Non solo Agrigento, le ruspe contro le case abusive servono in tutta Italia

Non solo Agrigento, le ruspe contro le case abusive servono in tutta Italia

Nella Valle dei templi di Agrigento sono tornate le ruspe. Il 24 agosto, sono bastati pochi minuti per abbattere ottanta metri di muro di recinzione abusivo. La stessa fine faranno un ovile e alcune villette, otto in totale, anche loro abusive. L’ordine di demolizione del muro risale al 1999, la sentenza di condanna è del 1995, per un abuso accertato ancora prima, nel 1993. Dopo più di vent’anni di rimpalli, a maggio la procura ha messo alle strette il Comune: o la demolizione o la denuncia per omissione di atti d’ufficio. Calogero Firetto, sindaco neoeletto che ha scelto tra gli assessori proprio l’ex presidente siciliano di Legambiente Mimmo Fontana, ha preso in mano il dossier e ha dato il via alla demolizione di questo primo lotto. Le costruzioni abusive nella zona di massima tutela della valle, patrimonio dell’Unesco dal 2007, sono circa 560. Ma di demolizioni avrebbe bisogno tutta la penisola. Non solo Agrigento.

Secondo il Cresme, Centro ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio, dal 1994 in Italia sono state costruite 362mila case abusive. E i tre condoni, del 1985, 1994, 2003, sembrano aver costituito uno stimolo alle costruzioni selvagge. Visto che, nonostante la profonda crisi dell’edilizia, solo nel 2013 le costruzioni abusive, tra case nuove e ampliamenti, sono state 26mila. Significa che una casa nuova su dieci è fuorilegge. Ma gli abbattimenti, tra carte bollate, ritardi e andirivieni tra un ente e l’altro, nello stesso anno sono stati solo 12. Un tentativo di accelerare le demolizioni, in realtà, c’era anche stato. Cinquantotto deputati, su input di Legambiente, hanno presentato più di un anno fa una proposta di legge che mira a responsabilizzare i comuni, prevedendo anche lo scioglimento per quelli che non adottano il Piano comunale di demolizione. Da allora la proposta, di cui il primo firmatario è Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente, è stata “dimenticata” nei cassetti di Montecitorio. E le demolizioni, come quelle di Agrigento, continuano a essere un’eccezione.

Tra il 2003, ultimo anno in cui si poteva presentare domanda di condono edilizio, e il 2011, il Cresme ha censito la cifra record di 258mila nuove case abusive per un giro di affari illegale che secondo Legambiente supera i 18 miliardi di euro. E poi ci sono gli “arretrati”, quelli costruiti prima del 2003, spesso sulle coste, nelle zone di maggiore pregio come la valle dei templi, e soprattutto nelle aree più fragili esposte al dissesto idrogeologico.

Realacci: “L’unica azione di prevenzione contro l’abusivismo edilizio è la demolizione delle costruzioni illegali. Finché non c’è un deterrente certo l’azione abusiva continuerà”

La Sicilia è la quarta regione per reati legati al ciclo del cemento: 50mila, secondo Legambiente, solo le case abusive sulle coste; oltre 400 nella Riserva della foce del Simeto a Catania; senza dimenticare la cosiddetta “collina del disonore” di Pizzo Sella a Palermo, con 360 immobili abusivi di cui 300 sono scheletri. In testa, ci sono la Campania, con 175mila immobili abusivi, e Napoli, dove ogni anno vengono accertate oltre 800 infrazioni.

Ma le ordinanze di demolizione effettivamente eseguite, anche quando sono previste da sentenze della magistratura definitive, sono l’eccezione – come quella di Agrigento – e non la regola. In base ai calcoli fatti da Legambiente, le demolizioni sono solo il 10% sul totale delle ordinanze. Nel 2011, su 46.760 ordinanze di demolizione, le case effettivamente tirate giù sono state 4.956. E prima che si arrivi all’abbattimento, sempre che ci si arrivi, passano anni. La città con il maggior numero di ordinanze di demolizione emesse è Napoli, con 16.837 provvedimenti, che però riesce a portarne a termine solo 710, pari al 4 per cento. A Reggio Calabria e Palermo, rispettivamente con 2.989 e 1.943 ordinanze, non risulta effettuato neanche un abbattimento.

E nei ritardi, c’entrano molto le amministrazioni comunali. Nei cassetti degli uffici tecnici dei Comuni italiani ci sono ancora le domande di condono riferite a quello del 1985. In molti casi, denuncia Legambiente, non si è neanche valutata l’ammissibilità dell’immobile alla sanatoria. Così i proprietari delle costruzioni abusive spesso usano l’etichetta del “condonabile” solo per il fatto di aver presentato domanda e aver versato la quota necessaria. Sommando i tre condoni (1983, 1994 e 2003) nei capoluoghi di provincia italiani sono state depositate 2.040.544 domande di sanatoria. Di queste, il 41,3% risulta ancora oggi inevaso. In questo modo sono proposte sul mercato immobiliare, per essere affittate o, addirittura, vendute case che potrebbero, invece, essere destinate all’abbattimento. Nel 2013, nei cassetti di tutta Italia c’erano ancora oltre 567mila domande di condono del 1985 in attesa di valutazione.

«L’unica azione di prevenzione contro l’abusivismo edilizio è la demolizione delle costruzioni illegali», dice Ermete Realacci. «Finché non c’è un deterrente certo l’azione abusiva continuerà». La proposta di legge, che porta il suo nome, prevede, tra le altre cose, tempi certi per le ordinanze da parte delle procure (20 giorni), e per il periodo massimo entro cui effettuare la demolizione o l’acquisizione a patrimonio comunale (60 giorni), oltre che lo stanziamento di 150 milioni di euro per la costituzione di un fondo per le demolizioni da cui i comuni possono attingere. Negli articoli della proposta, è prevista anche l’istituzione di un Osservatorio nazionale sull’abusivismo edilizio. Che in teoria, dovrebbe già esistere dal 2003. Ma che, nella pratica, è rimasto solo sulla carta.

«La proposta è bloccata alla Camera», spiega Realacci, «ma almeno è servita a fermare il disegno di legge del senatore campano Ciro Falanga, approvata dal Senato, che però andava nella direzione opposta». Il disegno di legge Falanga, del 2013, stabiliva le priorità da osservare nella scelta degli immobili da abbattere. Prima le case pericolanti, poi le villette sul mare. «L’obbligo di verificare le condizioni previste dall’elenco, è evidente anche al più ingenuo osservatore, significa insabbiarsi nella burocrazia e nei ricorsi giudiziari: di fatto vuol dire bloccare le demolizioni e fare un regalo agli abusivi», denunciò Legambiente. Secondo l’associazione, solo dal 2010 al 2013, i decreti e disegni di legge ad hoc che hanno tentato di condonare o sanare le case costruite abusivamente sono stati ben 22.