Expat per ora: la generazione con la valigia e senza certezze

Expat per ora: la generazione con la valigia e senza certezze

di Memorie di una vagina

Ho recentemente appreso (recentemente, perché sono un’alienata) che mezzo milione di italiani vive nel Regno Unito, la metà dei quali a Londra. Tipo che Londra è la sesta città italiana, ci sono più italiani a Londra che a Taranto, per capirci. 

Minchia, ho pensato, son tanti. 

Cioè sì, non è che non lo avessi notato che si era innescato un trend migratorio verso la patria dei Beatles e dei Pink Floyd, per carità. Tutti abbiamo amici e conoscenti che negli ultimi cinque anni hanno preso baracca e burattini e se ne sono andati. E hanno 30 anni circa, non 20. Non sono i pischelli che studiano mantenuti da mamma e papà, oppure quelli che sono lì per migliorare la lingua e si campano lavorando come camerieri in una caffetteria o in un pub. Non sono ragazzi partiti prima ancora di provare a costruire un futuro qui. 

Nossignore. 

Sono persone più adulte, che avevano bene o male un lavoro, una casa (spesso in affitto), dei rapporti e una vita lì dove erano. Ma hanno deciso di andarsene, perché la qualità di quella vita non era buona abbastanza. Magari non è che tutti l’hanno deciso. Magari a molti è solo capitata l’occasione. Fatto sta che l’hanno fatto.  

Moltissimi di loro sono giovani, qualificati, brillanti, capaci. Spesso sono positivi e ambiziosi nel senso sano del termine. E se ne sono andati

E moltissimi di loro sono giovani, qualificati, brillanti, capaci. Spesso sono positivi e ambiziosi nel senso sano del termine. E se ne sono andati. Non sono più qui. Puff. Ngeppiù. E non sono solo i ricercatori universitari, ma anche i marketing manager, gli account, i consulenti, gli ingegneri, gli sviluppatori software, i designer, i creativi e tutto quell’esercito di specialisti che la società italiana (e le famiglie italiane) hanno formato nel precedente decennio. Che invece di fare impresa qui (dove è quasi tutto programmaticamente disincentivante) e spendere il loro valore professionale e sociale qui, vivono altrove. 

Per carità, non è che qui non ci sia più nessuno o che qui restino i più scarsi, perché non è affatto questo ciò che vogliamo intendere. Chi se ne va non è più «figo» di chi resta, e viceversa. Io per esempio ho scelto di restare ma, mentre lo sceglievo, ho visto persone in gamba andarsene, una dopo l’altra, a cercare qualcosa di meglio. Qualcosa che a quanto pare hanno trovato, per il momento, per ora. 

Sono stata a Londra due settimane fa, a far visita a una storica coppia di miei amici che vive lì da 4 anni (dopo diversi anni a Roma) e altri amici ancora, e i conoscenti degli amici, tutti italiani of course, e ne ho approfittato per indagare un po’: 

Ma allora com’è vivere a Londra? Quanto ci metti ad arrivare in ufficio la mattina? Quanto paghi d’affitto? Riesci a mettere i soldi da parte? Ti piace quello che fai? Sei felice? Fare cose è più semplice? È davvero tutto più facile qui? 

No, per un cazzo è tutto più semplice. 

È davvero tutto più facile qui? No, per un cazzo è tutto più semplice

Il costo della vita è altissimo, le case sono spesso orrende e carissime, a volte con la moquette, a volte con i topi. I mezzi pubblici costano un fuoco, il clima è demmerda, ogni volta che attraversi la strada rischi di morire, c’è caos, e fretta, e traffico, e distanze enormi. Tutto è super-competitivo. Tutto è stressante. Si corre da pazzi. Il cibo è un casino. La lingua è un’altra e per quanto bene tu l’abbia studiata in Italia, finché non ci vivi non la impari

Insomma, non è facile per niente. 

Ma non è nemmeno impossibile, come a volte qualcuno vuole far credere.

«Mi viene lo sconforto quando leggo certi articoli che vogliono quasi spaventare i ragazzi», mi dice Valeria, che è romana ma prima viveva in Australia «il fatto è semplicemente che a Londra devi essere smart, devi essere curioso, devi saperti adattare, devi vedere al di là del tuo naso e, nonostante tu sia in una metropoli, devi imparare anche a vivere il tuo quartiere». 

 https://www.youtube.com/embed/Wwmu8I7XxSw/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

MESSAGGIO PROMOZIONALE

«Però», interviene Gian Mario, il suo fidanzato che ha la cresta e un pizzetto strano e lavora in qualcosa che ha a che fare con le produzioni cinematografiche in 3D, «è anche vero che se il messaggio è che Londra è una passeggiata, no, non lo è. Noi ci viviamo perché è un posto che ci permette non solo di lavorare, ma di fare quello che amiamo, cosa che in Australia non siamo riusciti a fare. Ecco, a Londra conviene venirci con un’idea, con un obiettivo chiaro, se ci vieni a caso e finisci a fare il glass keeper, sopravvivi di merda, è vero. Viceversa se un obiettivo chiaro non ce l’hai, ma magari vuoi fare l’esperienza, vai in un qualunque altro posto in UK, vattene a Oxford, a Brighton, a Cambridge, che almeno la camera la paghi la metà».

A Londra conviene venirci con un’idea, con un obiettivo chiaro, se ci vieni a caso e finisci a fare il glass keeper

Ascolto, rapita, i loro discorsi, finché non chiedo a entrambi se vogliano restare a Londra per sempre. L’ho chiesto a tutti gli italiani con cui ho parlato in quei giorni. Quasi tutti mi hanno risposto «Per ora sì», alcuni hanno aggiunto: «Di sicuro non per sempre». Ma tutti hanno un valido motivo per stare lì, ora. E non si lamentano quasi mai delle difficoltà della città che, evidentemente, in qualche maniera, li sta ripagando della loro scelta (e resta il fatto che vivono in una città inesorabilmente gagliarda). 

Ho chiesto a tutti gli italiani se volessero restare a Londra. Quasi tutti mi hanno risposto «Per ora sì»

Sono tornata in Italia pensando che comunque siamo la generazione del «per ora»: forgiati dalla precarietà, temprati dallo sfruttamento, fottuti dalle aspettative e privati delle certezze. Che «per sempre» non riusciamo a dirlo, tesi al massimo come siamo, nel tentativo di raggiungere un equilibrio, non necessariamente definitivo. Che non siamo come i nostri genitori, che alla nostra età sapevano già tutto, e non possiamo farci niente, perché viviamo nella contemporaneità, siamo energici e post-moderni. Abbiamo fatto virtù dell’incertezza, per provare a vivere al massimo le nostre vite. Ed è tutto un work in progress. Staremo a vedere come va.

E questo in fondo vale per tutti. Per chi si sposta dalla campagna alla città. Dalla periferia al centro. Dal sud al nord. Dal nord all’estero. 

Per tutti quelli che si muovono, alla ricerca di una vita migliore. 

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