Viva la FifaLa Serie A è tornata spendacciona: stavolta prova a farlo con giudizio

La Serie A è tornata spendacciona: stavolta prova a farlo con giudizio

Che succede al calcio italiano? Lo avevamo lasciato quasi in braghe di tela, con la mano dei direttori sportivi che tremava tutte le volte che c’era da firmare un assegno. Finisce il campionato, non facciamo in tempo a chiederci cosa faremo fino ad agosto (chissà come saranno contente le nostre compagne, di questa domanda), che a pochi giorni dall’apertura ufficiale del calciomercato le squadre si sfidano a colpi di ingaggi milionari.

Il derby di mercato

I giornali sportivi sembravano quasi rassegnati, ormai pronti a dedicare ancora fiumi d’inchiostro a quanto il nostro pallone sia sgonfio, povero, incapace di appaiarsi agli altri grandi campionati europei. Invece ci ritroviamo con un topos che avevamo smarrito da tempo: il caro, vecchio “derby di mercato”. Ovvero quella battaglia che due squadre della stessa città ingaggiano per comprare lo stesso giocatore. In realtà tale derby si gioca ogni anno ed è una tradizione del nostro campionato, tanto che ad un certo punto le squadre sono arrivate a sfidarsi per qualsiasi giocatore: a Milano, ancora rabbrividiscono nel pensare che Inter e Milan hanno litigato a lungo per David Suazo.

Dopo qualche anno di fiacca, il mitologico “derby di mercato” è tornato in tutto il suo splendore

Dopo qualche anno di fiacca, il mitologico “derby di mercato” è tornato in tutto il suo splendore. Sempre a Milano, ma con attori nuovi e assegni corposissimi. E anche chi scrive ne è stato coinvolto, con lo smartphone consultato febbrilmente fino alle ore piccole, per sapere che fine avesse fatto il giovane centrocampista francese Geoffrey Kondogbia. A Monaco, sede della squadra dove il ragazzo ha giocato nelle ultime stagione, si sono sfidati quel vecchio esperto del “condor” Adriano Galliani e il più giovane ma già smaliziato Piero Ausilio. Uno arriva nel Principato infagottato di soldi di Mr Bee e con la copertura del fondo Doyen (di cui abbiamo scritto, ricordate?), l’altro allenato dalle capriole contabili a cui Erick Thohir lo costringe per far quadrare i conti: a Nyon, sede della Uefa, non tutti hanno gradito il bilancio nerazzurro.

Il Milan è infagottato di soldi di Mr Bee e dalla copertura del fondo Doyen. L’Inter si affida alle capriole contabili di Erik Thohir

Finisce che Kondogbia, dopo un paio di giorni di voci e controvoci, si affaccia dall’ampia balconata di un hotel di Milano, accolto dai tifosi come un Pontefice, mentre esulta con la maglia nerazzurra. La dirigenza dell’Inter viene osannata, Galliani ricoperto di improperi e sfottò. Kondogbia è costato all’Inter minimo 30 milioni di euro (pagabili in tre rate), più circa 7 milioni di bonus da girare al Monaco in caso di raggiungimento di alcuni obiettivi. Il Milan si lecca le ferite, ci si chiede se Mr Bee pagherà, se questo benedetto fondo Doyen serva a qualcosa oppure no. Poi, il contrattacco: nel giro di poche ore, il Milan spende 50 milioni di euro: arrivano Bertolacci appena riscattato dalla Roma e Bacca dal Siviglia. Tanti soldi, forse troppi, ma sarà il campo a dirlo.

La presentazione di Andrea Bertolacci al Milan (foto @acmilan)

Tornare a spendere, stavolta bene

Insomma il calcio italiano, in generale, è tornato a spendere dopo qualche anno di vacche magre. E prova a farlo in maniera virtuosa, perché lo dice il Fair Play Finanziario ma soprattutto i bilanci. Anche anni fa il nostro sistema spendeva e spandeva, ma mancava la gestione. Si cercavano le plusvalenze, si gonfiavano perché i ricavi non venivano diversificati. Ma in fondo andava bene così, perchè il calcio non era ancora un affare globale. Ogni tanto qualcuno finiva gambe all’aria (Cragnotti, Tanzi), ci si indignava e si andava avanti. Poi gli altri club hanno capito che vento tirava e si sono globalizzate, noi no. Siamo andati avanti, ma siamo rimasti indietro. La storia la sappiamo: in Europa hanno puntato sui ricavi che non fossero solo quelli dei diritti tv, noi siamo rimasti ai presidenti mecenati. Ed anche il risultato lo sappiamo: gli altri fanno i soldi con il calcio, noi ci siamo ritrovati con buchi giganteschi.

