Occident Ex-PressLa protesta dei profughi di Bresso: cibo diverso, documenti e wifi

La protesta dei profughi di Bresso: cibo diverso, documenti e wifi

Abdul ha 19 anni, porta sempre gli stessi vestiti e viene dalla Guinea Bissau. È uno dei ragazzi africani che lunedì mattina hanno protestato davanti al Centro Polifunzionale di Emergenza della Croce Rossa, a Bresso, in provincia di Milano. Poco più di 150 profughi (su 300) ospitati nel centro sono scesi in strada e hanno bloccato il traffico lungo viale Fulvio Testi – una delle principali arterie milanesi, che collega il capoluogo lombardo con Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni.

Hanno gridato «documenti, documenti», esposto cartelli di sdegno, con tanto di errori di ortografia: su alcuni veniva chiesto “l’asile politico”. Poi sono rientrati nella struttura e, quando hanno deciso di uscire per un altro blocco stradale, sono stati respinti dalle forze dell’ordine, schierate all’ingresso in assetto antisommossa. Del resto, sono tre le ragioni che hanno scatenato la protesta dei profughi: l’attesa per i documenti di asilo politico, la monotonia del cibo, e le condizioni igieniche del campo.

Abdul è partito dalla Libia pagando quasi mille euro in franchi CFA (la moneta di diversi stati dell’Africa occidentale). È sbarcato a Siracusa e poi portato direttamente a Milano su un pullman. Tutta la sua famiglia è rimasta nel Paese natale e in Libia, racconta, a un certo punto hanno dato a lui e ai suoi compagni di viaggio un ultimatum: poche ore per partire, in cento, su una piccola imbarcazione. Se non gli stava bene lo avrebbero riportato in mezzo al deserto e abbandonato lì.

Abdul ha 19 anni è partito dalla Libia dopo le minacce di venire rispedito in mezzo al deserto

Per trovare vestiti nuovi Abdul va spesso dai preti della Fondazione F.lli di San Francesco di San Zenone al Lambro. «Loro» dice «di vestiti ne hanno in abbondanza, non come nel centro della Croce Rossa di via Clerici».

Assieme a un amico si recano nel supermercato più vicino: prendono il tram 31 e scendono dopo poche fermate, al Carrefour in Fulvio Testi angolo Santa Marcellina. I due ragazzi di 18 e 19 anni comprano un pacco di zucchero, uno yogurt per la colazione, una bottiglia d’acqua e uno shampoo che dovrà servire anche per lavare i vestiti: «Ci danno uno shampoo ogni tre settimane e lo dobbiamo utilizzare per tutto: corpo, capelli e le macchie sui vestiti», racconta a Linkiesta.

Il suo amico del Gambia, appena maggiorenne, parla anche delle condizioni in cui si dorme: in otto dentro a una tenda, per tutta l’estate un caldo asfissiante e negli ultimi due giorni, da quando in Lombardia è cominciato a piovere, l’acqua penetra all’interno. Mostra anche la schiena e dice che a più di una persona, dopo aver dormito, è capitato di svegliarsi con delle bolle sulla pelle.

In otto dentro una tenda dove d’estate è caldo torrido e alle prime pioggie l’acqua penetra dall’alto. Dopo aver dormito c’è chi si è svegliato con delle bolle sulla pelle

Anche il cibo è un problema: tutti se ne lamentano, non tanto della qualità – anche se si sono verificati nelle scorse settimane alcuni casi di intossicazione e malesseri dopo i pasti – ma piuttosto della ripetitività. Sempre riso o pasta al pomodoro, tutte le settimane.

Una giornata di proteste, insomma. Al pomeriggio, quando la la tensione si è placata, i profughi hanno fatto un giro dentro al Parco Nord, dove si sono incontrati con amici che dimorano in altre strutture di prima accoglienza, come Ibrahim, ivoriano, che è ospite della Fondazione Fratelli di San Francesco. Lui il documento ce l’ha, valido per dieci anni – scadrà nel 2025 – ma non è utilizzabile ai fini dell’espatrio. E suo fratello si trova in Germania.

Dopo le proteste del mattino, tutto il campo è rimasto blindato come una caserma: non sono potuti entrare nemmeno i giornalisti, invitati da alcuni fra i migranti per fotografare e riportare le condizioni delle tende in cui vivono. Alle richieste di dichiarazioni, la Croce Rossa rimanda tutti all’ufficio stampa. L’accesso al centro è stato negato perfino a una volontaria del Comune, Anna Migliaccio, che da mesi lavora con i siriani in stazione Centrale.

Nella struttura gestita da Croce Rossa sono quasi tutti richiedenti asilo e ormai da molti mesi aspettano di essere ascoltati dalle commissioni territoriali congiunte, formate da Comune, prefettura e a volte un delegato dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), che dovrebbero valutarne lo status di rifugiato. In Lombardia il problema della lentezza di queste commissioni è accentuato dall’elevato numero di richieste.

Chiedono di essere ascoltati dalle Commissioni che devono valutarne lo status di rifugiati. Alcuni di loro aspettano da più di sei mesi

Alcuni migranti raccontano di trovarsi a Bresso da febbraio, e che durante il giorno non posso fare altro che mangiare e dormire, perché senza documenti sono anche impossibilitati a cercare lavoro. A molti il documento è stato sottratto per fare controlli sulla loro identità. Provengono quasi tutti da paesi africani: Gambia, Sudan, Costa d’Avorio, Eritrea – solo una manciata sono del Bangladesh. Hanno difficoltà a telefonare alle famiglie o ai fratelli che si trovano in altri Paesi e per questo lamentano anche l’assenza di wi-fi nel campo. Potrebbe sembrare un problema minimo, ma molti insistono su questo punto: doversi pagare le ricariche telefoniche significa non poter telefonare o sentire su Facebook la famiglia e gli amici e dover ridurre al minimo l’uso del telefono.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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