TaccolaLa Sace fa l’inglese e scopre la finanza alternativa

La Sace fa l’inglese e scopre la finanza alternativa

La Sace per ora non potrà essere una banca, ma non ha certo messo un freno alla propria volontà di cambiare pelle. Con una mossa che ha sorpresso gli stessi soggetti coinvolti per la sua rapidità, la società pubblica di assicurazione dell’export ha siglato un accordo con una piattaforma di finanza alternativa, presente solo online, chiamata Workinvoice

Nata a gennaio e pienamente operativa da aprile, Workinvoice fa quello che nel mondo offline si chiamerebbe factoring o anticipo fatture: permettere alle piccole aziende che vantano un credito commerciale nei confronti di società medie e grandi di ottenere liquidità subito, in cambio della rinuncia a un certo margine. La piattaforma si limita a intermediare tra chi ha i crediti e i potenziali acquirenti, attraverso un sistema di aste.

Il precedente inglese

La mossa di Sace ricorda quella messa a segno nel Regno Unito dalla British Business Bank, la banca pubblica per lo sviluppo delle piccole e medie imprese, che intende usare le piattaforme alternative per veicolare fondi alle Pmi

La mossa di Sace ricorda quella messa a segno nel Regno Unito dalla British Business Bank, la banca pubblica per lo sviluppo delle piccole e medie imprese, che nell’agosto del 2013 siglò una partnership con la piattaforma MarketInvoice, anch’essa specializzata nell’anticipo di fatture. L’obiettivo era di far veicolare 100 milioni di sterline pubbliche alle Pmi attraverso la piattaforma. «La British Business Bank non è un’azionista di queste piattaforme, ma le usa per canalizzare flussi finanziari verso le Pmi – commenta Matteo Tarroni, principale azionista e promotore di Workinvoice -. Nel caso di MarketInvoice, la banca pubblica acquista metà di una fattura quando un’altra metà è acquisita da un investitore. In questo modo la banca pubblica dà liquidità al mercato e dà garanzia dell’affidabilità della piattaforma». A oggi sono stati effettivamente erogati circa 51 milioni di sterline, sui 100 previsti dal progetto. Ci sono poi accordi con altre società di finanza alternativa, selezionate tramite un bando

Non è però che un tassello del puzzle che il governo britannico sta mettendo in piedi per far crescere queste piattaforme alternative. Una nuova legge impedisce alle corporate di vietare la cessione dei crediti vantati dai propri fornitori. Inoltre è stato introdotto l’obbligo di trasmettere alle piattaforme “fintech” le richieste di affidamento rifiutate dalle banche alle Pmi.  

Il risultato di questi incentivi è documentato da una ricerca dell’Università di Cambridge in collaborazione con E&Y, che ha fatto il punto sullo stato dell’”Alternative FInance” in Europa: nel 2014 ci sono stati 3 miliardi di euro transati attraverso tali piattaforme, tra P2P consumer e business, mentre nel 2015 la cifra dovrebbe salire a 7 miliardi. Gran parte di queste transazioni avvengono su piattaformi britanniche, la più nota delle quali è Funding Circle. 

Un accordo in evoluzione 

«Per noi l’accordo con Sace rappresenta un momento di validazione delle nostre attività: le imprese si sentiranno più rassicurate da una piattaforma come la nostra»

I numeri in Italia sono infinitamente più piccoli e l’accordo tra Sace e Workinvoice per ora è limitato a iniziative di co-marketing: ciascuna società comunica ai propri clienti l’esistenza dell’altra e i servizi disponibili. Nei prossimi mesi, però, la cosa dovrebbe diventare più concreta. La Sace dovrebbe assicurare i compratori dei crediti e quindi dare più sicurezza a chi utilizza queste piattaforme. «Non c’è alcun prodotto ancora definito», spiega Tarroni, ma la direzione è segnata. Uno scambio che ha una valenza commerciale ma soprattutto di legittimazione per un mondo su cui c’è ancora grande diffidenza. «Per noi l’accordo con Sace rappresenta un momento di validazione delle nostre attività – commenta Tarroni -. Hanno fatto l’accordo dopo una due diligence e pensiamo che le Pmi si sentiranno più tutelate da questa attività di verifica».

Per il manager e azionista della piattaforma, anche Sace era molto interessata all’accordo. «Ho la percezione è che è un’istituzione che si sta innovando – commenta -. È molto dinamica. Sono rimasto sorpreso dalla rapiditià con cui siamo attivati a questo accordo. Ho visto un forte commitment a volersi porre da battistrada in questo segmento». 

La Sace che verrà

La volontà da parte di Sace di cambiare pelle e di uscire dai suoi tradizionali confini è nota da tempo. Oggi la società, pubblica e controllata da Cassa Depositi e Prestiti, assicura i crediti all’esportazione delle Pmi. In altre parole, quando un’azienda vende un prodotto o un servizio a uno dei suoi clienti all’estero, si genera un credito commerciale.  Di solito in queste operazioni di vendita ci sono due rischi: il primo è che il cliente non paghi, il secondo è legato al rischio-Paese. La Sace assicura i crediti, dietro pagamento di un premio da parte delle Pmi. Garantisce quindi che se uno dei due rischi si attiva, subentra a ripagare la perdita. 

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Questa attività, però, va stretta alla Sace, che intende utilizzare le informazioni raccolte sull’affidabilità delle aziende per erogare credito e quindi agire da banca. C’è andata vicino: la riforma delle banche popolari, approvata a marzo dal Senato, fino a una delle ultime revisioni prevedeva esplicitamente questa possibilità. In seguito il testo è stato cambiato e ora sarà la Cdp a poter erogare credito diretto all’export, decidendo se farlo «direttamente, o tramite Sace» o anche «attraverso una diversa società controllata, previa autorizzazione della Banca d’Italia». Una limitazione che è stata voluta, a quanto riportano le cronache, proprio da Cdp perché la trasformazione di Sace in banca avrebbe fatto scattare una vigilanza maggiorata di Bankitalia sulla controllante Cassa depositi e prestiti. Oggi il regime di vigilanza a cui è sottoposta Cdp è meno vincolante di quello previsto per le banche, le quali devono sottostare a severi requisiti patrimoniali. 

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