Oggi il calcio italiano riparte nel modo più semplice: spendendo. Per fare soldi devi investire

Ora le cose stanno provando a cambiare. Certo i dubbi e le incertezze ci sono ancora (vero Ferrero?) e qualche pezzo importante lo abbiamo perso per strada (vero Ghiardi?), ma qualcosa si muove. Resta da capire che effetti avrà. Perché oggi il calcio italiano riparte nel modo più semplice: spendendo. Per fare soldi devi investire. E allora, sotto con le cifre alte, i derby di mercato. Le due vecchie e care contendenti della Serie A che hanno dato vita a lungo monopolio negli anni Novanta, Juve e Milan, hanno ripreso a spendere: 130 milioni in due. L’obiettivo è quello di riformare il duopolio sul campo e a livello politico (ne abbiamo parlato di recente, ricordate?). La Juve fa da traino, una sorta di locomotiva d’Italia: dallo stadio nuovo all’attenzione al marketing digitale fino ai regional sponsor, il club quest’anno sfonderà i 300 milioni di ricavi ed è arrivato in finale di Champions. Anziché fermarsi e godersi il momento, si torna a spendere: 65 milioni tra i riscatti di Zaza e Pereyra, più il grande arrivo di Dybala che dovrà sostituire Tevez. E le altre non possono restare ferme. Il Milan sta cambiando proprietà, potrà contare sui 480 milioni di Mr Bee e lavora per un nuovo stadio, se sarà al Portello vedremo. Intanto il progetto c’è e le intenzioni sono serie: bisogna riportare il brand in alto. Sono partiti 50 milioni subito, altri ne verranno spesi: va ritoccata la difesa, ma Silvio è vivo e lotta insieme a noi, un colpo a effetto lo piazzerà.

Paulo Dybala, dal Palermo alla Juventus (Tullio M. Puglia/Getty Images)

La Juve fa da traino, una sorta di locomotiva d’Italia: dallo stadio nuovo all’attenzione al marketing digitale fino ai regional sponsor, il club quest’anno sfonderà i 300 milioni di ricavi 

Quindi l’Inter, che ha i paletti del FFP (30 milioni di deficit massimo nel 2016, pareggio di bilancio nel 2017) quindi ancora di più deve tornare in Champions e per quello ci vogliono i giocatori, cioè gli investimenti. E allora, sotto con Kondogbia, Miranda, Murillo e il rinnovo di Icardi. Tutte mosse che portano soldi a loro volta: servono ricavi da stadio con gli abbonamenti (l’Inter ha visto calare drasticamente le presenze medie allo stadio) e servono i giocatori a Mancini per la Champions. Andarci significa mettersi in tasca 40 milioni dai gironi, 50 solo do bonus se la vinci. Il tutto con giudizio, certo: il club si sta liberando di diversi ingaggi, da quelli in scadenza di contratto (Campagnaro, Jonathan, Felipe) ai partenti (Kuzmanovic) il club deve tenere in equilibrio i conti. Se non si va in Champions quest’anno, il club dovrà ricorrere alle plusvalenze (Icardi, Kovacic se non va via subito), ma nel frattempo si lavora per avere ricavi stabili come lo sfruttamento del brand: se a Icardi non rinnovavi il contratto e non strappavi i diritti d’immagine, col cavolo che potevi usarlo nelle campagne pubblicitarie. Il rinnovo costa 3,5 milioni all’anno senza bonus: anche qui l’investimento è notevole. In attesa di tenersi San Siro tutto per sé.

MESSAGGIO PROMOZIONALE

Quindi c’è la Roma, che ha nel mercato il nodo più grosso: ha riscattato Bertolacci (non a caso poi venduto) e Nainggolan, ma se vuole fare i colpacci deve vendere Destro e Gervinho. Anche qui, vige la regola del mercato bilanciato: spendi quanto incassi. Il rischio è di bloccare tutto, ma il vantaggio è c he si cerca di non dipendere troppo da plusvalenze e alchimie strane di mercato (e quei 9 milioni iscritti a bilancio per Nainggolan lo sono), anche qui con i ricavi stabili tipo lo stadio: a Roma hanno tutto pronto o quasi, manca l’approvazione della Regione.

Ma bisogna fare in fretta, perchè il mondo degli affari non ti aspetta (la rima non è voluta): al Psg hanno tolto le restrizioni imposte con il Fair Play Finanziario e farà il mercato col botto. Lo stesso insieme del FFP è stato allentato da pochi giorni: d’ora in avanti, chi vorrà spendere potrà concordare con la Uefa un piano di rientro entro 4 anni, con step annui da centrare. D’ora in avanti, il pallone dovrà dotarsi di modelli di business credibili.  Vedremo quanto l’Italia è cresciuta in questo senso. Nel frattempo, spendiamo.