Uccidere gli animali non salva la vita a nessuno, lo dicono i dati

Il dibattito/2

Spesso si affronta il fenomeno sperimentazione animale da un unico punto di vista e il parere di chi è contro l’uso di animali nella ricerca per motivi scientifici, e non solo etici, non trova spazio e voce, con il risultato che si abituano i cittadini ad accettare la vivisezione come “un male necessario”.

È, invece, fondamentale per una giusta informazione affrontare questa importante tematica con dati oggettivi, lontani da inutili sentimentalismi suscitati da affermazioni come «è meglio sacrificare un topo per salvare un bambino», irragionevoli e fuorvianti, perché uccidere gli animali non salva la vita di nessuno anzi, proprio la bassa predittività dei dati ottenuti dalla vivisezione implica alti rischi di reazioni avverse e morte, quando si passa ai trials sull’uomo, ancora più gravi quando coinvolgono bambini, anziani e donne gravide, esposti alle incognite prodotte da un sistema malato.

Uccidere gli animali non salva la vita di nessuno. Anzi, proprio la bassa predittività dei dati ottenuti dalla vivisezione implica alti rischi di reazioni avverse e morte

L’evidenza della fallacia dei test su animali, soprattutto in campo farmacologico, è confermata dai dati: il 40 per cento dei farmaci o non è efficace o causa effetti collaterali anche molto gravi. Le morti per reazioni ai farmaci, infatti, sono comprese fra 200.000 e 300.000 ogni anno, sia in Europa, che negli Stati Uniti. Tra il 2006 e il 2008, poi, il tasso di segnalazione di eventi avversi da farmaci è praticamente raddoppiato, con un trend in aumento: come ha dichiarato provocatoriamente la giornalista Jessica Fraser «le statistiche dimostrano come i farmaci siano del 16.400 per cento più letali dei terroristi».

Ogni anno oltre 115 milioni di animali sono utilizzati negli esperimenti e muoiono per testare molecole che non saranno mai immesse sul mercato, o per lanciare miracolose cure che cadranno puntualmente nel nulla, in un meccanismo che riflette un quadro giuridico arretrato, dove il ricorso all’animale era considerato un passaggio necessario per la sicurezza umana, ma che si è rivelato fallace alla luce dei metodi alternativi e dell’approccio scientifico odierno.

Lo conferma indirettamente anche l’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, che la scorsa estate ha diffuso una campagna pubblicitaria per tutelare i bambini dall’abuso di farmaci per adulti, affermando chiaramente che il bambino non è un piccolo adulto e che esistono evidenti differenze nella metabolizzazione e assorbimento dei composti farmaceutici per cui non basta dimezzare le dosi. Una domanda sorge spontanea, a questo punto: se l’uomo adulto non è un buon modello per il bambino, che è un rappresentante giovanile della stessa specie, come mai tutti i farmaci vengono testati su animali che sono radicalmente altro?

L’Aifa sottolinea la diversa metabolizzazione dei farmaci e i rischi che ne conseguono nelle diverse età, ma tace sul fatto che proprio le quantità degli stessi composti vengono determinate su topi e ratti… Come possono, quindi, essere sicuri?

Ogni anno oltre 115 milioni di animali sono utilizzati negli esperimenti e muoiono per testare molecole che non saranno mai immesse sul mercato

L’industria vivisettoria è tutt’altro che dedita al lodevole fine di curare la nostra specie, ma rappresenta un complicato ingranaggio che basa sugli ingenti interessi economici le sue fondamenta, come dimostra il fatto che la fascia povera della popolazione mondiale non ha accesso ai farmaci coperti da brevetti, perché troppo costosi; Big Pharma, che comprende alcune tra le industrie con più alto reddito al mondo, continua intenzionalmente ad escludere la possibilità di produzione di farmaci generici nel Terzo Mondo, che risulterebbero accessibili anche alla fascia più povera della popolazione.

Solo l’1 per cento dei farmaci lanciati sul mercato tra il 1974 e il 2004 erano formulati per trattare malattie tipicamente tropicali e tubercolosi che, invece, interessano più del 12 per cento della popolazione. Le aziende farmaceutiche preferiscono investire in farmaci anti obesità piuttosto che in trattamenti contro la malaria, che infetta 500 milioni di persone all’anno. Al danno si aggiunge la beffa dello sfruttamento: la fascia di popolazione più povera si offre, dietro compenso, di sperimentare i nuovi farmaci in fase 1 (la più pericolosa); le industrie farmaceutiche pagano i volontari per sottoporsi alla somministrazione di nuovi composti, creando un mercato di persone in difficoltà economiche che mettono a repentaglio la propria vita esponendosi a molecole pericolose, testate precedentemente solo su animali, i cui effetti avversi sull’uomo non sono stati diagnosticati. Le modalità di reclutamento, inoltre, sono tutt’altro che trasparenti. I volontari, spesso immigrati e studenti, dovrebbero essere informati sui rischi legati al test, ma i moduli che devono compilare contengono termini tecnici e giuridici di difficile comprensione, lasciando il volontario all’oscuro dei rischi legati alla sperimentazione.

