Pizza ConnectionLa sanità in Sicilia è peggio che in Grecia: Crocetta come Cuffaro

IL CASO

Rosario Crocetta promette riforme. E si difende dopo l’uscita delle intercettazioni su Lucia Borsellino, l’ex assessore alla Sanità che in questi giorni continua a tirare bordate contro una giunta sempre più pericolante, già sfiduciata dal Partito Democratico di Matteo Renzi. Perché, a fianco delle polemiche sulla frase che sarebbe stata detta da Matteo Tutino alla presenza del governatore siciliano, c’è una regione ormai stremata, indebitata quasi come la Grecia, con una sanità pubblica ormai al collasso. 

A pesare davvero troppo è proprio il settore sanitario, con 9 miliardi di euro spesi nel 2014, pari al 46 per cento del totale delle uscite regionali, che in totale ammontano a 19 miliardi e 909 milioni di euro. Anche in questo caso è il personale a pesare come un macigno sui conti: nella sanità siciliana lavorano infatti 48.530 persone. È su questo che la Borsellino ha insistito in questi giorni nei colloqui privati e pubblici. Pure in un’intervista con Repubblica, dove ha spiegato che sul fronte sanitario «c’erano cose di cui io, l’assessore, non ero a conoscenza». E allora si ritorna al punto di partenza

A quelle riforme e a quel cambiamento che Crocetta avrebbe dovuto varare non appena insediatosi nel 2012, ma che invece non si sono rivelate altro che una gestione maldestra della cosa pubblica. O meglio ancora una gestione da Prima repubblica, fatta soprattutto di lottizzazioni, trame oscure e piazzamento degli amici degli amici come accaduto in tante amministrazioni regionali in Italia.

Lo dicono i nomi scelti nelle aziende ospedaliere. Lo confermano le intercettazioni, pubblicate nei verbali dell’inchiesta che ha portato il medico di Crocetta ai domiciliari. A fare caso scuola è quella del 23 marzo 2014, dove proprio Tutino e Giacomo Sampieri, ex commissario dell’ospedale Villa Sofia, si organizzavano per piazzare dirigenti negli ospedali e nelle aziende sanitarie siciliane. «È gioia mia – dice Sampieri a Tutino – di questo si tratta, le Asp sono molto più importanti delle aziende ospedaliere, Matteo, molto di più… Noi abbiamo la visione dell’azienda sanitaria, ma la manciugghia che c’è dentro le Asp è dieci volte superiore… qua abbiamo ruba galline, all’interno delle Asp ci sono i ladri giusti».

Una gestione da Prima repubblica, fatta soprattutto di lottizzazioni, trame oscure e piazzamento degli amici degli amici come accaduto in tante amministrazioni regionali in Italia

I nomi di cui i due avrebbero discusso, sarebbero quelli di Salvatore Brugaletta, attualmente a capo dell’Asp di Siracusa, quello di Calogero Muscarnera, nominato a capo dell’Asp di Enna e poi revocato, perché non avrebbe avuto i titoli, e Lucio Ficarra, attuale manager dell’Asp di Agrigento. Sampieri nelle intercettazioni insiste per piazzare i suoi fidati, anche se possono essere “girati” da altre parti. “Noo Palermo gioia mia… non è possibile gioia mia significa non abbiamo concluso niente… comunque hai visto Muscarnera che basta una telefonata e corre… ti ripeto l’ Asp di Agrigento e l’Asp di di Trapani sono fondamentali». 

D’altronde nelle partite sulla sanità sono inciampati assessori e governatori di regioni e colori diversi. Si vedano per esempio le inchieste in Lombardia che hanno portato un dominus come Roberto Formigoni ai suoi minimi storici, che per salvare la propria carriera politica è finito a Roma a fare il presidente della Commissione Agricoltura al Senato. In Sicilia non è diverso, anzi, i grandi scandali che hanno portato al centro delle indagini gli ex presidenti della Regione Sicilia, Totò Cuffaro prima e Raffale Lombardo poi, partono o comunque trovano terreno fertile proprio all’interno del settore sanitario.

