Il mercato del lavoro è in crisi, ma senza gli immigrati starebbe peggio

Il mercato del lavoro è in crisi, ma senza gli immigrati starebbe peggio

Il mercato del lavoro italiano sta male. Ma senza gli immigrati starebbe peggio. La manodopera straniera ha risentito sì delle difficoltà degli ultimi anni. Ma, a guardare i numeri raccolti dal ministero del Lavoro nel quinto rapporto sul mercato del lavoro degli immigrati, i lavoratori stranieri stanno risalendo la china della crisi più e meglio di quanto non stiano facendo gli italiani.

Mentre l’occupazione italiana cala, la quota di lavoratori stranieri è l’unica a crescere. Tra i Paesi europei, solo in Italia la variazione positiva del numero di occupati nel 2014 (+0,4% rispetto al 2013) è da attribuirsi esclusivamente agli stranieri, che svolgono però lavori poco qualificati e con stipendi ridotti. Il fabbisogno di manodopera a basso costo e la necessità di reperire personale per mansioni di “cura” garantiscono una maggiore appetibilità della forza lavoro immigrata e, in caso di perdita del lavoro, una maggiore rapidità per rientrare nel mercato. Accettando lavori pagati meno e meno qualificati, insomma, gli immigrati lavorano più degli italiani.

Tasso di occupazione della popolazione 15-64 anni

In Germania, anche se negli ultimi tre anni il peso dei lavoratori stranieri è diventato progressivamente più importante, è stata la componente nazionale a sostenere la crescita dell’occupazione. Così come è avvenuto nel Regno Unito e, soprattutto nell’ultimo anno, in Spagna. Caso diverso è quello della Francia, in cui il rallentamento della dinamica occupazionale ha interessato sia i francesi sia gli immigrati. In Italia, invece, i lavoratori comunitari ed extracomunitari hanno seguito un trend diverso rispetto ai lavoratori italiani, svolgendo – scrivono dal ministero – «una funzione più o meno compensativa». Tanto che «negli ultimi 9 anni, la forza lavoro straniera ha controbilanciato l’emorragia occupazionale italiana». 

I lavoratori stranieri durante la crisi

Gli stranieri in età da lavoro nel 2014 in Italia sono 4 milioni, di cui 2.294.120 occupati, 465.695 in cerca di lavoro e 1.240.312 inattivi. La caratteristica del mercato del lavoro italiano è che tra gli stranieri crescono contemporaneamente disoccupazione, occupazione e inattività. Il tasso di disoccupazione nel corso della crisi è cresciuto anche tra gli immigrati, attestandosi nel 2014 al 16,9%, con una diminuzione di 0,3 punti rispetto al 2013, ma ben sopra il tasso di disoccupazione italiano.

Come per l’Italia, anche per gli stranieri la disoccupazione si concentra tra i giovani: più della metà di coloro che sono in cerca di un lavoro ha meno di 34 anni (51% del totale). E i Neet, quelli che non sono impegnati né nel lavoro né nello studio, si trovano pure tra gli immigrati. Su oltre 2,4 milioni di Neet italiani, 346.989 sono stranieri, ovvero il 14,4 per cento. 

I lavoratori comunitari ed extracomunitari hanno seguito un trend diverso rispetto ai lavoratori italiani, svolgendo una funzione più o meno compensativa. Negli ultimi 9 anni, la forza lavoro straniera ha controbilanciato l’emorragia occupazionale italiana

Anche il tasso di occupazione, pur mantenendo performance migliori rispetto alla controparte italiana, è calato costantemente negli ultimi anni. Ma nel 2014, a fronte della diminuzione del numero di occupati italiani di circa 23mila unità nell’arco degli ultimi dodici mesi, il numero di occupati stranieri è cresciuto di oltre 111mila unità. E se è vero che aumenta il numero di stranieri in cerca di lavoro – +5,5% per i comunitari, + 1,1% per gli extracomunitari -, l’incremento del 6% fatto registrare dalla componente italiana è comunque più alto. Tra le donne, in particolare, se il tasso di occupazione delle italiane è pari al 46,4%, quello delle lavoratrici extracomunitarie sale al 46,7% e quello delle comunitarie addirittura al 56,9 per cento. 

Variazione tendenziale del numero di occupati

Nel 2014 gli stranieri inattivi sono cresciuti di 36.319 unità tra gli extracomunitari e di 34.089 tra i comunitari. Ma la partecipazione al lavoro, per buona parte dei cittadini stranieri, è molto elevata. Soprattutto per alcune nazionalità, come quella filippina (80,1%), peruviana (68,2%), cinese (67,8%), moldava (67,8%), ucraina (67,7%), così come elevati sono i tassi di disoccupazione per marocchini (27,3%), tunisini (24,3%), albanesi (22,7%), pakistani (20%).

