Giappone, le proteste di piazza contro la svolta militarista del premier

Giappone, le proteste di piazza contro la svolta militarista del premier

Giovedì 17 settembre, la Camera alta del Parlamento giapponese stava votando un pacchetto di undici leggi che aprono la strada a un maggior impegno militare del Paese. Mentre le telecamere riprendevano in diretta la scena, un nutrito gruppo di parlamentari dell’opposizione si è avventato sul banco della presidenza, cercando – a pochi metri dal grande sponsor dell’iniziativa, il premier Shinzō Abe – di strappare le carte dei provvedimenti.

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Il giorno stesso nel Paese ci sono state manifestazioni in difesa dell’articolo 9 della Costituzione, che con la sua formulazione antimilitarista ha ristretto, fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, le capacità belliche del Paese. Ironia della sorte, si tratta di una Costituzione che venne scritta quasi tutta in una settimana – e non dai giapponesi – nei giorni successivi alla devastante sconfitta nella Seconda guerra mondiale. La formulazione finale dell’articolo 9, in parte ambigua, ha aperto la strada a decenni di polemiche – tornate di attualità in questi giorni.

Si parla spesso dell’Abenomics, ma le iniziative in campo economico non sono la prima preoccupazione del nazionalista Abe

Fin da quando è entrato in carica (per la seconda volta) alla fine del 2012, Shinzō Abe ha preso diverse iniziative che hanno marcato un deciso cambio di rotta in alcune delle questioni più delicate della politica locale, in primo luogo il rapporto con la tradizione militare e nazionalista del Paese. Si parla spesso dell’Abenomics, ma le iniziative in campo economico non sono probabilmente la sua prima preoccupazione.

Come ha scritto l’Economist, «per il nazionalista di destra Abe, la vera passione non è l’economia, e la potenza economica interessa principalmente come un mezzo, nella sua visione, per ristabilire l’orgoglio nazionale e perfino ricostruire la narrazione storica giapponese».

Il ruolo delle forze armate è una delle questioni più spinose e controverse. Con Abe, la spesa militare è aumentata anno dopo anno, anche se pesa oggi solo per l’1 per cento del Pil. Durante il precedente mandato, nel 2006-2007, Abe ristabilì il ministero della Difesa (fino ad allora le competenze in materia erano dell’Agenzia giapponese per la difesa). L’attuale premier ha parlato spesso della necessità di un «Giappone forte».

Quanto alla Costituzione, il premier giapponese ha parlato del «desiderio caro al suo partito», l’Ldp, di cambiare la carta fondamentale, e in particolare l’articolo 9, noto in tutto il mondo come una “dichiarazione di pacifismo”. L’articolo recita:

Aspirando sinceramente a una pace internazionale basata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come a un diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’utilizzo della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali.
Al fine di raggiungere gli obiettivi del precedente paragrafo, non verranno mai mantenute forze di terra, di aria o di mare, così come altro potenziale bellico. Non sarà riconosciuto il diritto dello Stato alla belligeranza.

In effetti, la formulazione sembra piuttosto inequivoca. Ma non dobbiamo ignorare due cose: come le cose si sono evolute dal 1946 a oggi, da un lato, e come nacque l’articolo 9 dall’altro.

Oggi il Giappone ha a tutti gli effetti un esercito moderno, anzi tra i più moderni della regione, anche se viene chiamato con l’espressione eufemistica “Forze di autodifesa”. Queste hanno un personale di circa 225mila uomini, sono finanziate alla sesta spesa militare del mondo e possiedono equipaggiamento e tecnologie avanzati, che vanno dai sistemi missilistici Aegis ai famigerati F-35. Non hanno, però, bombardieri a lungo raggio o portaerei, e non hanno combattuto in nessuna battaglia dal 1945.

È l’eredità più evidente della sconfitta nella Seconda guerra mondiale, subito dopo la quale gli Alleati – ma sarebbe più preciso dire gli Stati Uniti – imposero un totale disarmo e misero nella Costituzione la promessa che il Giappone non avrebbe mai più portato avanti guerre di aggressione. I giapponesi sono molto legati a queste dichiarazioni di principio: in un sondaggio del 2013 del quotidiano giapponese Asahi Shimbun, il 52 per cento degli intervistati si è detto contrario alle modifiche proposte dall’Ldp di Abe all’articolo 9, di fronte a un 39 per cento favorevole.

In un sondaggio del 2013, il 52% degli intervistati si è detto contrario alle modifiche proposte dall’LDP di Abe all’articolo 9

Come nacque la Costituzione giapponese, a ogni modo, è una delle storie più affascinanti del secondo dopoguerra. Tra la fine del 1945 e il 1952, il Giappone fu di fatto governato dagli statunitensi, con a capo il generale Douglas MacArthur. Fu un’operazione di trasformazione dall’alto del Paese, da dittatura militarista a democrazia costituzionale, con una profondità e una libertà d’azione senza uguali nella Storia.

La stesura della nuova Costituzione, promulgata dall’imperatore il 3 novembre 1946 ed entrata in vigore sei mesi più tardi, seguì un percorso che in qualche modo riflette quell’approccio. La costituzione Meiji del 1890 venne riscritta da capo – in inglese – in una sessione quasi continua di lavoro che si tenne in un palazzo di Tokyo, alla presenza di 24 persone, senza nessun giapponese, tra il 4 e il 12 febbraio 1946.

