Elezioni in Catalogna, gli indipendentisti al 48%, ma è una vittoria a metà

Mancano sei voti per formare il nuovo governo. Ma se cambiasse il governo a Madrid il referendum per la secessione non sarebbe una chimera

Pronostici rispettati. In Catalogna lo schieramento indipendentista, composto da Junts pel Sì e la sinistra del Cup, ha ottenuto il 48% circa dei voti, quindi la maggioranza assoluta dei seggi al parlamento. La polarizzazione del voto sul tema dell’indipendenza premia anche alcune forze politiche che nettamente si sono schierate contro l’ipotesi di una separazione da Madrid, a cominciare da Ciudadans, che si attesta al di sopra del 17%, diventando così la seconda forza politica della regione. Magro, invece il risultato per i popolari, ben al di sotto del 10% , e per i socialisti, che, con il 13% toccano il loro minimo storico. Deludente anche il risultato di Catalunya Sí que es Pot, il cartello di cui fa parte anche Podemos, insieme ai verdi ed al resto della sinistra alternativa, che non arriva al 10%. A sinistra, degno di nota è sicuramente il risultato del Cup (Candidatura d’Unitat Popular), che, con l’8% circa, arriva a triplicare i suoi voti rispetto alla precedente consultazione elettorale.

La prima dichiarazione di Artur Mas, leader degli indipendentisti, è stata: «Ha vinto il ‘sì’ e ha vinto anche la democrazia. Ora il nostro progetto è più forte». Parole che tradiscono, però, l’amaro in bocca, per non aver centrato l’obiettivo della maggioranza assoluta dei voti degli elettori. Ma anche perché, alla maggioranza assoluta di seggi per l’indipendenza non corrisponde una maggioranza di assoluta di seggi per formare il prossimo governo. Il Cup, infatti, pur sostenendo la linea secessionista, mai potrebbe allearsi con i conservatori per il governo della regione. I numeri, intanto, dicono che a Mas mancano 6 voti in parlamento per varare il nuovo esecutivo.

Cosa succederà adesso? Stando alle posizioni espresse dagli indipendentisti in campagna elettorale, il nuovo parlamento dovrebbe, con un atto formale, aprire il capitolo secessione, senza però dichiararla unilateralmente. Molto probabile potrebbe essere l’adozione di un atto di indirizzo del parlamento, da cui partire per «aprire un negoziato« con lo Stato spagnolo e con l’Unione europea. In un primo momento troveranno un muro a Madrid, che ricorrerà a tutte le armi costituzionali a sua disposizione per censurare le iniziative della Generalitat e del parlamento di Barcellona.

A dicembre, però, si terranno le elezioni politiche generali, il cui esito potrebbe influire enormemente sulla faccenda. Soprattutto a seguito di una sconfitta di Mariano Rajoy e del Partido Popular. I socialisti sono infatti propensi ad una riforma della costituzione in senso federalista, per dare maggiore autonomia alla regione. Un’ipotesi che potrebbe rappresentare un compromesso, anche per i secessionisti. O così sperano dalle parti del Psoe. Podemos, con il suo leader Pablo Iglesias, ha già dichiarato, invece, che se toccherà a loro governare, non impediranno ai catalani di celebrare un referendum per decidere definitivamente sul loro destino.

La partita, insomma, è tutta aperta. E i risultati di questa sera confermano che non sarà più possibile tornare indietro e far finta che le aspirazioni dei catalani non possano avere cittadinanza nel dibattito politico spagnolo.

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