Una delle caratteristiche del mercato del lavoro immigrato in Italia resta però la forte esclusione della componente femminile, che va a riempire quasi totalmente il bacino degli inattivi. Il tasso di disoccupazione delle donne egiziane (45,6%), pakistane (38,5%), tunisine (35,4%), marocchine (34,6%), albanesi (31,7%) è elevatissimo, ma ben più grave è il fenomeno dell’inattività. «Se per le italiane le possibilità di conciliazione sono più ampie anche grazie, laddove presenti, a reti parentali o all’acquisto di lavoro domestico», si legge nel rapporto del ministero, «molte donne immigrate a seguito della maternità sono costrette a rimanere al di fuori del mercato del lavoro non potendo contare su servizi pubblici spesso scarsi o su quelli privati troppo costosi, oppure sul sostegno dei familiari, generalmente assenti Perché rimasti nel paese di origine».

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Tanto per fare un esempio, i tassi di inattività per le donne originarie del Pakistan e del Bangladesh superano l’80%, a fronte di una media nazionale del 59,9 per cento. Se nel caso delle inattive italiane circa la metà (precisamente il 48,5%) ha tra i 48 e i 65 anni, l’età delle inattive straniere è più bassa: il 55,4% delle extracomunitarie ha meno di 34 anni, percentuale che sale al 79,4% nel caso delle bengalesi e al 73% delle moldave. Questo in parte spiega come il prendersi cura dei figli, di bambini o di altre persone non autosufficienti sia la principale causa dell’inattività tra le donne straniere, soprattutto extracomunitarie. 

Contributo alla variazione dell’occupazione

Dov’è concentrata l’occupazione straniera

La maggiore concentrazione di occupati stranieri extracomunitari si registra nelle regioni del Nord Ovest (550mila circa) e in quelle del Nord Est (poco più di 400mila unità). Il 30% dei lavoratori comunitari è concentrato nelle regioni del Centro Italia. Più scarsa la presenza nel Mezzogiorno: solo il 15,7% dei lavoratori Ue e il 13,3% degli extra Ue è occupato in una regione meridionale.

E anche guardando al mercato locale, gli stranieri hanno dato un contributo decisivo alla tenuta del mercato del lavoro. Nel Nord Est e al Sud, gli unici incrementi occupazionali sono da attribuirsi alla componente straniera. In particolare, nel settore del commercio la sostenibilità è garantita esclusivamente dalla forza lavoro straniera: in due anni l’occupazione extra Ue è cresciuta del 9%, a fronte di un calo della componente italiana del 2,4 per cento. Anche nel caso dell’agricoltura, è la componente extracomunitaria a fornire, nel 2014, l’unico contributo positivo alla variazione dell’occupazione. 

Nel Nord Est e al Sud, gli unici incrementi occupazionali sono da attribuirsi alla componente straniera. Nel settore del commercio la sostenibilità è garantita esclusivamente dalla forza lavoro straniera

Lavori poco qualificati e stipendi bassi

Ma mentre in Paesi come Regno Unito, Germania e in parte Spagna la dinamica dell’occupazione straniera segue l’andamento generale del mercato del lavoro, in Italia ha invece caratteristiche diverse. Da noi il lavoro straniero è schiacciato su professionalità scarsamente qualificate: la quasi totalità dei lavoratori immigrati svolge un lavoro alle dipendenze e più del 70% è impiegato con la qualifica di operaio. Solo lo 0,9% degli occupati ha una qualifica di dirigente o quadro, a fronte dell’8% degli italiani. 

Una caratteristica a sé è anche la tendenza degli stranieri al lavoro in proprio, fatto prevalentemente di più o meno piccole attività commerciali. Il 10,2% degli occupati extracomunitari svolge un’attività lavorativa per proprio conto. E un terzo di questi imprenditori è donna, diversamente da quel che accade per gli italiani, con una presenza maschile che supera l’80 per cento. Anche tra i giovani si notano delle differenze: tra i dirigenti italiani solo il 3,3% ha meno di 34 anni, contro il 22,8% degli stranieri; e se solo il 7,5% dei giovani italiani è occupato come imprenditore, i ragazzi stranieri in proprio sono il 23,4 per cento. Ma se i laureati italiani svolgono per lo più lavori qualificati, gli stranieri con la laurea con mansioni di basso livello sono il 23,2% del totale. 

Tra i dirigenti italiani solo il 3,3% ha meno di 34 anni, contro il 22,8% degli stranieri; e se solo il 7,5% dei giovani italiani è occupato come imprenditore, i ragazzi stranieri in proprio sono il 23,4 per cento

Lavori scarsamente qualificati si traducono in stipendi bassi. Poco meno del 40% percepisce un salario fino a 800 euro (nelle stessa classe gli italiani sono il 15,2%) e solo il 2,5% dei comunitari e appena lo 0,6% degli extracomunitari supera i 2mila euro. Il che spinge molti stranieri a fare più di un lavoro, soprattutto tra le donne che svolgono lavori domestici. Il 10,7% degli occupati extracomunitari e l’8,7% dei comunitari dichiara infatti di essere in cerca di una nuova occupazione, a fronte del 3,8% degli italiani. E anche sul fronte degli infortuni (almeno quelli denunciati), l’incidenza degli stranieri è alta: nel 2014 gli infortuni ai danni dei lavoratori stranieri sono stati 562.394, di cui 660 mortali. 

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