L’approccio drastico dell’amministrazione MacArthur fu dovuto anche al fatto che, da parte sua, il governo giapponese allora in carica si era dimostrato per mesi del tutto insensibile agli inviti a fare serie modifiche alla Costituzione del 1890. Dopo che, con un gesto tipico della sua grandeur, MacArthur decise di riscrivere la Costituzione da capo, non si perse neppure un minuto. La sala da ballo al sesto piano dell’edificio 2 del quartier generale alleato venne riempita di scrivanie e trasformata in un laboratorio di scrittura costituzionale dello Scap (il Supreme Command of the Allied Powers, le forze di occupazione). Il gruppo che se ne prese carico, a partire da tre scarne linee-guida fornite da MacArthur, era formato da sedici ufficiali e otto civili, tra cui quattro donne, che lavoravano dalle sette di mattina a mezzanotte.

Era un insieme composito e molto vario negli orientamenti politici: a capo c’era il colonnello Charles L. Kades, un avvocato con una lunga esperienza nell’amministrazione Roosevelt e un sostenitore convinto del New Deal (nessuno degli ufficiali era in realtà un militare di carriera).

Quasi nessuno sapeva più di qualche parola di giapponese, anche se tutti si misero di buon impegno a dar corpo a un ideale di democrazia e modernità per un Paese che conoscevano pochissimo; la vera “interprete” era una ragazza di 22 anni, Beate Sirota, nata in una famiglia ebraica di Vienna e trasferitasi in Giappone da bambina (a lei si deve, nel testo della Costituzione, un riferimento alla parità di genere allora assolutamente d’avanguardia).

Il risultato di quei giorni di lavoro frenetico fu inviato al governo giapponese – una gruppo di vecchi conservatori – che lo accolse con smarrimento. Ma nei giorni successivi, gli americani fecero capire che avevano poca scelta se non di accettarla così com’era. La prima versione in giapponese venne stesa con così tanta fretta che un giornale locale, non al corrente di come erano andate le cose – ma non ci voleva poi troppa fantasia – poté commentare, sarcasticamente, che il testo sembrava proprio una brutta traduzione.

La Costituzione, dopotutto, doveva essere approvata dal Parlamento giapponese. Nelle numerose settimane di discussione in aula, la nuova carta venne dissezionata e discussa nei dettagli. Venne introdotta una trentina di modifiche – e qui nasce il problema dell’articolo 9.

Il primo paragrafo della versione proposta al governo giapponese fu redatto da Kades, mentre il secondo venne ripreso più o meno uguale dalle linee guida fornite da MacArthur. La versione finale di rinuncia alla guerra fu uno dei temi più discussi, e alla fine, scrive lo storico statunitense John W. Dower, «i legislatori modificarono le parole dell’articolo 9 in un modo che non lasciò più nessuno sicuro di che cosa volesse dire davvero».

Le aggiunte alla formulazione originale – il cosiddetto “emendamento Ashida”, da Hitoshi Ashida, a capo della commissione per la revisione costituzionale – sono le prime due frasi che introducono i paragrafi: «Aspirando sinceramente a una pace internazionale basata sulla giustizia e sull’ordine» e «al fine di raggiungere gli obiettivi del precedente paragrafo».

Queste aggiunte apparentemente innocue cambiavano in realtà molto dello spirito dell’articolo, come dimostrano le infinite discussioni che hanno generato nei decenni successivi. Il primo paragrafo, in particolare, non era più una pura e assoluta rinuncia alla guerra, ma un’aspirazione alla pace universale. Di conseguenza, la rinuncia al potenziale bellico del secondo paragrafo non è totalmente incondizionata, ma limitata a quello utilizzabile per una guerra di aggressione, cioè per disturbare la pace internazionale. Il riarmo per i fini dell’autodifesa, insomma, è permesso.

Non è chiaro se Ashida, con il suo emendamento, volesse riaprire la porta alla ricostruzione di un esercito, almeno con i fini della difesa da un’aggressione esterna. Di sicuro non lo dichiarò allora, e anche l’anziano conservatore Kijūrō Shidehara, primo ministro fino al maggio del 1946, dichiarò inequivocabilmente che, in base al secondo paragrafo, era «molto chiaro che il Giappone non può possedere alcun potenziale bellico per combattere un Paese straniero» per aggressione o per difesa.

Ma la versione finale mantenne un’ambiguità che avrebbe permesso, nel 1954, l’istituzione delle Forze di autodifesa e il ritorno del Giappone al possesso di un esercito. Questo sottile esercizio di interpretazione delle parole, che riveste di nuovi significati il dettato legislativo magari pensato con altre intenzioni, ricorda il dibattito sulle 27 parole del secondo emendamento alla Costituzione americana, quello che di fatto ha portato, negli ultimi cinquant’anni, alla proliferazione delle armi in mano ai privati cittadini degli Stati Uniti.

Il popolo giapponese, dicevamo, accolse per lo più con favore la nuova Costituzione. Il fatto che a distanza di settant’anni scenda addirittura in piazza per difendere l’interpretazione “pacifista” dell’articolo 9, e il carico simbolico che porta con sé, dimostra la verità del commento di Dower: «Nessuna nazione moderna si è mai fondata su una costituzione più estranea da sé – o su un mix più peculiare di monarchismo, idealismo democratico e pacifismo; e pochi, se non nessun documento simile è mai stato interiorizzato e vigorosamente difeso così a fondo come questa carta fondamentale».