Ars Aevi, l’arte del mondo a Sarajevo che farà dimenticare la guerra

Ars Aevi, l’arte del mondo a Sarajevo che farà dimenticare la guerra

L’11 luglio 1995 la città bosniaca di Srebrenica (il cui nome significa “miniera d’argento”), dichiarata zona protetta dalle Nazioni Unite, venne occupata dalle truppe serbo-bosniache della Vojska Republike Srpske. Gli uomini dai 12 ai 77 anni – circa 8000, tutti musulmani bosniaci – furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, trucidati e sepolti in fosse comuni.

Il massacro di Srebrenica, uno degli episodi più efferati delle guerre jugoslave, darà una svolta decisiva all’andamento del conflitto in Bosnia Erzegovina, che terminerà cinque mesi più tardi con l’accordo di Dayton. L’assedio di Sarajevo però, il più lungo della storia bellica moderna, proseguirà formalmente fino al 29 febbraio del ’96. Era cominciato nell’aprile del ’92, e fu proprio in una delle prime notti d’assedio, quando fu bombardato e distrutto il Museo dei Giochi Olimpici, che prese piede un’idea visionaria.

Quella notte il curatore Enver Hadžiomerspahić ha un’intuizione, che annota subito con la sua macchina da scrivere: un museo d’arte contemporanea a Sarajevo per opere di artisti da tutto il mondo

Il museo, inaugurato nell’84, era una grande fonte d’orgoglio per Sarajevo, città multietnica al confine tra Oriente e Occidente. E la notte della sua distruzione il curatore museale Enver Hadžiomerspahić ha un’intuizione, che annota subito con la sua macchina da scrivere: un museo d’arte contemporanea a Sarajevo che ospiti opere di artisti provenienti da tutto il mondo. Una forma attiva di resistenza culturale e un modo per restituire alla città un patrimonio artistico che le lunghe notti di bombardamenti le stavano pian piano sottraendo.

Michelangelo Pistoletto, La Porta dello Specchio, 1989

Jannis Kounellis, Senza Titolo, 1999

Jusuf Hadzifejzovic Female Gost on a Bicycle, Sittard 1998

Nasce così il progetto Ars Aevi (in latino “l’arte dell’epoca”, ma che è anche un anagramma della parola “Sarajevo”, con il logo che sostituisce la lettera “o”), un’idea ventennale che ha richiesto molta tenacia e collaborazione internazionale, ma che ora sta entrando nella sua fase conclusiva, con la sede principale progettata da Renzo Piano che verrà inaugurata nel 2018.

Al momento la sede provvisoria del museo è il centro Skenderija, progettato da Amir Vuk, la cui forma ricorda una grande scatola di legno, e che ospita le oltre 160 opere raccolte finora, tra cui i contributi di artisti come Michelangelo PistolettoJannis KounellisJoseph BeuysBraco DimitrijevićJoseph Kosuth, Anish Kapoor e Marina Abramović, con il suo Cleaning the mirror, che in origine era il primo di una serie di tre spettacoli, successivamente trasformato in una video installazione scomposta in cinque parti. Nella performance, Abramovic stava seduta con uno scheletro in grembo («l’ultimo specchio di tutti noi»), che spazzolava vigorosamente con la mano destra, attingendo da un secchio di acqua e sapone posto accanto a lei. Nell’installazione, ciascuno dei cinque schermi è dedicato a un particolare dello scheletro: i piedi, le mani, le costole, il bacino e la testa.

Marina Abramovic, Cleaning the Mirror, 1995

Enver e gli altri fondatori iniziarono a prendere contatti quando Sarajevo era ancora sotto le bombe. Il primo partner fu il milanese Enrico Comi e la prima opera donata La porta dello specchio di Michelangelo Pistoletto

«Sembrava folle parlare di un futuro museo in quei giorni nei quali nessuno di noi sapeva se un minuto o un’ora dopo sarebbe stato ancora vivo», racconta l’ideatore Enver Hadžiomerspahić. Eppure l’idea, nella sua semplicità, funziona. Agli artisti viene chiesto di donare una propria opera, che dopo una temporanea esposizione in un museo europeo entra a far parte della collezione di Ars Aevi.

Enver e gli altri fondatori iniziarono a prendere contatti quando Sarajevo era ancora sotto le bombe. Il primo partner fu il milanese Enrico Comi e la prima opera donata La porta dello specchio di Michelangelo Pistoletto, noto esponente dell’“arte povera” piemontese. La rete si espande in fretta, e partendo dalla triangolazione Sarajevo-Prato-Milano (grazie soprattutto a Spazio Umano e Museo Pecci), coinvolge molti altri Paesi, ma il contributo italiano diventa di nuovo fondamentale quando nel 1999 un architetto del calibro di Renzo Piano (già autore – lo ricordiamo – di importanti progetti museali come la collezione Astrup Fearnley ewd a Oslo, il museo Paul Klee a Berna, il Kimbell Art Museum in Texas e il Museo delle scienze di Trento) si appassiona al progetto e decide di disegnarne la sede. «Mi disse: Enver, l’Ars Aevi è un’opera impressionante della volontà collettiva internazionale», spiega Hadžiomerspahić. L’anno successivo Piano inaugura i primi schizzi e nel 2005 presenta a Venezia il progetto definitivo.

Braco Dimitrijevic, Heralds of Post History, 1997

Blue Noses: Advanced Apes, 2006

Quest’anno, il museo Ars Aevi di Sarajevo – che nell’idea del suo creatore nasce da un principio di superamento di ogni barriera di razza, religione, e persino delle barriere nazionali – sarà ospite speciale della quinta edizione della maratona culturale Demanio Marittimo.Km-278, che si svolgerà il 17 luglio sulla spiaggia di Marzocca di Senigallia.


La tenacia di Hadžiomerspahić – che durante la guerra curava la Biennale del Museo dei Giochi Olimpici, distrutto dai bombardamenti – sembra sarà presto del tutto ripagata. Secondo lui questo museo rappresenta, per Sarajevo, la possibilità di un’autentica rinascita culturale. «Fino a quando Frank Gehry non progettò il Guggenheim nel 1997, la gente conosceva Bilbao soltanto per gli attentati dell’Eta. Allo stesso modo, con la costruzione dell’Ars Aevi progettato da Renzo Piano, si smetterà di associare Sarajevo all’immagine della guerra. Molti ancora la ricordano solo per le bombe. Col museo vogliamo che ritorni al ruolo culturale che le spetta». Il ruolo che le spetta quale città «di Kusturica, di Bregovic, della Biennale».

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