Taccola«All’alba nelle rotonde dei caporali, così combattiamo lo sfruttamento»

Schiavi moderni

«Quest’agosto siamo andati all’alba a vedere i lavoratori dei campi. Abbiamo parlato con loro, rotonda per rotonda, mentre dai furgoni i caporali ci guardavano minacciosi e a volte sono scesi. Abbiamo fatto le foto e abbiamo portato tutto in questura. E ha funzionato. Il questore è stato entusiasta del nostro lavoro e ha mandato degli ispettori». A parlare è Tammaro Della Corte, sindacalista “di strada” della Flai-Cgil a Castelvolturno, terra di camorra nota per la strage di immigrati avvenuta nel 2008 a opera di un gruppo di scissionisti del clan dei Casalesi. Da cinque anni Tammaro, con alcuni colleghi, incontra i lavoratori stagionali «negli unici posti dove si possono incontrare, per strada, nelle piazze. Seguiamo un’indicazione del sindacato nazionale, ma non facciamo che seguire l’esempio del maestro Di Vittorio».

«Abbiamo parlato con i lavoratori e portato le foto alla polizia. Il questore è stato entusiasta del nostro lavoro e ha mandato degli ispettori»

Sette anni fa a morire furono sei braccianti africani, ghanesi e togolesi, oltre a un italiano gestore di una sala giochi. Seguì una rivolta dei braccianti africani, che aprì gli occhi all’Italia – come due anni dopo gli scontri di Rosarno, in Calabria – sulla condizione di segregazione dei raccoglitori stranieri di pomodori. Oggi, spiega Tammaro, c’è una situazione di calma apparente. Un equilibrio sottile che però qualsiasi scintilla rischia di mandare all’aria. Nulla sembra in apparenza cambiare: i caporali, all’80% stranieri, continuano a spadroneggiare, anche se non muovono un dito senza il beneplacito della camorra. Ci sono delle differenze che rendono la situazione meno inumana che in altre parti d’Italia: qui i caporali, spiega Della Corte, non obbligano i lavoratori a comprare a peso d’oro passaggi sui pulmini (5 euro) o le bottiglietta d’acqua (1-2 euro); non si segnalano casi di braccianti indotti a drogarsi per resistere alla fatica, come avviene per i sikh di Latina. È invece duro il prezzo fatto pagare alle donne: «spesso il confine tra sfruttamento del lavoro e sfruttamento della prostituzione è labile. Le donne in molti casi per poter lavorare devono prostituirsi». Casi eclatanti sono stati denunciati da inchieste giornalistiche nelle campagne di Vittoria, nel ragusano, ma il fenomeno non si limita lì. 

Quello che è cambiato, rispetto agli anni passati, è che dal 2011 i caporali sono perseguibili penalmente, con pene da 5 a 8 anni di reclusione. «Ci sono stati degli arresti. Gli ultimi in Puglia e uno qui vicino, a Salerno. È un bene, ma è come quando si arrestano gli spacciatori, non è che si interrompe il traffico di droga, se non si interviene anche su altri fronti». 

Un bollino contro lo sfruttamento

Vista dalla strada la proposta del ministro delle Politiche agricole e forestali Maurizio Martina, di istituire una sorta di bollino che certifichi che nessun lavoratore è stato sfruttato nella produzione e raccolta di ortaggi e frutta, appare ragionevole. «Ci vuole la repressione, ma anche un premio per chi collabora», commenta. «Spero che Martina non si comporti come il suo premier e parli con il sindacato. Abbiamo diverse proposte concrete da proporre». 

Il ministro Martina: «Il capolarato in agricoltura è un fenomeno da combattere come la mafia e per batterlo occorre la massima mobilitazione di tutti»

Martina ha usato parole molto dure sul fenomeno del caporalato, commentando la morte della bracciante Paola Clemente, 49 anni, che non ha retto alle condizioni di lavoro estreme a cui era sottoposta nelle campagne di Andria. «Il capolarato in agricoltura è un fenomeno da combattere come la mafia e per batterlo occorre la massima mobilitazione di tutti: istituzioni, imprese, associazioni e organizzazioni sindacali». Giovedì 20 agosto Martina ha spiegato a Repubblica il piano del governo. «Dal primo settembre le aziende agricole potranno aderire alla “Rete del lavoro agricolo di qualità”, costituita da Inos, sindacati, organizzazioni di categoria». Sarà un sistema pubblico di certificazione etica del lavoro, premiante per le imprese che vi aderiscono, le quali dovranno garantire il pieno rispetto delle regole in materia di lavoro. «La Rete – ha aggiunto Martina – deve essere utilizzata anche dal sistema della grande distribuzione e dell’industria alimentare per le loro forniture». Saranno in definitiva i clienti a decretare la convenienza di un comportamento trasparente da parte degli agricoltori, ogniqualvolta decideranno di acquistare i prodotti certificati. Nulla di diverso da quanto succede oggi con il biologico o con il tonno “salva-delfini”. 