Il coacervo di interessi che si annidano attorno alla sanità, soprattutto da quando il settore è stato completamente demandato alla gestione delle regioni, ha sempre spostato denaro ed equilibri politici, aprendo la strada a veri e propri “assessori ombra” che hanno cercato di fare i propri interessi. Oggi “assessore ombra” alla sanità – non tanto per capacità di influenzare l’assessore in carica, ma per l’abilità nel farsi ascoltare dal presidente della Regione e per il proattivismo nel portare avanti interessi privati in strutture pubbliche – è, o meglio era, Matteo Tutino, primario del reparto di Chirurgia plastica della clinica Villa Sofia-Cervello di Palermo. Non è un caso che la stessa Lucia Borsellino nella prima intervista, rilasciata a La Repubblica dopo l’esplosione del caso sulla fantomatica intercettazione tra lo stesso Tutino e Crocetta, non si faccia poi così tanti problemi nel non smentire l’idea di un “governo parallelo” della sanità siciliana.

Nelle partite sulla sanità sono inciampati assessori e governatori di regioni e colori diversi

Anche l’ex governatore Totò Cuffaro, oggi inquilino a Rebibbia con una condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a cosa nostra e violazione del segreto istruttorio, ha trovato nella sanità le radici del declino. Dal nome di Michele Aiello, ex ras della sanità e dell’edilizia siciliana, parte infatti l’indagine sulle talpe alla DDA di Palermo. È considerato un prestanome di Bernardo Provenzano. Insieme ad Aiello e Cuffaro, si ritrovano nello stesso processo anche i marescialli Giuseppe “Pippo” Ciuro e Giorgio Riolo. Proprietario di cinque società operanti in campo sanitario è uno degli antesignani nel farsi “gonfiare” i rimborsi da parte della Regione, stessa accusa che viene mossa a Matteo Tutino che dissimulava l’attivita libero professionale di natura estetica, non consentita presso le strutture ospedaliere pubbliche. Secondo le indagini il medico si faceva dunque pagare un compenso non dovuto dai pazienti, facendo passare le prestazioni come post operatorie chiedendone poi il rimborso al Servizio Sanitario Regionale.

Non molto diverso il percorso di Aiello che, tra rimborsi, convenzioni e tariffari concordati, si ritrova nel 2002 cliniche accrediti per 100 milioni di euro, che a livello di bilancio regionale rappresenta uno dei più grandi impegni di spesa di Regione Sicilia. Tutto fila liscio fino a quando l’arrivo di un nuovo direttore dell’Ausl e un ricollocamento politico in corso non fermano i finanziamenti: Aiello, imprenditore di area Udc, è penalizzato dalla svolta della politica verso l’allora onorevole Gianfranco Miccichè

Il 5 novembre 2003 scattano le manette per Aiello, Cuffaro, Ciuro e Riolo, ed è la fine di un impero. «Sino a quando è successo quello che è successo, Aiello era uno che i signori magistrati ci sono andati a cena, si sono fatti costruire le case, e quando aveva bisogno lui correvano. Ma non solo loro», disse Ciuro, investigatore braccio destro di Antonio Ingroia quando ancora era pm a Palermo. Quello stesso Ingroia che ha introdotto Tutino alla corte di Rosario Crocetta.

Raffaele Lombardo ebbe invece a suo tempo grattacapi sanitari tra nomine di commissari straordinari che si sono poi trasformati in manager della sanità, e soprattutto nell’utilizzo dei fondi comunitari in Sicilia: tra il 2000 e il 2013, cioè a cavallo tra i governi Cuffaro e Lombardo, in Sicilia arrivano 20 miliardi da Bruxelles, di cui alla fine solo il 9% avevano trovato una collocazione. Per non parlare della gestione allegra delle ambulanze del 118: mezzi affittati da privati a prezzi tali che in cinque anni, hanno accertato le indagini, il costo del noleggio diventava il doppio rispetto al valore dell’eventuale acquisto del mezzo stesso. 

Poi assunzioni senza limiti, solitamente pre-elettorali, viaggi, cene e soggiorni mai giustificati. Era la vicenda Sise, società partecipata da Croce Rossa italiana, che lo scorso marzo ha visto arrivare la sentenza del tribunale di Palermo: l’ex cda dovrà risarcire con 4,4 milioni di euro la Croce Rossa Italiana, e l’allora presidente di Sise, Guglielmo Stagno d’Alcontres, oltre alla sua quota-parte in veste di componente del Cda, dovrà rifondere altri 361mila euro per l’«indebita utilizzazione di denaro e fondi della società a fini personali».

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