Donald Trump: quando la demonizzazione serve

Donald Trump: quando la demonizzazione serve

A inizio estate era l’outsider, il parvenu che tenta la scalata impossibile. Ora è in testa ai sondaggi per le primarie del partito repubblicano. Ma può davvero Donald Trump diventare il successore di Barack Obama? Gli elettori statunitensi lo voterebbero? Brandwatch, leader mondiale nella social intelligence, ha provato a chiederlo alla rete. E si direbbe di no. Sui social ci sono utenti che preferirebbero piuttosto “dargli un cazzotto” in faccia. “Sparargli vomito addosso”. “Costruirgli un muro intorno”.

L’indagine è stata condotta impostando sulla piattaforma di monitoraggio un codice booleano basato sulla combinazione “I want to … Donald Trump”, senza specificare il verbo. La scansione ha raccolto 1.699 menzioni da 1.666 utenti su Facebook e Twitter: nei numeri finali, la somma delle volte in cui risulta essere stata digitata l’espressione “vote for” arriva soltanto all’ottavo posto, ben dopo una serie di verbi che rappresentano invece minacce all’incolumità di Trump e insulti di vario genere, primi fra tutti “fight” e “punch”.

Prevedibile. Il personaggio non fa nulla per non apparire – a dir poco – controverso. Anzi. Il via alla sua campagna elettorale è stato ufficializzato solo a giugno, ma simbolicamente coinciderà sempre con quel retweet caustico dello scorso aprile: “Se Hillary Clinton non è in grado di soddisfare suo marito cosa le fa pensare di poterci riuscire con l’America?”, recitava il tweet originario, rilanciato dal profilo ufficiale di Trump a milioni di follower. Il post poi è stato cancellato, però Trump ha proseguito sulla stessa scia: comunicare fieramente e senza filtri, esporsi a gaffe continue pur di catalizzare l’attenzione su di sé, ovunque, su Twitter come in tv.

Comunicare fieramente e senza filtri, esporsi a gaffe continue pur di catalizzare l’attenzione su di sé, ovunque, su Twitter come in tv

Ci è riuscito a forza di dichiarazioni sessiste a ruota libera e di strafalcioni di ogni genere, come quando con sfrontata noncuranza ha confuso milizie iraniane e curde o ha esibito un’ignoranza crassa dei nomi dei capi dell’Isis. Tutte questioni che il miliardario statunitense ha bollato come “irrilevanti”. Nel frattempo, ha solleticato gli istinti mai sopiti del nazionalismo bianco americano proponendo di costruire a spese del Messico un muro anti-immigrati, e rispolverato l’ottimismo reaganiano delle soluzioni semplici che faranno di nuovo grande l’America. Il risultato finale è stato, in apparenza, di natura discordante: Trump ha innescato una rabbia diffusa sui social media e allo stesso tempo è salito in vetta nei sondaggi.

Si sente dire di continuo che i social media giochino un ruolo importante nella politica, sottolinea Brandwatch nella sua analisi: il problema, aggiunge, è che nessuno sa quale esso sia. «Molte analisi dei social media usano il parametro del sentiment, l’opinione, per valutare quanto stiano andando bene i candidati», dice a Linkiesta Marcus Beard, l’analista che ha condotto l’indagine su Donald Trump. «E ciò può essere utile per rilevare oscillazioni e cambiamenti. Per esempio, chi ha aumentato di più il proprio sentiment positivo durante il dibattito? Tuttavia l’analisi automatica del sentiment è spesso viziata dal sarcasmo e dagli scherzi: non restituisce la stessa ricchezza di dati di un’analisi dei verbi utilizzati». Analisi da cui risulta che, nella netta minoranza di cittadini statunitensi che hanno un account sui social media e che si interessano a Donald Trump, i suoi potenziali elettori sono letteralmente surclassati dai tanti che contestano anche violentemente il tono e i contenuti della sua campagna presidenziale. E che così facendo contribuiscono più dei suoi sostenitori ad alimentare un enorme buzz, brusio, una copertura mediatica smisurata, una candidatura costruita tutta sulle provocazioni: strategia finora vincente per il tycoon newyorkese.

Trump per parte sua non si schermisce e sfrutta ogni dettaglio del personaggio “mefistofelico” che interpreta in questa corsa. Al punto da accettare, la scorsa settimana, l’invito a una surreale intervista allo specchio del comico Jimmy Fallon e mostrare una disponibilità a ironizzare su di sé che ai nostri politici è, semplicemente, del tutto sconosciuta.  

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