Partecipate: troppe, indebitate e costose

Partecipate: troppe, indebitate e costose

Sono ancora tante, 7.684, poco trasparenti e molto indebitate. La Corte dei conti ha fatto una radiografia alle partecipate di comuni e regioni con l’obiettivo di verificare quanto pesano sui bilanci degli enti pubblici. E la risposta è: molto. Solo per il personale si spendono 10 miliardi di euro. In molti casi, soprattutto quando si tratta di società totalmente pubbliche, il denaro viene erogato a pioggia, senza una reale corrispondenza con i servizi erogati. E i debiti superano di gran lunga gli utili. Le regioni più indebitate sono sette: Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Calabria e Sicilia. Solo la Sicilia ha accumulato 117 milioni di perdite a fronte di 36 milioni di utili. I piani di razionalizzazione, previsti dalla legge di stabilità 2015, «sono stati presentati da oltre la metà degli enti» di Lombardia, Umbria, Toscana, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Abruzzo e Veneto, scrivono i magistrati. Percentuali più basse nelle altre regioni.

Solo il 17,55% dei comuni non ha una partecipazione

Le società partecipate dagli enti locali sono concentrate soprattutto nel Nord Ovest (33,62%) e nel Nord Est (30%). Meno presenti al Centro (10,48%) e al Sud (4,92%). Delle 7.684 censite al 19 giugno 2015 dalla banca dati Siquel della Corte dei conti, oltre 6.400 risultano in piena attività (aumentano le società in liquidazione). Sono in gran parte società a responsabilità limitata (32%) e società per azioni (26%). Oltre 1.600 sono a partecipazione totalmente pubblica con un unico socio, 1.129 a partecipazione totalmente pubblica con più soci, 2.660 miste e a prevalenza pubblica, 87 a partecipazione pubblico-privato a metà, 1.951 miste a prevalenza privata. Le società di capitali, che rappresentano quasi il 60% del totale, sono più numerose nelle regioni del Nord e del Centro rispetto al resto del Paese. Più omogenea è la presenza di società consortili, fondazioni, consorzi e aziende speciali. Le società quotate sono 11 in totale. Solo il 17,55% dei comuni, la maggior parte di piccole dimensioni, non è in possesso di partecipazioni in società o altri organismi. 

Ma le partecipazioni sono presenti anche fuori regione. Il Veneto, ad esempio, presenta il maggior numero di partecipazioni in 12 diverse regioni, ma anche l’Emilia-Romagna, il Piemonte, la Lombardia, la Toscana e il Lazio hanno un profilo analogo. Nel Sud il fenomeno è più circoscritto: solo Abruzzo e Campania hanno più di una partecipazione fuori regione.

Scarsa trasparenza

In 42 casi, spiegano dalla Corte dei conti, non è specificata la modalità di partecipazione dell’ente pubblico. E non è l’unico aspetto di mancanza di trasparenza: in base alle verifiche fatte dalla magistratura contabile, per 2.724 società delle 7.684 censite non sono forniti i dati di bilancio. L’analisi dei conti, quindi, è stata svolta solo su 4.935 società, sulle quali sono state rilevate 28.096 quote di partecipazione, concentrate soprattutto nelle regioni e province autonome.

Cosa fanno 

Le società che svolgono servizi pubblici, dalla fornitura di acqua alla sanità, sono il 35,72% del totale, pur rappresentando il 71,35% della produzione. La maggioranza degli organismi si colloca, invece, nelle attività definite come “strumentali” (il 64,28% del totale), dall’agricoltura alle attività finanziarie e assicurative, fino alla voce “Altre attività di servizi”, che da sola rappresenta quasi il 20% degli organismi esaminati. 

Debiti altissimi ed erogazioni a pioggia

Tra gli obblighi di pubblicità e trasparenza delle partecipate, sono da considerare le disposizioni sul “conto annuale” delle spese di personale e sul controllo del costo del lavoro. I valori medi più elevati di incidenza del costo del personale sul costo della produzione si trovano negli organismi a totale partecipazione pubblica (28,28%, rispetto a una media del 21,83%), soprattutto in regioni come la Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. «Tali evidenze contabili confermano che il costo del lavoro assume un peso determinante sull’intero costo della produzione ed è in grado di condizionare il rendimento degli altri fattori della produzione», scrivono i magistrati contabili. «Si può ipotizzare che i valori più elevati riscontrati nelle partecipate pubbliche al 100% possano essere indicativi della scarsa efficacia delle politiche di contenimento del costo del lavoro nei confronti di tali società».

A livello aggregato, gli organismi in utile sono la maggioranza. Ma l’analisi della gestione finanziaria dimostra una prevalenza dei debiti sui crediti in tutte le società messe sotto la lente di ingrandimento della Corte dei conti. In particolare, lo squilibrio tra utili e perdite è fortissimo in Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Calabria e Sicilia. Solo in Sicilia, le perdite ammontano a 117 milioni di euro a fronte di 36 milioni di utili. 

Gli enti locali erogano denaro pubblico alle partecipate sia per l’affidamento dei servizi, ma anche per la copertura delle perdite e le ricapitalizzazioni. Anche se le somme impegnate spesso sono ben superiori di quelle poi effettivamente erogate. Per la copertura delle perdite, la spesa totale è di oltre 26 milioni di euro. 

Uno specifico focus è stato dedicato ai 502 organismi con unico socio pubblico, in cui in molti casi si è riscontrata l’eccedenza delle erogazioni rispetto al valore della produzione. «Sono emerse fattispecie diverse, nelle quali gli oneri per i contratti di servizio sono risultati eccedenti il valore della produzione (il che denota scarsa sorveglianza dei rapporti contrattuali con le partecipate se, come sembra, l’importo pattuito è superiore alle potenzialità produttive del soggetto affidatario)», scrive la Corte dei conti, «oppure sono state riconosciute ulteriori erogazioni (a titolo di trasferimenti ordinari e straordinari; contributi per ripiano perdite, ecc.) che, comunque, rappresentano un contributo eccessivamente gravoso per l’ente affidante».

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