Crisi e migrazioni: il Mediterraneo di oggi è come quello di 3.000 anni fa

Crisi e migrazioni: il Mediterraneo di oggi è come quello di 3.000 anni fa

L’idea che la Storia ritorni o si ripeta in cicli sempre uguali è sempre stata una delle speculazioni più affascinanti dell’uomo, perché nega una delle apparenti verità che ci mette davanti l’evidenza: lo scorrere inesorabile e univoco del tempo. Senza arrivare a teorie così radicali come l’eterno ritorno di Polibio – e tanti altri dopo di lui – gli storici amano trovare le analogie tra il passato che studiano e il presente in cui vivono.

Così, l’archeologo e divulgatore statunitense Eric H. Cline apre il suo recente libro 1177 B.C.: The Year Civilization Collapsed (Princeton University Press, 2014; edizione italiana 1177 a.C.: Il collasso della civiltà, Bollati Boringhieri, 2014) con queste parole: «L’economia greca è a pezzi. Le ribellioni interne scuotono Libia, Siria ed Egitto, con guerrieri stranieri che fomentano le fiamme. La Turchia ha paura di essere coinvolta, così come Israele. La Giordania è piena di rifugiati. L’Iran è minaccioso, mentre l’Iraq è in subbuglio».

Cline descrive il mondo del Mediterrane orientale della tarda Età del bronzo e il modo, per molti aspetti misterioso, in cui arrivò a una fine improvvisa

Cline non parla dell’Europa di oggi, ma della fine del tredicesimo secolo avanti Cristo, circa tremiladuecento anni fa. Nel suo affascinante libro, descrive in base alle ricerche archeologiche più recenti il mondo del Mediterraneo orientale della tarda Età del bronzo e il modo, per molti aspetti misterioso, in cui arrivò a una fine improvvisa e brutale, intorno alla data indicata nel titolo.

Nei tre secoli precedenti, spiega Cline, più o meno a partire dal 1500 a.C., l’area dell’Egeo, del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente era unita da una rete di scambi commerciali e diplomatici la cui ampiezza e complessità è spesso impressionante.

C’erano le grandi potenze – l’Egitto dei faraoni, l’impero ittita, l’Assiria – e un grande numero di stati più piccoli, ciascuno con la propria lingua e cultura, creati da popoli come i babilonesi, i minoici, i ciprioti, i mitanni, i cananei. I grandi imperi stringevano tra loro alleanze con i matrimoni e si scambiavano doni e lettere, mentre i regni più piccoli cercavano di mantenere la benevolenza dei potenti.

Abbiamo, ad esempio, una lettera del re di Ugarit (sulla costa siriana) in cui questi scrive al faraone Merneptah (1213-1203 a.C.) per chiedere di mandargli uno scultore per una statua… dello stesso faraone, da piazzare di fronte a un tempio dedicato a Baal. Il faraone declinò la lusinghiera richiesta, forse perché, arrivato al trono a sessant’anni, non era più così interessato a simili adulazioni; ma mandò un’intera nave di beni di lusso – abiti, tessuti, ebano – a Ugarit.

C’era allo stesso tempo una lingua franca usata nella diplomazia, l’accadico, e rotte commerciali internazionali che solcavano il Mediterraneo: oggetti con inscritto il nome del faraone sono stati trovati a Creta, a Rodi e nella Grecia continentale. Nei grandi palazzi regali venivano accumulate ricchezze, stipulati trattati e promulgate leggi.

C’era perfino una risorsa fondamentale con una zona di produzione ben definita – lo stagno – la cui «importanza strategica» è stata paragonata dagli studiosi a quella del petrolio oggi. Ancora più sorprendente è il fatto che le miniere si trovassero per lo più dall’Afghanistan nordorientale e percorressero via terra tutta la lunga strada fino a Babilonia, e di lì ai grandi regni di tutta l’area, fino a Cipro e a Micene.

Per questo scenario, Cline non ha paura di usare più volte il termine «globalizzazione», anche se l’estensione strettamente geografica del termine può sembrare esagerata. Ma le dinamiche di allora presentano analogie difficili da nascondere.

Il re ittita scrisse a Ugarit chiedendo grano e concludendo la sua lettera in toni drammatici: «È una questione di vita o di morte!»

Prendiamo, ad esempio, quelli che oggi chiameremmo “aiuti internazionali”: un’iscrizione del faraone Merneptah, il rifiutatore di statue di poco sopra, afferma che egli «fece sì che il grano venisse portato via con le navi, per tenere viva questa terra di Hatti», un riferimento al regno ittita. Le cose laggiù non dovevano andare molto bene, perché più o meno nello stesso periodo il re ittita scrisse anche a Ugarit chiedendo grano e concludendo la sua lettera in toni drammatici: «È una questione di vita o di morte!».

