della Valle». La situazione anche in questo caso è grave dal punto di vista della crimininalità.

A Catanzaro l’uccisione di “Toro Seduto”, dopo la sfida ai clan Arena

Lo scorso 4 giugno Domenico Bevilacqua, a tutti noto come “Toro seduto”, un capo della comunità rom, è stato ucciso «come “punizione” per i tentativi del boss di rendersi autonomo rispetto alla cosca catanzarese, storicamente sottoposta al clan degli Arena», come spiegava un articolo dell’Agi. Altri articoli parlano di una guerra di clan tra le due zone della città abitate dai nomadi. A Scampia, Napoli, invece, le associazioni di rom e sinti sono contrarie ad abbandonare un’area che Valentino definisce “villaggio svizzero” – e che però si trova sotto un cavalcavia – perché non vogliono entrare in un’area di accoglienza proposta dal sindaco De Magistris.

Centri di accoglienza bocciati senza appello

Perché la contrarietà all’area di accoglienza? Del caso di Napoli nella Casa della Cultura non si è parlato. Ma di quello di Milano sì. Le strutture di accoglienza nel capoluogo lombardo sono due: quella di via Barzaghi e quella di via Lombroso. Sono state istituite nel 2013 per accogliere in via temporanea chi ha subito degli sgomberi, che con la giunta Pisapia – racconta chi lavora nel settore – sono diventati più frequenti e meno ambigui: una volta che uno sgombero avviene, l’area viene presidiata. Per chi la vede in positivo, è il modo per superare l’approccio precedente che lasciava tornare i rom per poter fare più sgomberi e mostrare alla popolazione il volto repressivo del Comune.

Il bilancio dei centri accoglienza? Paolo Cagna Ninchi: «Cinque milioni di euro per nove posti di lavoro creati a fronte di duemila sgomberi»

I centri di accoglienza si basano sulla volontà di creare un circolo virtuoso: i ragazzi che vi entrano vengono inseriti in un percorso scolastico, mentre per gli adulti sono previsti programmi di formazione e avviamento al lavoro con borse lavoro e tirocini. Chi non rispetta le regole viene espulso e non può tornare. Su tali centri il giudizio è di una condanna senza appelli da parte di tutti i partecipanti all’incontro alla Casa della Cultura di Milano. «Sa quanti posti di lavoro stabili sono stati creati da questo programma, che è costato cinque milioni di euro? Solo nove», accusa Paolo Cagna Ninchi, presidente dell’associazione Upre Roma. «I centri di accoglienza hanno 250 posti, a fronte di duemila persone sgomberate. Le persone possono rimanervi 40 giorni, procrastinabili. Queste aree hanno regolamenti interni scritti in linguaggio burocratico. Le persone vengono espulse per motivi che non comprendono. Inoltre c’è una sproporzione tra il costo dell’operazione, economico e sociale, e i risultati. C’erano persone che lavoravano, facendo bancali nel campo di San Dionigi, e che oggi non fanno più niente. Il risultato di una politica così unilaterale è che le persone stanno peggio di prima».

Un’immagine del centro di accoglienza di via Lombroso, aperto nel 2013 (da Il Giorno)

Rincara la dose Dijana Pavlovic, portavoce della Consulta per i rom e sinti di Milano. «In questi anni, da quando sono arrivati i 5 milioni per l’integrazione, la situazione è peggiorata», attacca. «I campi abusivi sono stati rasi al suolo. Nei campi regolari non entra più nessuno del comune: non c’è più derattizzazione e le fogne scoppiano. Ci sono poi questi nuovi campi di accoglienza, dove ci sono camerate di 50 persone, con quattro fornelli per 200 persone. Chi entra in questi posti viene parcheggiato. L’idea che mi sono fatta è che la filosofia sia quella di parcheggiare i rom finché dura l’Expo». Anche il programma per l’inserimento al lavoro è bocciato. «C’è gente che ha fatto 6-7 programmi con borse lavoro, di tre mesi ciascuno, per 300 euro al mese. L’imprenditore viene pagato dal pubblico per tenere i rom e non ha alcun incentivo ad assumerli. Così non funziona». E come un programma potrebbe funzionare? «Le cose funzionano solo se si dà alle persone capacità di andare su proprie gambe. Se le si responsabilizza».

Dijana Pavlovic: «Se il tuo modo di vivere è riconosciuto in uno Stato, uno Stato può anche immaginare una edilizia popolare adatta al tuo modo di vivere»

Per Dijana Pavlovic bisognerebbe pensare a case popolari che siano pensate per i rom. «Se il tuo modo di vivere è riconosciuto in uno Stato, uno Stato può anche immaginare un’edilizia popolare adatta al tuo modo di vivere», dice. Per arrivare all’obiettivo, aggiunge, è però necessario un passaggio giuridico che riconosca una specificità della minoranza rom e sinti. «Stiamo raccogliendo le firme per riconoscere la minoranza storico-linguistica di rom e sinti. La proposta di legge è per riconoscere non solo la lingua e la cultura, anche anche la posizione giuridica di tutti i rom: rom italiani, sinti, europei». Un approccio, sottolinea il professor Tosi, che può sembrare discriminatorio, ma che è giustificabile dalla necessità di dare più tutela ai casi più disagiati e dalla necessità di avere delle politiche coerenti, mentre finora anche i casi positivi sono stati eccezionali ed effimeri. Il modello da seguire, spiega, è quello del Trentino Alto-Adige, in cui i punteggi per le case popolari tengono conto anche dell’origine etnica dei cittadini (italianofoni e germanofoni).

Liberare le giovani donne dai campi

Se la minoranza rom e sinti ottenesse il riconoscimento giuridico, dovrebbe comunque porsi delle domande. Una di queste riguarda il ruolo dei campi rom e dei capi-famiglia nell’ostacolare l’integrazione e l’emancipazione dei soggetti deboli. Le donne, spiega chi lavora nell’assistenza, nei campi vivono in una condizione di segregazione, pur lavorando molto più degli uomini. Quando una giovane coppia entra in una casa, in genere effettua un grande salto nell’integrazione e nell’autorealizzazione. Si tratta di una rottura con una tradizione che prevede l’unità della famiglia, con i figli maschi destinati a rimanere nella casa dei genitori, nella quale entrano man mano le nuore. Si tratta anche di una rottura delle relazioni di assistenza che nei campi permettono di superare i periodi economicamente più duri o più semplicemente di curare i figli di chi si assenta. Ma si tratta, secondo molti, di una rottura necessaria. Le giovani generazioni, che sempre più spesso non si sposano più a 14-15 anni ma oltre i 20, vanno aiutate nel loro percorso. «Bisogna stare dalla parte di quel ragazzo», per riprendere le parole dell’architetto Muzio.

Dijana Pavlovic: «Sono andata via da casa mia perché mi soffocava. Ma questo deve avvenire solo per libera scelta. Non deve essere una scelta di vergogna»

La posizione di Dijana Pavlovic è un punto di partenza pieno di sfumature da cogliere. «Quel giovane citato dice: per me la soluzione è la casa popolare, così vivo più serenamente senza essere discriminato. Questa non è la vita bella che può sembrare. Quando avremo le generazioni che diranno di non volere più la vita comunitaria, questo dovrà avvenire solo per libera scelta. Non deve essere una scelta di vergogna». Una scelta che nel caso della Pavlovic è stata anche personale: «Sono andata via da casa mia perché mi soffocava», racconta. Ma, conclude, «dobbiamo fare capire che la segregazione non è un luogo fisico, è la discriminazione che hai quando esci dal campo. Chi è criminale continua a esserlo anche in una casa popolare».

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