Problemi di sonno? Un radar può aiutare a risolverli

Problemi di sonno? Un radar può aiutare a risolverli

Spesso considerato uno strumento per tracciare missili o auto che sfrecciano a velocità elevata, il radar può anche essere utilizzato per monitorare il sonno senza disturbare il vostro riposo.

Alcuni ricercatori della Cornell University, dell’Università di Washington e della Michigan State University, hanno recentemente condotto uno studio utilizzando un convenzionale dispositivo radar per monitorare i movimenti del corpo e le frequenze di battito cardiaco e respiro, ed inviare i dati tramite Bluetooth a un’app con la quale verificare la qualità del sonno delle persone.

I ricercatori hanno confrontato la loro tecnologia, denominata DoppleSleep, con gli EEG e altri sensori per la registrazione del sonno. Nel 90 per cento dei casi, il sistema è riuscito a determinare se un soggetto era sveglio o addormentato, mentre nell’80 percento dei casi ha saputo persino indicare se il soggetto era in uno stato di sonno REM o meno. Nel mese di settembre, in occasione della conferenza UbiComp in Giappone, il team presenterà un paper sul lavoro.

Il monitoraggio può essere utilizzato anche per identificare disturbi del sonno

Al di là del potenziale contributo che questo sistema può offrire nel determinare la qualità del sonno delle persone, il monitoraggio può essere utilizzato anche per identificare disturbi del sonno. Come in altri casi di rilevamento dei segnali fisiologici, però, una rilevazione precisa richiede la connessione di sensori ai punti giusti del corpo; se doveste trascorrere una notte in un laboratorio del sonno, ad esempio, verreste ricoperti di sensori ed elettrodi per misurare aspetti quali l’attività delle onde cerebrali.

Per quanto diversi prodotti commerciali per il monitoraggio del sonno siano meno invasivi, la necessità di indossare un braccialetto o posizionare una lastra sotto il letto, e magari un sensore a fianco, può ugualmente risultare fastidiosa.

Tanzeem Choudhury, una professoressa associata di scienza dell’informazione presso la Cornell University e co-autrice del documento, sostiene che la grande innovazione dietro questo lavoro sta nell’aver determinato se fosse possibile ottenere una buona rilevazione del sonno senza necessitare di un dispositivo a contatto con la persona o il letto.

Sulla base di quanto appreso finora dal gruppo, dice, «penso seriamente che sia possibile».

Il DoppleSleep sfrutta lo stesso principio adoperato dai poliziotti per immortalare le vetture in eccesso di velocità: la ricetrasmittente rileva i cambiamenti di fase nelle onde elettromagnetiche che vengono riflesse da una persona addormentata ma, in questo caso, le informazioni vengono utilizzate per monitorare i suoi movimenti. Questi dati vengono inviati a un’app per smartphone che utilizza degli algoritmi per estrapolare una stima del battito cardiaco e della frequenza del respiro, rilevare cambiamenti nella posizione e determinare in quale delle due principali fasi del sonno si trovi il soggetto.

Il sistema è anche in grado di rilevare aspetti quali il tempo impiegato dal soggetto per addormentarsi, quanto tempo dorme complessivamente e quante volte si sveglia.

I ricercatori hanno testato il DoppleSleep su otto volontari, posizionandolo in ciascuna occasione a circa mezzo metro di distanza dai corpi dei soggetti, in due sessioni di riposo distinte. Per rendere un’idea delle prestazioni del DoppleSleep, i ricercatori hanno chiesto ai volontari di indossare anche una maglietta per il rilevamento biometrico, un braccialetto e una fascia per la testa.

Choudhury immagina di poter trasformare il DoppleSleep in un prodotto commerciale, anche se ammette che occorreranno altre validazioni in laboratorio. I ricercatori ci stanno lavorando: Choudhury spiega che il team sta pianificando l’impiego del DoppleSleep in alcune cliniche del sonno.

Una domanda importante che resta ancora senza risposta è come si comporterà il DoppleSleep in una stanza con più persone addormentate. I ricercatori non hanno ancora testato la possibilità di monitorare più di una persona allo stesso tempo, ma Choudhury crede che potrebbe funzionare se si riuscisse a posizionare la tecnologia in maniera tale da evitare interferenze.

(traduzione di Matteo Ovi)