Dal libro di Cline, studiare la civilizzazione di tremila anni fa appare, da un lato, un esercizio certosino di cavare il molto dal poco. Campagne di scavi pluridecennali hanno permesso di capire che una città era stata distrutta da un terremoto o da una guerra, ad esempio rinvenendo punte di freccia conficcate nei muri. Dall’altro, il numero di cose che non conosciamo per nulla, e probabilmente non conosceremo mai, è un invito al dubbio sistematico.

Prendiamo, ad esempio, la questione dei Popoli del Mare e della stessa fine dell’Età del bronzo. In sostanza, nell’arco di pochi decenni, quasi tutte le cosmopolite e interconnesse civiltà mediterranee nella tarda Età del bronzo scomparvero. I commerci si fermarono, le città furono abbandonate o distrutte, perfino la scrittura cuneiforme sparì per lasciare spazio, di lì a qualche tempo, alle scritture alfabetiche.

I libri scolastici danno solitamente la colpa della fine dell’Età del bronzo ai Popoli del Mare. Ma furono davvero loro?

L’Età del bronzo scivolò in almeno un secolo di buio, da cui riemersero lentamente altri popoli e altre strutture sociali – la cosiddetta Età del ferro. Come poté succedere? I libri di storia scolastici danno solitamente la colpa ai Popoli del Mare. Questi sono citati solo in una serie di iscrizioni e documenti egizi, con un’unica menzione conosciuta lontano dalla terra dei Faraoni. Le cronache egizie li descrivono come gruppi di invasori dai nomi sfuggenti, che sembrerebbero indicare un’origine nelle isole di Sicilia e Sardegna e in altre zone non meglio identificate.

Questi, per motivi sconosciuti, avrebbero avviato una serie di guerre dalla Turchia all’Egitto, muovendosi via mare e via terra, e distruggendo in una cinquantina d’anni decine e decine di città da Pylos, sulla costa occidentale greca, a Gaza in Palestina, milletrecento chilometri a sudest. Molte città, come la capitale ittita di Hattusa, nella Turchia centrale, o Ugarit sulla costa dell’odierna Siria, non sarebbero più state popolate per centinaia e centinaia di anni.

Dei grandi imperi, solo l’Egitto sopravvisse – anche se a caro prezzo. Dovette rinunciare al controllo degli ampi territori che corrispondono all’odierna Siria occidentale e Israele, per cui cento anni prima aveva combattuto l’epica battaglia di Qadesh, la prima che possiamo ricostruire fase per fase.

Ma furono davvero i Popoli del Mare i colpevoli del disastro? I testimoni degli eventi storici, come insegna Marc Bloch, non forniscono sempre i resoconti più affidabili. Gli storici greci Erodoto e Tucidide, nel quinto secolo a. C., pensavano piuttosto che l’Età del bronzo in Grecia – dominata dai Micenei – fosse stata portata a una fine brutale dai Dori, invasori provenienti dal nord. Le ricerche successive hanno stabilito che i Dori arrivarono in realtà molto più tardi e che non ci fu una vera e propria invasione.

La verità è che, purtroppo, non abbiamo sufficienti elementi per risolvere il problema. Nel Vicino Oriente, gli archeologi hanno scoperto che, in effetti, moltissime città in tutta l’area furono svuotate degli abitanti e distrutte tra la fine del tredicesimo e l’inizio del dodicesimo secolo a.C., ma le prove che si sia trattato di invasioni di popoli stranieri sono quasi sempre scarse. Una ricostruzione alternativa, sostenuta da diversi studiosi, parla invece di un processo lento e graduale.

Almeno in alcuni casi, gli insediamenti abbandonati nella Siria e nell’Israele di oggi furono ripopolati da intere famiglie di persone provenienti da lontano, probabilmente da aree intorno al mar Egeo. Analizzando una per una le ipotesi portate avanti dagli studiosi, Cline è portato a concludere che la «fine della civiltà» al termine dell’Età del bronzo sia stata il risultato di una “tempesta perfetta”, dovuta a fattori tanto umani quanto ambientali. Il combinato disposto, cioè, di eventi negativi come una serie di devastanti terremoti (individuati dagli archeosismologi tra il 1225 e il 1175 a.C.), alcune carestie, forse indotte da un improvviso cambiamento climatico, ondate migratorie e forse ribellioni.

Di ciascuna di queste cause possibili, dai Popoli del Mare alle catastrofi ambientali, abbiamo qualche indizio non definitivo e infinite discussioni tra gli esperti. Di certo, la civiltà del Mediterraneo attraversò un cambiamento repentino e per molti secoli non si riprese. Guardando alle notizie di questi giorni e mesi, il libro di Cline ci descrive un’altra volta in cui la Storia ha trasformato all’improvviso il nostro mare interno, da incontro unico di civiltà e culture a frontiera minacciosa.

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