Dario Stefàno, Sel: «Ogni volta che un’azienda ha bisogno di rivolgersi alla Pa, per un certificato o un contributo, deve dire quanto produce e con quanti lavoratori. Se ci sono delle incongruenze, scattano i controlli»

Una certificazione di questo tipo sarebbe una novità a livello nazionale e raccoglie consensi anche a sinistra. Anche secondo Tammaro Della Corte «è la grande distribuzione organizzata l’anello della catena che può cambiare le cose». Tuttavia non mancano i distinguo e le contro-proposte. Dario Stefàno, senatore di Sel di origine pugliese, tra i parlamentari che più hanno seguito da vicino il tema del caporalato, pensa che si debba andare oltre la volontarietà e vede la via maestra nel rapporto tra la pubblica amministrazione e le aziende agricole. «Ogni volta che un’azienda ha bisogno di rivolgersi alla Pa, per un certificato o un contributo, deve dire quanto produce e con quanti lavoratori. Se ci sono delle incongruenze, devono scattare i controlli». Anche la Flai-Cgil ha messo in campo delle proposte. Due su tutte: la tutela dei braccianti che denunciano i caporali e l’obbligo, per le aziende che assumono braccianti stagionali, di farlo attraverso uffici di collocamento pubblico

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Dilaga il “grigio” 

«Moltissime volte vengono fatti contratti di 2-3 giorni, non più di cinque, a fronte di una stagione di raccolta che può durare 3-4 mesi»

Quest’ultima misura, spiega Tammaro Della Corte, sarebbe resa necessaria dal proliferare di lavoro “grigio”. Meno diffuso del “nero”, è comunque dilagato per quanto riguarda i lavoratori italiani e comunitari (bulgari e rumeni) da quando il caporalato è punibile penalmente. «Moltissime volte vengono fatti contratti di 2-3 giorni, non più di cinque, a fronte di una stagione di raccolta che può durare 3-4 mesi». Solo un modo per evitare la flagranza di reato, insomma. «Basta vedere le liste dei lavoratori stagionali – continua -: sono pieni di lavoratori impiegati per pochi giorni». A queste liste si è arrivati dopo che l’estate scorsa è stato firmato un protocollo per la responsabilità sociale ed etica nella filiera delle conserve di pomodoro, per il quale sono stati coinvolti sindacati e associazioni imprenditoriali. Come ha spiegato un articolo de Linkiesta, tuttavia, i risultati sono stati molto modesti. 

Stefàno: «È urgente una commissione di inchiesta sul fenomeno del caporalato, altrimenti faremo solo misure inefficaci»

Dario Stefàno è d’accordo nel vedere il dilagare del lavoro “grigio”. «Il fenomeno si organizza in modo sempre più viscido», commenta. «Non sono più coinvolti direttamente gli agricoltori, ma sono le organizzazioni di intermediazione legali che rappresentano organizzazioni di sfruttamento criminale del lavoro». È un’accusa diretta alle agenzie interinali? «Va verificato se dietro queste società non si nasconda una illegalità diffusa», risponde Stefàno. Per il senatore di Sinistra, Ecologia e Libertà è urgente una commissione di inchiesta sul fenomeno del caporalato, perché «se non conosciamo a fondo le dinamiche, rischiamo di mettere in campo proposte emotivamente anche attrattive, ma inefficaci». Una frase che sembra prendere qualche distanza dalla proposta che giovedì 20 ha avanzato il collega di partito di Stefàno, Arturo Scotto, capogruppo dei deputati di Sinistra Ecologia Libertà alla Camera: confiscare i beni alle aziende che sfruttano i lavoratori, così come si confiscano i beni ai mafiosi. Per Stefàno bisogna dare alla Commissione di inchiesta gli stessi poteri della Commissione Antimafia, che «ha capacità ispettive e poteri quasi assoluti». 

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