TaccolaAnnunciare sempre, cambiare mai: l’eterno ritorno della riforma del Senato

Il dibattito

Di superamento del bicameralismo perfetto si parla dal 1979: secondo le cronache fu di Nilde Iotti, storica leader del Pci appena eletta alla presidenza della Camera, in un discorso a Piombino per una celebrazione della Resistenza, a rompere il tabù. La Costituzione, disse, andava cambiata per ridurre il numero dei parlamentari e trasformare il Senato in una camera delle autonomie, sul modello del Bundesrat tedesco. Secondo il suo portavoce – in uno scritto ripreso da Pietro Ichino nel suo blog – scrisse su un foglio in modo che più chiaro non si poteva “basta con questo assurdo bicameralismo perfetto”.

Fu Nilde Iotti, in un discorso a Piombino, a rompere il tabù: “Perché il Senato non potrebbe essere come il Bundesrat tedesco?”

Quello che è diventato uno dei grandi tormentoni della Seconda Repubblica, la riforma del Senato, è quindi profondamente radicato nella Prima. Tre anni dopo il discorso di Nilde Iotti, cominciarono i percorsi istituzionali. Nel 1982 si mise al lavoro un “comitato ristretto” formato da deputati e senatori. Dall’aprile 1983 fu il turno della Bicamerale Bozzi: al Senato rimanevano le funzioni legislative per le leggi costituzionali ed elettorali, leggi su istituzioni costituzionali, tributarie e di bilancio, la conversione dei decreti e la ratifica dei trattati internazionali. Tutto il resto era affidato alla sola Camera, anche se un terzo dei senatori avrebbe potuto chiedere che il progetto di legge fosse esaminato anche dal Senato. Se ci fossero state modifiche avrebbe votato ancora una volta la Camera. Dettagli andati perduti, perché nel frattempo la bicamerale Bozzi (dal deputato liberale Aldo Bozzi, già membro della Costituente) era naufragata. 

Il clima di quegli anni si può capire da un reperto televisivo. 1983, Retequattro gestione Mondadori, il premier da poco dimessosi Giovanni Spadolini, Pri, parla in uno studio davanti a intellettuali come Alberto Moravia, Giuseppe Patroni Griffi, Goffredo Parise e l’intruso Paolo Villaggio. Sono tutti avvolti in nuvole di fumo. Spadolini parla della “lentocrazia” come male dell’Italia e la definisce la “lentezza delle decisioni che fa sì in uno Stato moderno che qualunque decisione se non attuata tempestivamente diventi inefficace”. Ricorda che all’epoca ci volevano 11 mesi per chiudere la sessione di bilancio e dice che “si impongono modifiche costituzionali”, a cominciare dai poteri del primo ministro che “deve tornare a essere il capo del governo”. 

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Eppure il sistema rimase immobile e ci volle il referendum di Mario Segni, nel giugno 1991, per dare un colpo al sistema dei partiti, che sarebbe stato travolto un anno dopo da Tangentopoli. Nulla però cambiava sul fronte del Senato. Una decina di anni dopo la Bicamerale Bozzi, analogo destino avrebbe avuto la bicamerale De Mita-Iotti (1993-1994). Arrivò poi la bicamerale per eccellenza, quella presieduta da Massimo D’Alema (1997-1998), che avrebbe portato a una repubblica semipresidenziale con legge elettorale a doppio turno alla francese, se nel maggio 1998 Berlusconi non avesse fatto saltare il banco con la richiesta di un cancellierato e di una legge proporzionale. 

Il resto è storia più recente, con il federalismo introdotto dalle modifiche del 2001 da parte del centro-sinistra (che con Renzi lo ripudiò apertamente), e la devolution, bocciata dal referendum confermativo del 2006, che invece prevedeva il Senato federale. 

Giancarlo Bosetti, Reset: «In un tema come questo le buone idee non contano niente. Conta la combinazione della proposta con la maggioranza politica»

Perché se le idee c’erano già nel 1979, si è dovuto aspettare il 2015 perché si sia arrivati al voto finale per il superamento del bicameralismo perfetto? Per Giancarlo Bosetti, direttore della rivista di cultura politica Reset, fondata insieme a Norberto Bobbio e Vittorio Foa, l’errore da evitare, guardando al passato, è guardare troppo al merito delle riforme. «In un tema come questo le buone idee non contano niente – commenta -. Queste commissioni della Prima Repubblica, da Bozzi a De Mita-Iotti, hanno prodotto valutazioni e dibattiti molto dotti, ma tutto è stato buttato, perché mancava una maggioranza che sostenesse questi cambiamenti. La capacità politica non dipende solo dalla qualità della riforma ma dalla combinazione della proposta con la maggioranza. Tutto il resto sono parole, che nascondono il tentativo di affossare le riforme».

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

È la tesi dell’editoriale di Paolo Mieli dell’8 settembre scorso sul Corriere della Sera: «La questione dell’elettività dei senatori – ha scritto l’ex direttore del Corsera – a questo punto si presenta solo come un modo per riaprire il dossier, rimettere in discussione la legge elettorale e riportare in mare aperto la nave della riforma». «Ha detto bene Mieli – commenta Bosetti -. Se qualcosa non va, dopo ci si può sempre mettere mano successivamente. Riaprire invece oggi la riforma del Senato significa farla naufragare per sempre. Se in tutti gli altri campi, dal lavoro alla sanità, i negoziati sono possiibli, il negoziato di 36 anni sulla riforma del Senato dimostra che serve uno strappo. Alla fine saranno gli elettori a decidere, con il referendum».