Chi usa gli animali afferma sempre che «la vivisezione non esiste più», ma basta leggere quanto pubblicato dal Ministero della Salute per scoprire test che comportano “frattura chiodi centri midollari”, “ulcere”, “lesioni cerebrali”, “stimolazione profonda con elettrodi”, “danni cerebrali acuti”, “danni renali cronici”, “rigenerazione lesione spinale e nervo ottico”, “reattività encefalo suino a contatto con colla chirurgica”. A queste definizioni va sommata l’ascesa, lenta ma costante, delle sperimentazioni per le quali i laboratori autorizzati chiedono il non ricorso all’anestesia. L’animale subisce quindi un orrore che inizia con la sua detenzione sotto terra, in gabbie dove gli sono negate anche le minime necessità di movimento, socializzazione e luce solare, per finire tra convulsioni, tremori, dolore acuto e paura in attesa della morte (gli animali vengono per prassi soppressi a fine esperimento).

L’animale subisce quindi un orrore che inizia con la sua detenzione in gabbia, per finire tra convulsioni, tremori, dolore acuto e paura in attesa della morte

Il sistema di controllo praticamente non esiste, i comitati etici, là dove presenti, sono formati da personale interno, la maggior parte delle sperimentazioni viene autorizzata per silenzio-assenso e se avvengono dei controlli, spesso sono concordati, come insegna il processo a Green Hill. Rispetto a tale vicenda, va precisato che l’etologia animale va rispettata indipendentemente dalla sua destinazione finale: questo vale per un animale d’affezione quanto per quelli purtroppo allevati e poi macellati o ancora destinati ai laboratori. I beagle dell’allevamento di Montichiari, sono stati i protagonisti di un processo innovativo, che ha puntato l’attenzione sul rispetto del principio di legalità anche nella vivisezione. La norma comunitaria e nazionale e la giurisprudenza hanno ampiamente chiarito che tutti gli animali sono esseri senzienti e vanno curati e accuditi rispettandone l’etologia, al di là del loro possibile ‘utilizzo’ commerciale. Rispetto che a Green Hill non c’è stato.

La sperimentazione animale è un modello scientifico della fine dell’800, di cui è stata dimostrata l’inattendibilità in numerosissime pubblicazioni del settore. Un modello al quale non possiamo rimanere ancorati: sarebbe come pretendere di comunicare con la radio di Marconi mentre il resto del mondo scambia informazioni tramite i satelliti. Il nostro Paese, già fanalino di coda dell’Europa, deve implementare i metodi alternativi, indicati come prioritari dalle leggi nazionali e internazionali, per dare una speranza vera anche ai malati e ai ricercatori che troppo spesso sono costretti a emigrare.

La sperimentazione animale è un modello scientifico della fine dell’800, di cui è stata dimostrata l’inattendibilità in numerosissime pubblicazioni del settore

Sono molti gli scienziati che denunciano il business dietro la vivisezione, e chiedono una ricerca diversa. Come Susanna Penco, ricercatrice presso l’Università di Genova e malata di sclerosi multipla. «A mio avviso, di necessario c’è l’urgenza di rivolgersi a metodi alternativi, per salvaguardare tante vite e tanti sentimenti da non ignorare, ad esempio la sensibilità di pazienti che, come me, si sentono quasi in colpa di essere malati poiché sanno che la scienza si serve di animali per studiare la loro malattia. Non è vero che non ci siano metodi alternativi. Ci sono».

Poiché gli animali da laboratorio danno i risultati più vari, sperimentando su di essi, si può dimostrare o confermare qualsiasi ipotesi si desideri, mentre la ricerca compie lenti progressi perché fortemente vincolata dall’obbligo del ricorso al modello animale. In assenza dello sviluppo e dell’applicazione su larga scala di metodi alternativi alla sperimentazione animale, l’uomo è e rimarrà sempre la VERA cavia.

Dott.ssa Michela Kuan
Biologa e Responsabile nazionale LAV

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